Tag: Rapimenti

Lo strano caso di Zigmund Adamski

È il pomeriggio del 6 giugno 1980 quando Zigmund Adamski si allontana di casa per delle commissioni. Sparisce letteralmente nel nulla per giorni, finché non verrà ritrovato su una pila di carbone a decine di chilometri di distanza. Ucciso dagli extraterrestri.

Zigmund Jan Adamski è un minatore di 56 anni, polacco, che vive e lavora a Tingley, un paese del West Yorkshire, in Inghilterra. Alle 15:30 del 6 giugno 1980 saluta sua moglie Leokadia Kowalska ed esce di casa, per acquistare delle patate all’emporio, da dove non farà più ritorno. Il giorno dopo è atteso come ospite di un matrimonio, ma non si presenta all’evento, e nessuno sa che fine abbia fatto. Passano cinque giorni prima che il suo corpo senza vita venga ritrovato su una pila di carbone a Todmorden. A fare la macabra scoperta, l’11 giugno del 1980 alle 15:45, è Trevor Parker, figlio del proprietario del deposito di carbone, allestito nei pressi di una tratta ferroviaria. Pochi minuti dopo arriva sulla scena l’ufficiale di polizia Alan Godfrey, assieme ad un collega, e procede ad esaminare la scena del crimine. Sembra che Adamski sia morto a seguito di un attacco cardiaco, ma da subito si scopre qualcosa di strano: il corpo è stato ritrovato alle 15:45, mentre la chiusura del deposito è avvenuta alle 11:00. Si tratta di una zona trafficata, ed è impossibile che il cadavere si trovasse lì quel mattino. Godfrey controlla i vestiti, e capisce che qualcosa non torna: l’uomo è vestito di tutto punto, ma non indossa la maglia, che è stata rimossa; sembra che qualcuno l’abbia spogliato e rivestito senza accorgersi della mancanza. A sostegno di ciò, le scarpe sono state allacciate al contrario, come se non fosse stato Adamski stesso a calzarle di persona; anche la patta dei pantaloni è stata lasciata aperta. Sui suoi vestiti, inoltre, non c’è una traccia di polvere. Impossibile. Ci troviamo in un deposito di carbone, per centinaia di metri quasi ogni cosa è coperta di polvere nerastra. Ma Adamski no, i suoi abiti sono immacolati, come se fosse riapparso lì, su quella pila, dal bel mezzo del nulla. Godfrey controlla meglio il corpo, e scopre che presenta delle strane bruciature sul collo e le spalle.

Decisamente, pensa Godfrey, questo non sarà un caso semplice.

Il corpo di Adamski viene spedito al coroner, che conferma la causa della morte: attacco cardiaco. Il medico legale però è decisamente perplesso: Adamski è scomparso da cinque giorni, ma non ha sofferto né la fame né il sonno, non presenta segni di percosse né di violenze, a parte le bruciature, che sono state causate due giorni prima da una strana sostanza gelatinosa sconosciuta, che i tecnici del laboratorio di analisi della polizia non sono in grado di identificare. Il coroner nota inoltre che la lunghezza della barba non coincide; è cresciuta di poco, quindi il giorno prima del ritrovamento la vittima ha avuto modo di radersi e, se è stata rapita, è difficile che il suo aguzzino gli abbia permesso una cosa del genere. Come notato da Godfrey, non c’è traccia di carbone sotto le dita o sulla pelle, segno che Adamski non si è arrampicato volontariamente sulla collinetta.  Si è trattato, dunque, di un omicidio. E Godfrey conosce anche l’assassino, o meglio gli assassini: ad uccidere il cinquantaseienne Zigmund Adamski sono stati, sembra alcuna ombra di dubbio, gli alieni.

Sei mesi prima dello strano caso di Zigmund Adamski, Godfrey dichiara di aver avuto un incontro ravvicinato con un UFO. Il 28 novembre 1979, a notte fonda, viene inviato dal distretto ad indagare su una mandria di mucche che è sparita nel nulla ed è riapparsa all’improvviso in una proprietà privata. Alle 5:00 del mattino, Godfrey sta guidando lungo la Burnley Road A646 di Todmorden, a circa un chilometro e mezzo dal deposito di carbone, quando vede qualcosa ai bordi della strada. Sembra trattarsi di un autobus a due piani uscito dalla carreggiata, e l’agente accende le sirene dell’auto per andare a controllare. Avvicinatosi si accorge di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Di fronte a lui un disco volante che aleggiava ad un metro da terra, emettendo una debole luce. Spaventato, corre a chiedere aiuto via radio, ma questa non funziona, così come la sua automobile di pattuglia. L’oggetto non emette alcun rumore, ha una forma che ricorda vagamente un diamante, con la parte superiore fissa e quella inferiore che ruota lentamente su sé stessa. Poi, d’improvviso, si ritrova a decine di metri dal luogo dell’incontro. Sono passati 45 minuti, e l’uomo ha un buco temporale di oltre mezz’ora. Godfrey, confuso su quello che gli è successo, per essere certo di non essere impazzito gira l’auto e torna indietro, solo per scoprire un’enorme chiazza asciutta nel bel mezzo della strada bagnata dalla pioggia. Godfrey è stato vittima di un incontro ravvicinato del quarto tipo.

Godfrey è convinto che gli extraterrestri abbiano ucciso Adamski, e si siano liberati del corpo nel deposito di carbone. Volendo credere a questa teoria, tutto tornerebbe. Il gel misterioso, il fatto che sul corpo non ci sia la polvere (potrebbe essere stato abbandonato direttamente dal disco volante), e le strane bruciature sulla pelle. Tutto torna, mettendo la parola fine alla morte di Zigmund Adamski. Se si vuole crederlo.

Se invece gli UFO non fanno per voi, mi spiace, ma questa storia resta senza un finale. Senza alcuna prova, con decine di indizi impossibili, il caso Adamski viene abbandonato qualche mese dopo, rimanendo senza soluzione.

L’unica teoria plausibile viene avanzata nel 2005 da John Hanson e David Sankey, della BUFORA, l’associazione inglese per la ricerca sugli UFO. In base alle testimonianze raccolte all’epoca del caso, sembra che Adamski non avesse alcuna intenzione di partecipare al matrimonio previsto per il giorno dopo, a causa di tensioni familiari con due invitati, marito e moglie, che avevano ottenuto contro di lui un ordine restrittivo. Hanson e Sankey credono che quest’uomo misterioso abbia rapito Adamski, rinchiudendolo in un capannone, dove è stato stroncato da un attacco cardiaco.

Ad oggi, il mistero della strana morte di Zigmund Jan Adamski resta ancora insoluto.

 

Cos'è successo realmente a Zigmund Adamski?

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La tortura bianca

Di metodi di tortura, ripresi dall’antichità, ne abbiamo già parlato. Quella di oggi, invece, è una sottile tortura psicologica, che può durare anche anni, portando la vittima sull’orlo della pazzia: la tortura bianca.

La tortura bianca (شكنجه سفيد) è una sevizia tipica dell’Iran, applicata sopratutto a prigionieri politici. Si tratta di esporre il prigioniero ad una deprivazione sensoriale a larga scala, partendo da quella visiva: tutto ciò con cui si è in contatto è bianco. Ci si ritrova rinchiusi in una camera quadrata insonorizzata dipinta di bianco, senza finestre, con porte a scomparsa e luci in diversi punti per evitare di gettare ombre. Tutto è tristemente, asetticamente bianco. Le guardie sono invisibili, nascoste all’esterno della cella, ed utilizzano calzari imbottiti per non fare rumore. Lì fuori potrebbe anche esplodere un ordigno nucleare, e nessuno nella stanza se ne accorgerebbe. Col passare dei giorni si perde l’uso degli altri sensi: ogni cosa nella cella è liscia, desensibilizzando il tatto; si viene nutriti solo con riso in bianco, insapore, perdendo così il gusto e l’olfatto; come già scritto non si sente alcun rumore, affievolendo l’udito.

 

 

L’alienazione arriva dopo poche settimane, portando allucinazioni e follia: qualsiasi cosa pur di sfuggire quell’enorme, infinito candore.

Uno degli esempi più noti di vittima della tortura bianca è quello di Seyyed Ebrahim Nabavi, uno dei più importanti ed autorevoli giornalisti iraniani, seviziato nel Carcare di Evin (Iran) come prigioniero politico, e liberato nel 2004.

Da quando ho lasciato Evin non riesco più a dormire senza assumere sonniferi. È orribile. La solitudine non ti abbandona mai, anche una volta che vieni liberato. Tutte quelle porte che ti si chiudono dentro… Ecco perché la chiamano la tortura bianca. Ottengono quello che vogliono senza colpirti fisicamente. Conoscono abbastanza di te per manipolarti con quello che ti dicono: possono farti credere che il presidente è stato deposto, che hanno rapito tua moglie, che qualcuno di cui ti fidavi ha rivelato loro delle menzogne su di te. Comincia a rompersi qualcosa dentro. E quando ciò avviene, ti hanno in pugno. E allora confessi tutto. – Seyyed Ebrahim Nabavi in un’intervista del 2004 a Human Rights Watch

Altro caso famoso è quello di Amir Fakhravar, uno studente rapito a soli 17 anni dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana, che ha trovato il coraggio di raccontare la sua storia.

Non riuscivamo a scorgere alcun colore, tutto nella cella era bianco, il pavimento, i nostri vestiti e persino la luce accesa 24 ore al giorno era bianca. Ci nutrivano solo con riso in bianco. Non vedevamo alcun colore e non sentivamo alcuna voce. Fui imprigionato per otto mesi, finché non riuscii più a ricordare neanche i volti di mio padre e mia madre. – Amir Fakhravar

Si potrebbe pensare che la tortura bianca sia appannaggio di paesi mediorientali, che molti considerano arretrati decenni rispetto agli occidentali. In realtà casi del genere avvengono anche da noi, come ad esempio nella cattolicissima Irlanda del Nord, o nella “colonna della libertà”, gli Stati Uniti.

Un esempio simile alla tortura bianca fa da sfondo al numero 212 del maggio 2004 di Dylan Dog, Necropolis.

 

 

Se volete cercare di comprendere minimamente come ci si sente nella cella bianca, fate questo piccolo esperimento: tappatevi le orecchie con delle cuffie insonorizzate, sedetevi a terra ad un metro da una parete bianca e fissatela più che potete. Provate a parlare, se vi va, tanto non riuscireste a sentirvi. Fissate solo la parete. Finché non sprofonderete anche voi nell’abisso bianco che vi circonda.

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Il Ku Klux Klan – Cos’è, la storia, il credo e l’organizzazione

Simbolo stesso dell’odio razziale, il Ku Klux Klan è una delle più antiche organizzazioni segrete che lotta per la supremazia della razza bianca ed il nazionalismo estremo. Le loro vesti bianche, macchiate del sangue degli uomini di colore, hanno infestato per secoli le campagne statunitensi, fino ai giorni nostri.

Ma cos’è realmente il Ku Klux Klan?

 

 

Il Ku Klux Klan è stato creato per rigenerare il nostro sventurato Paese e per riscattare la razza bianca dall’umiliante condizione in cui è stata recentemente precipitata dalla nuova repubblica. Il nostro principale e fondamentale obiettivo consiste nel mantenimento della supremazia della razza bianca in questo Paese. – Incipit del credo del Ku Klux Klan

Il Ku Klux Klan (anche chiamato KKK o Klan) viene fondato a Pulaski (USA) la vigilia di Natale del 1865, da sei reduci dell’esercito della Confederazione da pochi mesi uscito sconfitto dalla Guerra di Secessione. Le parole Ku Klux derivano probabilmente dal greco kuklos (κύκλος), che significa cerchio. Basati su una visione distorta del Protestantesimo, i principi del Klan si possono riassumere in un estratto del libro Red Summer – L’estate del 1919 e l’ascesa dell’America Nera di Cameron McWirther, giornalista del Wall Street Journal.

[L’obiettivo del Ku Klux Klan è] Difendere la santità della casa e la castità della femminilità; mantenere la supremazia bianca; insegnare e fedelmente infondere una più alta filosofia spirituale attraverso un ritualismo esaltato; ed attraverso una devozione attiva conservare, proteggere e mantenere intatte le peculiari istituzioni, i diritti, i privilegi, i principi e gli ideali del puro Americanismo. – Cameron McWirther

Sebbene inizialmente le attività del gruppo passino praticamente inosservate, in pochi mesi molte associazioni con ideali simili si formano nel sud degli Stati Uniti. Il KKK diventa lentamente un movimento di ricostruzione, i cui ideali di supremazia bianca vengono espressi con feroci atti di violenza, inclusi omicidi e stupri, che porteranno l’organizzazione a macchiarsi più avanti anche di atti di terrorismo. Un congresso del 1867 a Nashville (USA), presieduto dal generale confederato Nathan Bedford Forrest (talentuoso stratega e criminale di guerra), fa conoscere il KKK al grande pubblico, ed un numero impressionante di nuovi adepti si accalca ogni giorno dinanzi alle sedi dell’associazione. Già in questo periodo il Klan indossa le tipiche tuniche bianche che l’hanno reso tristemente famoso.

Questa [il Ku Klux Klan] è una cosa buona. Una cosa dannatamente buona. Possiamo impiegarla per mantenere i negri al loro posto. – Nathan Bedford Forrest

Il KKK, sotto il Grande Mago Forrest, dichiara i suoi obiettivi: aiutare economicamente le vedove e gli orfani di guerra dei Confederati, contrastare gli ideali Federali, opporsi all’estensione del voto alle persone di colore. Se il KKK vuole davvero mantenere il sud degli USA come pochi anni prima, l’unica cosa da fare è entrare in politica. Quando i Federali abbandonano il sud, i Confederati riottengono il potere: benché non possano reintegrare le leggi che consentono la schiavitù, sono in grado di crearne ad hoc per limitare la libertà dei neri. Il clima di tensione che si viene a creare genera scontri che spesso terminano nel sangue, che porteranno Forrest, preoccupato della piega violenta che sta prendendo l’associazione, a scioglierla ufficialmente nel 1869. Questa decisione pone fine al primo Ku Klux Klan.

Le idee, sopratutto quando sono pessime, prima o poi tornano a farsi sentire.

 

 

Il Giorno del ringraziamento (25 novembre) 1915 viene fondato ad Atlanta (USA) il secondo Ku Klux Klan dal colonnello William Joseph “Doc” Simmons, ex professore della Chiesa Metodista Episcopale. Parallelamente a quanto succede in Germania (e quanto avverrà meno di trenta anni dopo) nella popolazione bianca degli USA è crescente il malcontento legato ai problemi economici che incombono sul Paese. Banchieri ebrei, neri, mendicanti e rom sono accusati della crisi economica. Simmons, folgorato dal film La nascita di una nazione di David Llewelyn Wark Griffith decide così di agire, ma in maniera più imprenditoriale rispetto al primo KKK: la confraternita avvia le attività nel 1921, e sin da subito i guadagni sono notevoli. I ricavi vengono reinvestiti, tra le altre cose, nell’ingaggio di reclutatori a tempo pieno, che hanno l’incarico di diffondere il verbo del KKK ed aumentare il numero di iscritti. Facendo leva sul già citato malcontento nazionale e sugli ideali patriottici degli statunitensi, il Klan raggiunge nel 1925 circa quattro milioni e mezzo di confratelli attivi su tutto il territorio americano. Fittamente inserita nella politica, la società governa segretamente molti stati degli USA, attraverso personalità di spicco di entrambi i partiti. Questo regime ombra crolla pochi anni dopo, a seguito dell’omicidio di Madge Augustine Oberholtzer, una maestra stuprata ed uccisa dal Gran Dragone dell’Indiana David Curtiss “Steve” Stephenson. L’assassinio, di una brutalità innata, porta l’opinione pubblica a riflettere sulle reali intenzioni del Klan: stroncate dagli scandali che seguono il processo, centinaia di migliaia di membri lasciano la confraternita, minandola dalla fondamenta. Alla fine degli anni ’30 si contano poche migliaia di membri, attivi sopratutto (circa 25.000) nella Legione Nera dell’Ohio guidata da William Shepard. Dedita all’omicidio di socialisti e comunisti e vestita di nero in ricordo dei pirati e delle camicie nere fasciste, la Legione Nera getta il Midwest degli USA nel terrore, fino all’omicidio di Charles Poole. Poole, impiegato della Works Progress Administration, viene rapito ed ucciso da dodici membri della legione, che verranno in seguito processati e condannati. La sentenza porta allo scioglimento ufficiale delle Legione Nera.

Una società segreta che pratica omicidi rituali, conosciuta come Legione Nera, è stata scoperta a Detroit. Alcuni membri sono implicati in un omicidio. La polizia crede si tratti di una divisione del Ku Klux Klan, che non presenta più di 10.000 adepti. I suoi principi sono la lotta ai negri, ai cattolici ed agli ebrei. – The Sydney Morning Herald, 25 maggio 1936

Con lo scandalo legato alla Legione Nera il Ku Klux Klan, che sta già affrontando un periodo di forte crisi, riceve il colpo di grazia: il Klan si scioglie nel 1944.

 

 

Negli anni ’50 e ’60 numerose associazioni locali vengono battezzate Ku Klux Klan, rifacendosi agli ideali violenti del primo Klan. Attivo sopratutto a Birmingham, USA, il nuovo KKK contrasta ferocemente la politica razziale permissiva dello stato dell’Alabama, sfociando in un numero impressionante di episodi violenti: i membri prendono di mira le case (circa 40) delle famiglie di colore facendole saltare in aria con l’esplosivo. Per comprendere l’entità dell’evento, basta pensare che in quegli anni Birmingham riceve dalla stampa il soprannome Bombingham. Il 21 marzo 1981 due membri del Klan uccidono l’afroamericano Michael Donald, impiccandolo ad un albero di Mobile (USA). La sentenza è di morte per uno degli assassini ed il carcere a vita per l’altro, più il pagamento di 7.000.000 di dollari da parte del KKK. Stroncato dal debito contratto, il Klan cade in bancarotta.

Attualmente nel mondo esistono circa 150 cellule del Ku Klux Klan, per un totale di 15.000 membri.

 

 

Il KKK, oggi come all’alba della sua era, si è sempre coperto di un alone di mistero, frutto della fusione di logotipi come i cavalieri teutonici e la Massoneria e altri derivati da una struttura originariamente di stile militaresco. Ecco i ranghi del secondo e terzo Klan, in ordine discente di importanza.

  • Mago Imperiale: capo supremo del Klan.
  • Klonsel Imperiale: avvocato supremo.
  • Kleagle Imperiale: direttore, riceve tutte le notizie dei Grandi Goblin.
  • Grande Goblin: capo di un Dominion, un’area che comprende più Stati.
  • Kleagle Re: capo di un Reame, che corrisponde ad uno Stato.
  • Kleagle: capo di un territorio sottoposto ad un Reame.
  • Ciclope Esaltato: capo di un Klavern, una sede locale.
  • Terrori: ufficiali dei Ciclopi Esaltati, attivi in un Klavern. Di seguito elencati.
    • Klaliff – vicepresidente.
    • Klokard – docente.
    • Kludd – cappellano.
    • Kligrapp – segretario.
    • Klabee – tesoriere.
    • Kladd – maestro cerimoniere.
    • Klarogo – guardia interna.
    • Klexter – guardia esterna.
    • Klokan – capo del Klokann Board, gli affari interni.
    • Nottambulo – reclutatore.

 

 

Articolo basato su una domanda inviata da Agostino C.


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Sensabaugh Tunnel

Nel mondo esistono molti luoghi che spaventano gli incauti viaggiatori, e tra questi merita certamente una menzione il tunnel di Sensabaugh. Omicidi, riti satanici ed apparizioni spettrali sono solo alcuni degli eventi descritti da centinaia di internauti che hanno osato avvicinarvisi. Sensabaugh Tunnel è un luogo fuori dal mondo, in cui le automobili si spengono di colpo, e risuona agghiacciante l’urlo di una donna intrappolata nel buio per l’eternità.

 

 

A ridosso della Big Elm Road di Kingsport, USA, Sensabaugh Tunnel si staglia poco distante da una grande costruzione chiamata Rotherwood Mansion. Costruito intorno al 1920, ad oggi è solo lo spettro della solida costruzione che fu: le mura interne sono imbrattate da una moltitudine di graffiti, ed il cemento è crepato in molti punti. Il tunnel non appartiene ad un’arteria cittadina importante, così solo gli abitanti del luogo lo attraversano. Anche perché, diversi anni fa, nel suo freddo abbraccio ha avuto luogo un omicidio.

Girano molte storie sulla vera natura del delitto. Ed in ognuna c’è un bambino. La più famosa è quella che segue.

Un senzatetto, sfiancato dalla fame e dalla fatica, chiede asilo bussando alla porta della famiglia Sensabaugh, che abita nella zona del tunnel. I Sensabaugh sono persone dal cuore gentile, ed accolgono in casa il poveretto, offrendogli cibo ed un letto caldo dove passare la notte. L’uomo, però, non si accontenta, e nottetempo cerca di rubare dei preziosi gioielli che appartengono alla proprietaria. Il signor Edward Sensabaugh, svegliatosi di soprassalto, afferra la sua pistola e la punta contro il malvivente, che lesto afferra dalla culla il bambino appena nato della coppia. Col cuore in gola, Edward non può far altro che lasciar scappar via il ladro, che usa il figlio come scudo umano. Il senzatetto, al sicuro nel tunnel, abbandona il bambino nel torrente che scorre lungo la struttura, condannandolo a morte certa, e si dilegua nella nebbia.

Altre versioni della storia narrano che i Sensabaugh vivono beati vicino al tunnel, finché un giorno Edward, in un raptus di follia, stermina la famiglia e ne getta i corpi nel torrente. Un’ultima versione racconta di una ragazza incinta rapita ed uccisa nel tunnel.

Si dice che il bambino morto infesti il tunnel, e che spaventi ancora oggi le coppiette che cercano un posto sicuro in cui appartarsi. In molti giurano di aver intravisto il signor Sensabaugh avvicinarsi con passi pesanti nello specchietto retrovisore delle proprie auto. Nessuno si è fermato ad aspettarlo.

Negli anni si sono avvicendati molti avventurieri pronti a sfidare i fantasmi del Sensabaugh Tunnel. Tra questi, gli esperti della Southern States Paranormal Research Society hanno concluso che l’attività paranormale è pressoché nulla. In aggiunta a ciò, hanno avanzato una curiosa ipotesi riguardo i suoni agghiaccianti provenienti dalla struttura: negli anni ’40 Edward Sensabaugh è il legittimo proprietario del tunnel, che viene puntualmente imbrattato dagli adolescenti del circondario. Ora, stando a quanto spiega la SSPRS, Edward è un ottimo imitatore di animali, e si nasconde alla fine del tunnel intonando litanie ferali per far fuggire i fastidiosi ospiti dalla sua proprietà. Negli anni le storie di animali spaventosi si sarebbero succedute, portando la gente a credere più al fantasma di un bambino morto che ad un semplice padrone di casa in vena di scherzi.

A sostegno della falsità del mito del Sensabaugh Tunnel ci sono anche numerose testimonianze di persone che abitano nei suoi pressi, e che vi transitano praticamente ogni giorno.

Vivo a Kingsport, Tennessee, a cinque minuti dal Tunnel. Non è mai successo niente. Io ed i miei amici ci siamo passati forse un migliaio di volte e non è mai accaduto niente di insolito. Mi sarebbe piaciuto, ma sfortunatamente non è successo. – orthotricycle

Ma se è tutto falso, come spiegare la moltitudine di autisti terrorizzati che scappano via dal tunnel in preda al panico? Autosuggestione, probabilmente.

Probabilmente.

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Sfide: La misteriosa fine di Madoka-chan

Quella che segue è la storia di Madoka-chan, una ragazza scomparsa nel 1997 in un paesino tra le montagne del Giappone. Non sono riuscito a scoprire se il racconto è frutto della fantasia o è un fatto di cronaca, ma sono più propenso a pensare alla prima ipotesi. Ad ogni modo, oggi voglio lanciarvi una piccola sfida: siete in grado di scoprire cosa è successo alla piccola Madoka? Buona lettura, e se credete di avere la risposta giusta, scrivetela nei commenti. 😉


In un assolato pomeriggio, Madoka-chan e sua madre erano uscite di case per fare una passeggiata nel parco. Avevano da poco imboccato il viale, che la mamma di Madoka-chan intravide una sua amica, con la figlioletta al seguito. Le due donne si misero a chiacchierare mentre le due bambine scapparono via a giocare.

Passarono pochi minuti, e la madre di Madoka-chan si guardò intorno senza intravedere la figlia. Presa dal panico, corse verso l’altra bambina.

Dov’è Madoka-chan? – chiese la madre con voce tremante.

Stava giocando con la sabbia insieme a me – rispose la piccola – finché non mi ha detto che voleva giocare sullo scivolo, ma a me non piace e così sono rimasta a giocare nella sabbia e lei è andata via.

Le due donne setacciarono tutto il parco, chiamando a squarciagola il nome della piccola Madoka-chan, ma inutilmente. La bambina sembrava svanita nel nulla. La madre, con la voce rotta dal pianto, chiamò la polizia e denunciò la scomparsa della figlioletta. Poco dopo chiamò il marito, per comunicargli la terribile notizia.

La polizia cercò nell’area intorno al parco, ma della piccola Madoka-chan non trovò alcuna traccia. I suoi genitori restarono a lungo nel luogo della scomparsa, ma invano, finché non giunse la notte. Col cuore grondante dolore, tornarono a casa, dove il pianto li accompagnò fino a che crollarono dal sonno.

La polizia aveva assicurato che avrebbe trovato la bambina, ma dopo un mese non ci furono progressi nell’indagine. Sei mesi dopo, Madoka-chan era ancora introvabile, ed i suoi genitori avevano quasi perso la speranza. Quando passò un anno, la polizia visitò la casa della coppia asserendo che, con tutta probabilità, Madoka-chan era ormai morta.

Mi dispiace – disse il capo della polizia – ma abbiamo fatto del nostro meglio. Tutto ciò che era in nostro potere è stato fatto, ed è ora di guardare in faccia la realtà. Non la troveremo mai. Le indagini si concludono così, ed il caso resterà irrisolto.

I genitori non accettarono le parole della polizia. Giurarono che avrebbero dedicato la vita alla ricerca della loro adorata Madoka-chan.

Per non lasciare nulla di intentato, si decisero a contattare un medium, nella speranza di scoprire un nuovo punto di vista sul caso. Si rivolsero così ad una donna famosa per le sue abilità psichiche, che si diceva avesse aiutato la polizia a scovare diversi criminali e a ritrovare persone scomparse.

Quando la medium arrivò, qualche giorno dopo, chiese di essere accompagnata nell’ultimo luogo n cui la bambina era stata vista. La madre ed il padre l’accompagnarono al parco e la fissarono mentre era seduta in mezzo all’erba, con gli occhi chiusi come se si trovasse in uno stato di trance.

Dopo un po’ la medium si alzò lentamente, e chiese alla coppia di riaccompagnarla nella loro casa. Lì girò per le stanze, toccando i vestiti della piccola, le sue scarpette e persino i suoi balocchi. La donna si avvicinò le dita alle tempie e cominciò a sfregarle forte, come se stesse riflettendo. Chiuse gli occhi e trasse un profondo respiro. Infine, con voce singhiozzante, sussurrò: Madoka-chan è viva.

I genitori della bambina si abbracciarono, colmi di gioia. La madre chiese con voce tremante: Madoka-chan… dov’è ora?

Un ampio sorriso incorniciò il volto della medium, che rispose così: il suo cuore batte forte ed i suoi polmoni respirano.

I genitori si reggevano l’un l’altra.

Lo sapevo! Lo sapevo! – urlò la madre trionfante – ma dove si trova di preciso?

Gli occhi di Madoka-chan si estendono su una grande casa adornata con mobili lussuosi – continuò la medium – ed il suo stomaco è colmo solo dei cibi più raffinati.

La madre ebbe il tempo solo di implorare: e allora dov’è Madoka-chan? Dove si trova! Diccelo!

La medium esitò. Una lacrima scese lungo le sue guance.

Lei è dovunque, in tutto il mondo.

I genitori restarono immobili, come statue di cera. Poi, d’improvviso, si accasciarono a terra, quando compresero cosa nascondessero realmente le parole della medium. Il dolore e l’angoscia, infine, presero possesso dei loro cuori, ed un interminabile pianto echeggiò per la stanza che un tempo era di Madoka-chan.


Cos’è successo realmente a Madoka-chan?

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1999

1999 è una creepypasta che narra la storia di un blogger alla ricerca del mistero che si cela dietro un canale televisivo canadese, Caledon Local 21, e dei suoi grotteschi programmi andati in onda nel 1999.

Il racconto è stato scritto dall’utente Giant engineer e pubblicato su Creepypasta Wiki il 19 settembre 2011. La popolarità del testo giunge nel giugno 2014, quando i due youtuber CreepsMcPasta e MrCreepyPasta ne creano un adattamento per il popolare sito di condivisione video. Il 7 luglio 2014 viene aperto un canale YouTube denominato Caledon Local 21, che ha come obiettivo di ricostruire tutti gli episodi di Booby, uno dei programmi presenti nella creepypasta. Dopo aver caricato diversi video, con una numerazione discontinua, tutti gli episodi vengono cancellati e sostituiti il 1° novembre da due filmati: the b returns, in cui Mr. Bear (uno dei personaggi della storia) spiega di essere troppo occupato per portare avanti il suo canale televisivo, e che quindi continuerà la sua opera su internet caricando nuovi episodi de Lo Scantinato di Mr. Bear; il secondo è invece Return to Mr. Bear’s Cellar – Halloween Special, uno speciale di Halloween.

Buona lettura.

 

 

1999

“L’anno è il millenovecento-novanta-nove.”

Questa frase mi riporta indietro al periodo in cui frequentavo la scuola materna, quando avevo cinque anni, e leggevamo ad alta voce la data scritta alla lavagna tutti i giorni. L’anno 1999 è come una macchia nella mia memoria, un ricordo che non andrà mai via, non importa quanto io provi a dimenticarlo. Il 1999 fu l’anno in cui persi il mio primo dentino e salii per la prima volta su un aereo, ma fu anche segnato dalla precoce perdita della mia innocenza di bambino.

La storia di questo ricordo che si rifiuta di essere rimosso iniziò con un nuova (o vecchio) televisore. All’epoca, i Pokémon erano l’ultima moda che imperversa a scuola. Tutti quanti collezionavano giochi, carte e adesivi dei Pokémon e, cosa più importante, tutti guardavano alla TV il cartone animato che li aveva resi famosi. Ovviamente lo facevo anch’io e ogni pomeriggio, al ritorno da scuola, mi attaccavo alla televisione in attesa che alle 17 iniziasse un nuovo episodio. L’unico problema era che mio padre voleva guardare il notiziario delle 17:30, mentre gli episodi dei Pokémon venivano mandati in onda due alla volta uno dopo l’altro, perciò ogni giorno ero costretto a perdermene uno, e mi lamentavo spesso della cosa. Mio padre si stufò di ascoltare le mie lagne, e decise di comprare un altro televisore.

Lo mise nella mia stanza, ma sfortunatamente si trattava solo di un piccolo e vecchio modello a tubi catodici, con addirittura un’antenna da interni a due punte attaccata alla parte superiore. Inoltre, c’erano solo 20 canali disponibili, e tra questi non c’era quello su cui venivano trasmessi i Pokémon. Ricordo che lì per lì ero talmente felice di avere una televisione solo per me che non diedi importanza a tutto queste cose. Dopo aver girato tutti i canali conclusi che valeva la pena di guardare solo il secondo (TVO kids), perciò lo guardai per un po’ di tempo. Passò qualche mese prima che scoprissi il ventunesimo canale. Era un giorno di aprile, e stavo facendo zapping per vedere se da qualche parte trasmettessero i Pokémon. Premetti 21 sul telecomando nella speranza che ce ne fossero di nuovi, e con mia grande sorpresa la mia speranza divenne realtà. Anche mio padre era sorpreso, ma mi lasciò comunque guardarlo perché sembrava che mandasse in onda programmi per bambini. Si chiamava Caledon Local 21, e più tardi scoprii che l’emittente televisiva che lo trasmetteva si trovava proprio a Caledon, nell’Ontario, una città molto vicina alla mia.

I programmi che venivano mandati in onda su Caledon Local 21 sembravano fatti alla buona, e per la metà del tempo che guardavo quel canale non ci capivo niente. Quando crebbi, ogni volta che pensavo a quegli show, realizzavo sempre di più quanto fossero sviluppati mali, e mi chiedevo “Cosa cazzo guardavo su quel canale?”.

La seguente è una lista di programmi ed episodi di serie che ricordo di aver visto su Caledon Local 21, e mi disturba pensare a come io riesca a ricordare certi dettagli, ma ho ipotizzato che cose del genere, una volta vissute, rimangano nella mente per un po’. C’erano solo tre programmi che riuscivo a guardare, forse perché il canale era operativo nel breve lasso di tempo che va dalle quattro alle nove del pomeriggio.

 

Aprile 1999

Booby – episodio 6, “Insieme”: ricordo che Booby era un semplice programma nel quale i personaggi erano delle mani, niente pupazzi o altro, solo mani. Il protagonista era una mano di nome Booby, che si trovava a dover affrontare una situazione diversa in ogni puntata. Il programma durava solo 5 minuti, sembrava essere stato girato davanti a un muro fatiscente con macchie d’umidità, e le mani si muovevano su di un tavolo con una tovaglia rossa (sicuramente il budget dello show era molto basso). Questo fu il primo episodio che guardai. La puntata iniziava con Booby che tentava di far uscire del ketchup da una bottiglia. Il programma mostrava la mano che percuoteva il fondo del contenitore per almeno tre minuti. Poi arrivava finalmente un’altra mano, guardava Booby e diceva “Insieme”. Iniziava poi a colpire anche lei la bottiglia, fino a quando, finalmente, del ketchup non schizzava fuori dal contenitore per andare poi a finire sul tavolo (ricordo di aver ridacchiato un po’ durante questa scena). Poi Booby fissava il disastro combinato dal ketchup per qualche secondo, prima di girarsi verso la telecamera che zoommava lentamente su di lui.

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 12: sarebbe un titolo piuttosto sospetto al giorno d’oggi. Questo programma mostrava un tizio in un costume da orso che riceveva ogni giorno un ospite diverso (era sempre un bambino). Era girato con una videocamera (neanche di chissà che buona qualità). La polizia mi ha fatto un sacco di domande su questo programma. L’episodio iniziava con Mr. Bear seduto ad un tavolo che giocava a dama da solo (non lo riconobbi all’inizio, ma era lo stesso tavolo usato in Booby). Rimase seduto lì a giocare per un po’, finché non bussarono alla porta. La videocamera allora si girò verso la porta, mentre bussavano di nuovo. Mr. Bear salì le scale ed aprì la porta, trovandosi davanti a due bambini piccoli. Un bambino aveva più o meno la mia età, mentre la bambina aveva circa 8 anni.

Dopo essersi messo a ballare per la felicità, Mr. Bear iniziò a parlare con i due bambini, ma ricordo di non esser riuscito a capire bene ciò che si dicevano. Poi li fece entrare nello scantinato, che era piuttosto buio, illuminato debolmente da una piccola lampada ad olio sul tavolo. Di cosa successe dopo ricordo solo lui che cantava una canzone che non riuscii a sentire bene (probabilmente a causa di quella grande maschera da orso). L’episodio finì con loro che giocavano a nascondino: i bambini si nascondevano in un armadio e Mr. Bear contava.

 

Maggio 1999

Minestra e Cucchiaio: credo che questo non fosse nemmeno un programma, penso che fosse più qualcosa tipo uno speciale. Quello che so è che smisi di guardare Caledon Local 21 per un po’ perché quel programma mi sembrava troppo stupido; inoltre avevano iniziato a trasmettere i Pokémon dalle 16:30 alle 17:00. Comunque, non ricordo molto di quel programma: c’erano un barattolo di minestra ed un cucchiaio legati con una corda che oscillavano avanti e indietro, come se qualcuno li tenesse e poi li facesse dondolare davanti alla videocamera. La cosa interessante è che era girato in uno scantinato, che sembrava lo stesso scantinato di Mr. Bear. Come ho detto, non ricordo molto, l’unica reminiscenza è il finale.

Il tutto durò un’ora e mezza, con cose che trovavo stupide, come il cucchiaio che inseguiva la minestra cercando di “mangiarla”. Il finale mostrava 7 bambini seduti ad un tavolo (di nuovo, lo stesso di Booby), ciascuno con una ciotola di minestra davanti. Stavano seduti lì a guardare la telecamera, ma avevano dei volti confusi, quasi spaventati. Poi il cameraman prese il barattolo di minestra e disse “Cuuuuuuucchiai pronti?”. E finì così.

 

Luglio 1999

Era estate, e non guardavo Caledon 21 da un bel po’. Finché un giorno, quando ero andato a dormire a casa di un amico, decisi di darci di nuovo un’occhiata. Il mio amico aveva ricevuto una TV per il suo sesto compleanno, quindi rimanemmo svegli fino a tardi (per noi, alle 21:30 era tardi) a guardare la televisione. In quel momento mi ricordai di Caledon 21 e gliene parlai. Decidemmo di vedere se lo stavano trasmettendo, e con nostra sorpresa era così (dovevano aver cambiato l’orario di trasmissione).

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 23: io ed il mio amico trovammo questa puntata molto divertente, soprattutto perché vennero dette delle parolacce. Ad ogni modo, quando ora ripenso a quell’episodio, realizzo che era davvero successo qualcosa di brutto quando era stato filmato. Iniziava con un’inquadratura verticale di Mr. Bear che saliva le scale che conducevano alla porta dello scantinato. Lo schermo si oscurò per circa un secondo, per poi riaccendersi con una dissolvenza, di nuovo in verticale, inquadrando frontalmente Mr. Bear. C’era anche un altro bambino che parlava con lui, che sembrava avere undici o dodici anni.

I due chiacchierarono per un po’ ma non riuscii a sentire quello che si dicevano (di nuovo a causa della videocamera scadente), fino a quando il bambino non iniziò ad alzare la voce. Diceva che era tardi e che sua sorella doveva tornare a casa, e si potevano anche sentire altre voci in sottofondo. Ricordo che allora Mr. Bear disse chiaramente “Vattene a fanculo, non sei stato invitato” con una voce profonda smorzata dalla maschera da orso. Ricordo anche che io ed il mio amico, udita la parolaccia proibita che iniziava con la “c”, ci guardammo l’un l’altro e scoppiammo a ridere, ma poi l’episodio iniziò a diventare più strano. Il bambino si mise a salire le scale, prima di girarsi e dire che sarebbe andato a chiamare la polizia. Mr. Bear corse allora verso il bambino, che iniziò ad urlare e a correre. La scena venne poi tagliata, e l’episodio finì così. Il canale cominciò poco dopo a trasmettere le scariche statiche.

Booby – episodio 42, “Giocando con le forbici”: era un pomeriggio piovoso, e mi stavo annoiando, quindi decisi di guardare il canale 21. Quando misi su Caledon stava appena finendo un programma che riguardava un bambino seduto su una poltrona, però non ricordo cosa stesse facendo. Per quanto riguarda l’episodio di Booby, ricordo che quando lo guardai per la prima volta pensai che fosse una puntata per ragazzi, perché si vedeva del sangue e le scene erano disgustose. Quando la polizia mi disse tutto, seppi a chi apparteneva quel sangue. L’episodio mostrava Booby ed un’altra mano con un nastro intorno al dito mignolo (la fidanzata di Booby). Booby aveva delle forbici, e saltellava avanti e indietro, mentre la sua fidanzata gli gironzolava lentamente intorno senza meta.

Un’altra mano entrò poi in scena, però era più piccola e veniva strattonata violentemente di qua e di là, come se qualcuno da sotto al tavolo la stesse muovendo forzatamente (più tardi scoprii che era proprio così). “Le forbici sono molto pericolose bambini, quindi maneggiatele con cautela” disse Booby rivolto alla videocamera. Mi accorsi che riuscivo a sentire degli urli soffocati, ma non riuscivo a capire da dove provenissero, a causa della cattiva qualità dell’audio.

La fidanzata di Booby afferrò la mano più piccola che continuava a dimenarsi, e Booby le si avvicinò con le forbici. Iniziò con il pollice, aprì le forbici e le richiuse intorno al dito, tagliandone la carne. Il sangue iniziò a colare, e gli urli soffocati divennero più forti. Il bambino di 5 anni che ero allora era profondamente disgustato. Ricordo di aver pensato che forse Booby era uno show fatto per ragazzi o comunque qualcuno più grande di me. Mentre facevo queste considerazioni, Booby stringeva sempre più la presa sulle forbici. Le lame arrivarono all’osso, e si udì un orribile scricchiolio. Fu allora che spensi la televisione. Non ne parlai mai con mio padre, perché avevo paura mi vietasse di guardare la TV.

 

Agosto 1999

Dopo quell’episodio di Booby non volli guardare Caledon 21 per un po’. Durante il mese di agosto, però, crebbe in me la curiosità di vedere altri episodi de Lo Scantinato di Mr. Bear per qualche ragione. L’ultimo episodio di Mr. Bear che avevo visto era strano, e in esso venivano dette delle parolacce, cosa che mi aveva anche fatto pensare che quel programma fosse pensato per ragazzi. Tuttavia, decisi di guardare Caledon 21 mentre mio padre era occupato.

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 28: apparentemente, questo episodio di Mr. Bear venne mandato in onda per l’intero mese di Agosto. È stato studiato molto dalla polizia. All’inizio dell’episodio, Mr. Bear era seduto su di una sedia e parlava ai telespettatori. Diceva: “Ciao bambini! Volete visitare il mio scantinato? Per farlo, scrivetemi una lettera a questo indirizzo!”. Appariva poi una schermata bianca con una scritta in sovrimpressione fatta di lettere di colore diverso l’una dall’altra, che rimaneva fino alla fine dell’episodio.

La scritta era un indirizzo. E indovinate cosa feci? Mandai una lettera a Mr. Bear, o a quel bastardo malato che lo impersonava. Lo feci più che altro per curiosità, e mio padre fu d’accordo perché pensava che Mr. Bear fosse un innocuo programma per bambini, anche perché non aveva mai visto niente di quello che veniva mandato in onda su Caledon 21. Scrissi quindi una letterina con la migliore calligrafia di cui ero capace. Ricordo di scritto soltanto di quanto desideravo incontrare Mr. Bear, e ricordo di aver chiesto se anche Booby viveva nello stesso scantinato. Mio padre la spedì all’indirizzo di cui aveva parlato Mr. Bear nell’episodio (che per qualche ragione era stato mandato in onda per tutta la giornata).

Passò circa una settimana prima che ottenessimo una risposta, e ne rimasi sorpreso. Conservo ancora quella lettera, che ricevetti il 15 agosto 1999. Questo è quanto vi era scritto:

Caro Elliot,

ti ringrazio davvero tanto per la tua lettera, mi piacerebbe tantissimo riceverti nella mia cantina! Qui giochiamo, guardiamo film e andiamo a campeggio nel bosco!

E sì, anche Booby vive qui, lui è un mio buon amico!

Puoi raggiungermi al (la polizia ha tagliato l’indirizzo) a Caledon, Ontario, CA.

Non vedo l’ora di divertirmi insieme a te!

Con affetto, Mr. Bear

Non riesco a credere che mio padre non abbia mai trovato losca l’intera storia, perché mi portò davvero a quell’indirizzo. E fu allora che venne coinvolta la polizia, e iniziarono quelle domande senza fine, e quelle immagini di bambini terrificati, ed il bosco…

Pensare a tutto ciò mi riporta a una domanda, “perché sto scrivendo questo blog?”. Ebbene, quello psicopatico ed i suoi amici fecero cose terribili in quella casa, e ora sembra che stia cercando di rimettersi in contatto con me; il caso è stato riaperto dalla polizia. Tutto questo mi ha riportato al 1999, sono passati dieci anni, eppure sta accadendo di nuovo.

 

[Aggiornamento] 21/09/11

Avete continuato a scrivermi chiedendomi cosa accadde esattamente nel 1999; andrò subito al dunque. Lo scopo di quegli strani programmi era di attirare i bambini alla casa di Mr. Bear, e quello che fece scandalizzò l’intera città.

Mio padre mi portò davvero a Caledon seguendo le indicazioni sulla lettera. La casa era in periferia, in aperta campagna. La ricordo ancora. Sembrava una vecchia fattoria del ‘900. Le finestre erano tutte sbarrate e la casa era in rovina. Mentre ci avvicinavamo, ricordo che mio padre continuava a controllare l’indirizzo, guardando incredulo l’edificio. Poi la porta si aprì.

Mi aspettavo ci fosse Mr. Bear, ma rimasi sorpreso di vedere un poliziotto spuntare dalla porta cigolante. L’agente iniziò a parlare con mio padre e io chiesi subito se ci fosse Mr. Bear nella casa. Il poliziotto fece una leggera smorfia e mormorò “Oddio” o qualcosa del genere, poi iniziò a parlare piano con mio padre, così che io non potessi sentire, ma mio padre mi disse comunque di andare in macchina. Poi tornammo a casa.

Mio padre stette in silenzio per tutto il viaggio. Sentivo che era successo qualcosa di strano. Mio padre non mi disse niente per un po’, e ad ogni modo io non ci pensai più. Canale 21 non fu più trasmesso, e quando cercai di parlarne con mio padre ne negò l’esistenza. Credo di aver avuto 13 anni quando scoprii la verità.

Mi ricordai di Canale 21 un giorno e chiesi informazioni a mio padre. Immagino decise di dirmi la verità, finalmente. Caledon Local 21 era un programma TV locale che andò in onda dall’ottobre del 1997 all’agosto 1999 nella provincia dell’Ontario. L’intera programmazione veniva girata in una casa a Caledon (quella che visitai) e diretta da un uomo che non conosceva nessuno in città. Il canale era visibile solo dai televisori più vecchi, perché il segnale era captato solo dalle vecchie antenne (a frequenza minore). Quell’uomo creò tutti i programmi del canale, che erano diretti ai bambini. Booby era la sua mano, Mr. Bear era lui e sempre lui era il misterioso cameraman e la ragione per cui creò il canale era peggiore di quanto pensai inizialmente. Come avrete già capito, rapiva i bambini e li teneva nel suo scantinato. Ma mentre la maggior parte delle persone pensava che fosse un pedofilo, in realtà voleva usare i bambini per un altro scopo. L’uomo era fuggito la notte prima del giorno in cui arrivai, la notte prima che la polizia iniziasse ad investigare. Non ero l’unico a guardare quel canale.

 

[Aggiornamento] 09/11/11

Vi chiedo scusa per non aver risposto alle vostre domande per tanto tempo, non ho controllato la mia casella di posta elettronica per un po’. Ad ogni modo, lasciate che faccia finalmente chiarezza su quello che so. Tornando indietro ad ottobre, volevo informarvi del fatto che ho visitato la casa che era precedentemente di proprietà dell’uomo che gestiva Caledon 21. Ora ci vivono due donne, che hanno messo su un asilo nido nella struttura… l’ironia della sorte. Ora risponderò alle domande che mi avete inviato tramite email.

D: Conosci altre persone che guardavano Caledon 21 Local?

R: Posso dire che altre persone lo guardavano sicuramente, compresi quei bambini che si vedevano nello show di Mr. Bear. Dopo aver fatto alcune ricerche su Google, ho trovato sul forum Neoseeker delle discussioni nelle quali alcune persone parlavano degli show di Caledon 21 Local. Discutevano di show per bambini che avevo visto anche io, ma anche di altri programmi che non avevo mai guardato. Un utente che si chiamava iamreallife sembrava conoscere ogni show che era stato mandato in onda su Caledon 21 Local. Eccone due che non avevo mai sentito prima:

L’Angelo Caduto e la Vita: iamreallife lo descriveva come un programma abbastanza noioso in cui un ragazzo divagava di fronte alla telecamera su come dobbiamo compiacere Satana e placarlo prima che sia troppo tardi.

Dipingere con l’Anima: iamreallife ed un altro utente di nome sigy92 ne parlavano descrivendolo come uno show simile al film “Il mistero della strega di Blair”, perché in esso venivano mostrate delle riprese fatte da un cameraman che gironzolava per una foresta di notte, senza fare nulla di particolarmente interessante.

Cercherò di nuovo quella discussione e vedrò se riesco a linkarvela.

D: Dov’è Mr. Bear, o il ragazzo che indossava il suo costume?

R: Se lo avessi saputo, lo avrei scritto prima. Non ne ho idea, non so se è vivo o morto (spero la seconda delle due). La prossima volta che incontrerò l’amico di mio padre glielo domanderò, magari otterrò una risposta più precisa.

D: Cosa ha fatto Mr. Bear a quei bambini?

R: Questa è decisamente la domanda che mi è stata fatta più volte. La risposta a questa domanda l’ho avuta in ottobre, tramite un amico di mio padre che è un ufficiale della polizia di Caledon in pensione. Apparentemente, l’uomo che impersonava Mr. Bear portava i bambini fuori dalla casa, nella foresta lì vicino. La polizia non sa esattamente cosa gli fece lì, ma sono stati ritrovati 16 corpi carbonizzati di bambini di un età compresa tra i 4 ed i 13 anni in un fosso largo e lungo 15 piedi nel profondo della foresta. L’amico di mio padre non è voluto scendere nei dettagli, ma lo vedrò il prossimo martedì, e proverò a estorcergli più informazioni.

Questo è tutto quello che so, per ora. Grazie per l’interesse che dimostrate di avere per il mio blog, cercherò di raccogliere più informazioni possibili per il prossimo post. In realtà, sono sempre stato piuttosto interessato anch’io a questa vicenda. Dovrebbe essere un mio diritto sapere cosa diavolo è successo in quella foresta.

 

[Aggiornamento] 01/02/12

Mi dispiace non aver postato nulla per un po’, ma ho praticamente smesso di interessarmi al blog da quando sono arrivato ad un punto morto nella ricerca di informazioni circa l’identità del proprietario di Caledon Local 21.

Comunque, qualche settimana fa, un miracolo! Inaspettatamente, sono riuscito a trovare delle risposte dal padre di un bambino a cui facevo da babysitter. Vive dall’altra parte della strada dove abito, e facevo da babysitter ai suoi figli quando erano più piccoli; è disoccupato. Viveva nei boschi fuori Caledon ed ha assistito alle attività del proprietario del canale. Si chiama Anthony Pollo.

Quando viveva nel suo piccolo bungalow fuori dai boschi, ci si avventurava spesso per farsi una canna o due prima di ritornare al suo lavoro (era un artigiano). Mi ha detto che gli capitava di sentire voci di bambini dal profondo del bosco oltre ad una luce distante. Mi ha detto che questi eventi iniziarono nel tardo 1997 (nota: è più o meno quando Caledon Local 21 iniziò a trasmettere). A quanto pare, si seccò di questi avvenimenti ed andò ad investigare.

Poi mi ha descritto tutta la scena che si trovò di fronte. C’era un gruppo di bambini (da 13 a 17 fanciulli) dai 5 ai 12 anni raccolti intorno ad un grande focolare. Con loro c’era un solo adulto. Pollo si avvicinò per parlargli (notando il suo aspetto trasandato, da drogato, e il suo continuo contorcersi) e gli chiese cosa stesse facendo nella foresta con i bambini. L’uomo disse che erano in campeggio, cosa che facevano spesso. Pollo, non sospettando nulla (Caledon ha uno dei tassi di criminalità più bassi del Canada) se ne andò, dicendogli solamente di non fare troppo chiasso. Si è fermato un attimo e poi mi ha detto che non furono più silenziosi, anzi qualche volta ha sentito i bambini cantilenare ad alta voce in una lingua che non conosceva. Non si è preso la briga di parlare di nuovo con l’uomo, dato che si sarebbe trasferito di lì a poco.

Gli ho detto che quell’uomo era probabilmente il proprietario di Caledon Local 21, ma secondo lui non era così, dato che aveva sentito da molti altri abitanti della zona che stava per trasferirsi a Pickering. Quindi, ecco cosa so ora:

  • l’uomo portava spesso i bambini nel bosco “in campeggio”;
  • il focolare che mi ha descritto Pollo potrebbe essere la fossa in cui sono stati trovati i corpi dei bambini;
  • i bambini visti da Pollo sono probabilmente quelli trovati morti;
  • l’uomo si è trasferito in una città chiamata Pickering (una piccola cittadina a Est di Toronto).

Ne parlerò con l’amico di mio padre (l’ex poliziotto) per vedere se tutto questo corrisponde con ciò che la polizia sa a proposito dell’uomo. Voglio anche vedere se sa altro su ciò che veniva trasmesso su Caledon Local 21.

 

[Aggiornamento] 20/03/12

Buone notizie, ragazzi. Ho parlato con l’amico di mio padre, e lui mi ha rivelato un sacco di informazioni. Per prima cosa gli ho chiesto se la polizia avesse mai scoperto qualcosa sull’uomo che gestiva Caledon 21 Local, e lui mi ha detto che hanno seguito gli stessi indizi per anni, e non hanno mai trovato un sospettato. Ad ogni modo, la polizia regionale del Peel possiede alcuni dei nastri magnetici ritrovati nella casa da cui Caledon 21 Local veniva mandato in onda, e mi ha portato alla stazione per mostrarmene alcuni. Credo di non aver ancora detto molto al riguardo dell’amico di mio padre, si chiama Mitchell Wilson ed è un uomo simpatico, che sembra comprendere la mia sete di informazioni su quello che accadde in quella casa nei tardi anni ’90. Lui pensa che mio padre abbia sbagliato a non parlarmene per così tanto tempo.

Mi ha portato alla stazione di polizia sulla Davis Road (per chi non lo sapesse è la più grande stazione di polizia di Caledon, e una delle più grandi nell’intera regione del Peel). Ogni stazione della regione possiede alcuni nastri magnetici, quella sulla Davis ne ha tre. Li ho guardati tutti e tre. Per ovvie ragioni, non mi è stato consentito di portare a casa mia nessuno dei tre nastri.

Booby – episodio 2, “Gli amici sono come fiori”: questo è uno dei primi episodi di Booby. La qualità del video era peggiore del solito (forse venne girato con una videocamera ancora più vecchia), ma l’episodio era stato girato nel solito posto in cui erano ambientati anche gli altri episodi di Booby. L’ho riconosciuto all’istante. La puntata iniziava con Booby che ondeggiava avanti e indietro davanti alla telecamera. Dopo pochi secondi entrava in scena anche un’altra mano, molto più piccola, che sembrava appartenere ad un bambino.

La mano più piccola iniziava subito a saltellare con entusiasmo, prima di raggiungere Booby e unire le sue dita insieme per “baciarlo”. Dopo pochi secondi Booby afferrava la mano più piccola e la stringeva forte. Continuava a stringerla per almeno dieci minuti, poi la videocamera faceva una panoramica e le due mani uscivano di scena. La panoramica continuava fino a quando la videocamera non inquadrava una margherita appassita. La videocamera zoomava sul fiore, e quando si fermava si riusciva a udire una voce di bambina fuoricampo, che diceva “Gli amici sono come fiori nel giardino della vita”. L’episodio finiva così.

Dipingere con l’Anima – episodio 10, “Spazzatura gettata via”: Dipingere con l’Anima era uno degli show di cui parlavano iamreallife e sigy92 su Neoseeker. L’ho detto alla polizia, e loro mi hanno detto che 12 episodi di questo programma vennero mandati in onda su Caledon 21 tra il 5 dicembre 1997 e l’8 gennaio 1998.

Esattamente come iamreallife e sigy92 lo avevano descritto, l’episodio si apriva con le scene riprese da un cameraman che girovagava in una foresta. Sembrava che le riprese fossero state fatte di sera, perché pareva che il sole stesse tramontando. Il cameraman camminava lungo un sentiero fino a raggiungere una zona in cui c’era un sacco di immondizia buttata tra le foglie.

La camera riprendeva cartacce, bottiglie, sacchetti e scatole, stando attenta a soffermarsi su ognuno di questi rifiuti per almeno due secondi. Si fermava poi in un punto, mentre una voce fuori campo iniziava a parlare. Ricordo che era una voce molto timida e tranquilla, e credo di averla sentita in qualche altro programma di Caledon 21 Local. Riuscivo a malapena ad udire ciò che stava dicendo, ma comprendevo che stava principalmente parlando di quanto gli umani siano pattume, e di qualcos’altro che aveva a che fare con l’ottenere la salvezza eliminando l’immondizia (noi). So che in fin dei conti suonava molto stupido, ma udire quelle parole mi fece provare comunque una sensazione di terrore… voglio dire, quella foresta era probabilmente il posto in cui erano stati ritrovati i corpi, no?

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 25: quando l’ufficiale di polizia è entrato nella stanza con il nastro di questo episodio, mi sono lasciato scappare un “Oh merda” e ho ridacchiato a voce un po’ troppo alta. Ovviamente ho avuto addosso gli sguardi dei presenti, ma Wilson ha parlato loro della mia piccola esperienza con Mr. Bear, e di come ancora conservo quella lettera che mi ha mandato. Come negli episodi precedenti in questo episodio il protagonista era un uomo che indossava un costume da orso mascotte.

L’episodio iniziava con Mr. Bear che camminava saltellando verso il tavolo con la tovaglia rossa, mentre teneva una bottiglia di succo d’arancia tra le mani (o zampe?). Sul tavolo erano disposti sedici bicchierini e una bottiglia più piccola contenente un liquido misterioso. Mr. Bear versava una quantità uguale di succo d’arancia in ogni bicchierino, all’interno dei quali faceva poi cadere, dopo aver aperto la bottiglietta più piccola, una goccia del liquido non identificato. Mr. Bear usciva poi dalla visuale della videocamera, si udivano alcuni rumori ovattati come quello di passi strascinati e poi l’uomo riemergeva da dietro la posizione della videocamera.

Era seguito da 16 bambini, alcuni sembravano avere un’età sui 4 anni, mentre altri sembravano essere praticamente adolescenti. Quando tutti i bambini erano entrati nel campo visivo della videocamera, l’ufficiale della polizia ha commentato che questo è l’unico episodio in cui vengono mostrate tutte e 16 le vittime.

I bambini sembravano tutti più o meno contenti, tranne uno, che aveva lividi visibili sul volto e, diversamente dagli altri bambini, sembrava avere un’espressione più impaurita. Sembrava di 11 o 12 anni, e questo dettaglio mi ha permesso di riconoscerlo. Era quel bambino che aveva chiesto di sua sorella e dopo era andato incontro ad un destino sconosciuto alla fine dell’episodio 23, quello che avevo guardato durante il mese di luglio del 1999.

Quando l’ho detto all’ufficiale lui ha confermato la mia ipotesi, e mi ha detto che quel bambino è stato presente anche nell’episodio 24, che è stato mandato in onda solo alle 15:00 sempre durante luglio del ’99, del quale la polizia non ha ancora ritrovato la registrazione su nastro magnetico. Mr. Bear iniziava poi a cantare una canzone che parlava degli agrumi e di quanto ci fa bene la vitamina C (riuscivo a fatica a comprendere il testo perché i suoni erano attutiti dalla maschera da orso) . Ogni bambino beveva poi il succo di frutta dal proprio bicchiere (il bambino dell’episodio 23 in maniera più riluttante), e la puntata finiva.

Dopo aver visto le registrazioni sui nastri magnetici in possesso della stazione di polizia sulla Davis, sono soddisfatto, ma solo per ora. La polizia continua a raccontarmi le stesse stronzate sul creatore di Caledon 21, mi ripetono che era un pedofilo feticista e apparentemente anche un seguace di una setta religiosa, ma io voglio ancora sapere la verità sull’intera storia. Adesso uscirò dal blog, e per prima cosa mi dedicherò all’università per un po’, poi cercherò di ottenere informazioni. Spero di poter tornare a scrivere il prima possibile.

 

[Aggiornamento] 12/05/12

Il 17 aprile ho finalmente preso la mia patente G2 (nell’Ontario, ti permette ti guidare un’auto da solo e con passeggeri dopo sei mesi). Chiaramente ne ho subito approfittato e sono andato a Caledon per una “gita domenicale”. Dal momento che è da tempo che non scrivo un aggiornamento, ho pensato di poter visitare la casa dove veniva girato il famigerato programma della mia infanzia. La casa aveva un aspetto differente dall’ultima volta che l’ho vista ad ottobre. L’edificio non veniva più usato come asilo nido ed era abbandonato. Comunque, c’era un cartello “Vendesi”, a dimostrazione del fatto che appartiene ancora a qualcuno, sebbene voglia disfarsene.

La casa abbandonata mi riportò alla mente dei ricordi sfocati, principalmente di quel giorno in cui mio padre mi portò a visitare Mr. Bear. Mi assalì un certo timore: cosa succedeva ai bambini mentre stavano in quella casa? Ho salito le scale della porta principale e ho sbirciato dalla finestra. Dentro si vedeva un corridoio quasi vuoto con qualche scatolone in fondo.

Alla fine del corridoio, sulla destra, c’era una porta che probabilmente conduceva alla cucina. Sulla sinistra c’erano due porte, che conducevano entrambe a delle stanze visibili dalle finestre esterne. Mi chiedevo dove fosse l’entrata della cantina e se fosse stata sigillata. Sono andato sul retro della casa e ho avuto la risposta: due porte di legno per terra ad un angolo quasi piatto erano sigillate con un lucchetto; probabilmente portavano alla cantina. Non volendo gironzolare lì intorno (non potete immaginare cosa mi passava per la testa in quei momenti) mi sono allontanato.

Dietro la casa il campo vuoto continuava finché non raggiungeva una fitta foresta che delimitava l’orizzonte. Mi chiedevo se quella fosse la foresta dove vennero ritrovati i corpi dei bambini. Mi sono detto “Fanculo” e mi sono incamminato verso la foresta. Il bosco era stranamente silenzioso, salvo il rumore regolare di qualche picchio che forava un albero in lontananza. Ho proseguito con prudenza, avventurandomi nel profondo della foresta, non dando molta importanza al fatto che non avessi idea di dove stessi andando. Non so come spiegarlo, ma sentivo che c’era qualcosa che dovevo trovare. Arrivai in una zona meno fitta e c’erano delle piccole case in lontananza. Mi passò per la mente la casa di Pollo e mi chiesi se una di quelle era la sua. Mi avvicinai ad una radura in cui vidi tre ceppi adeguatamente dimensionati intorno ad un’area scura, bruciacchiata (evidentemente era stato acceso un piccolo fuoco in quel punto).

“HEY! FUORI DAI COGLIONI DAL NOSTRO FORTE!”

Quelle parole mi fecero quasi venire un infarto. Mi girai alla mia sinistra e c’erano due persone vestite di nero che correvano verso di me. Inizialmente pensai di scappare via, ma quando si avvicinarono vidi che erano solo dei ragazzini, probabilmente di 13 o 14 anni, magari anche 12. Quando mi furono vicini, anche loro si resero conto della mia statura: io sono alto 1,86 m, mentre loro non erano più alti di 1,75 m (uno poteva anche essere di 1,70). “Abbiamo detto… levati dai coglioni” disse con convinzione il più grosso, che indossava una maglietta degli Spliknot. Mi piantai a terra e feci spallucce. Il più piccolo, che indossava una maglietta dei Metallica prese e mi puntò contro un balisong. “No, non vuoi farlo davvero.” dissi con una voce profonda, seria (cercando di sembrare più duro possibile) e presi il mio cellulare.

I due ragazzi si ritirarono e quello con la maglia dei Metallica mise via il coltello. “Senti amico, non ci piace avere gente nel nostro forte, non puoi andartene e basta?” disse quello con la maglia degli Slipknot, ovviamente intimidito. Non avevo nulla da fare nella foresta, quindi mi limitai ad un semplice “Va bene” e mi girai, prima di realizzare di avere una grande opportunità. “Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di un tizio che uccise un gruppetto di ragazzi in questi boschi circa… 13 anni fa?” ho chiesto loro. I due si guardarono confusi, poi quello con la maglia dei Metallica rispose “Sì… TUTTI conoscono quel tizio” mi rispose, parlandomi come se fossi stupido. Il ragazzo con la maglia degli Slipknot continuò “Vive ancora da queste parti, nel canale fognario… un amico di mio fratello maggiore dice di averlo visto in un costume da orso gironzolare per la foresta di notte”.

Il mio istinto mi disse che probabilmente era una bugia, e sebben il proprietario di Caledon Local 21 era sparito da tempo, continuava ad esistere nelle tradizioni di questa isolata comunità. Ma come umano, il pensiero dell’ignoto mi attirò. “E dov’è il canale fognario?” chiesi (solo per curiosità, non credetti realmente alla storia del bambino). Il ragazzo con la maglia dei Metallica mi ha fissato per un momento, guardandomi tanto infastidito quanto incuriosito. “Non sei di queste parti, vero? Perché sei venuto qui?”, chiese. Ammetto che quella domanda mi prese un po’ alla sprovvista, ma comunque pensai che avrei anche potuto spiegare perché ero lì, per evitare che fraintendessero le mie intenzioni. Raccontai ai due bambini della mia esperienza con quell’uomo e con Caledon Local 21, e dissi loro che ero venuto a cercare una fine a quella storia (nonostante non ne fossi proprio sicuro).

I ragazzi sembravano conoscere il canale televisivo, dato che si guardarono e sorrisero quando lo nominai. Diventarono anche più amichevoli e mi diedero un’accurata descrizione di come trovare il canale fognario. Dopo poco, ho deciso semplicemente di girarmi e di tornarmene a casa per la strada dalla quale ero venuto, lasciando i bambini nel loro forte. Ora vi starete chiedendo perché ho lasciato fuori tutti i dettagli su quello che mi hanno detto quei due ragazzi proprio ora, ma è semplicemente perché ho deciso di concludere il racconto di ciò che ho raccolto oggi.

Ecco ciò che i ragazzi mi hanno detto nei dettagli:

  • la caditoia è più avanti del forte dei bambini, nella stessa direzione in cui io stavo andando;
  • il tubo di scarico riversa l’acqua piovana in un piccolo fiume, e lì vicino c’è un parco giochi che la gente usa raramente;
  • l’uomo probabilmente vive nel grande tubo di scarico che riversa l’acqua piovana nel fiume, la gente lo ha visto, sebbene indossasse sempre una maschera o un costume intero da orso mascotte. Nota: non credo che questa storia sia vera, penso che sia invece un semplice mito inventato dai residenti di Caledon. La storia non sembra ad ogni modo plausibile: perché nessuno ha chiamato la polizia? Quell’uomo non è sembrato sospetto a nessuno? E ci sono anche altre domande come questa che rendono questa storia poco credibile;
  • potrei visitare la caditoia. Non perché credo a questa storia, ma semplicemente per avere una scusa per visitare Caledon di nuovo e non lasciar morire questo blog (senza più nastri magnetici da guardare, non so più di cosa parlare!).

Grazie per il continuo supporto che date a me ed al mio blog. So che molti di voi vogliono più informazioni su quello che è successo a Caledon nel 1999, e farò del mio meglio per continuare le ricerche ed aggiornare il topic. Qui Elliot, chiudo.

 

[Aggiornamento] 04/10/12

Wow, quasi 5 mesi dall’ultimo aggiornamento. Immagino che tutti pensino che io sia morto, vero? Fortunatamente non lo sono. Comunque, parlando seriamente, sono stato davvero impegnato gli scorsi mesi, ed un blog che parla di qualcosa che avrebbe potuto uccidermi da bambino è abbastanza in basso nella scala delle mie priorità. Attualmente vivo a Waterloo, Ontario, e frequento la facoltà di ingegneria informatica dell’Università di Waterloo (sì, sono un appassionato). Come potete immaginare, studiare ingegneria non è una passeggiata, e ovviamente ho quasi dimenticato questo blog. Ma come potete vedere, sono tornato.

Mi sono ricordato di visitare il canale fognario di cui mi avevano parlato i bambini di Caledon. Era in una radura tra le zone boscose, vicino ad una palude. Sfortunatamente, non ho trovato assolutamente nulla; ad eccezione di una tartaruga che si è ritirata nella sua casa incorporata quando mi ha visto. Ho scattato qualche foto e le ho anche postate. Inoltre, lasciate che vi dica che NON era un canale fognario come avevano detto i bambini

Quello che visto era un semplice tubo, probabilmente per incanalare l’acqua in entrata alla palude. Quando sono tornato da Caledon, comunque, ho solo continuato a rimandare di uppare tutto finché mi sono completamente dimenticato del blog. Non mi sembrava semplicemente più importante (perdonatemi vi prego) finché, recentemente, non mi sono interessato al mio caso di nuovo. Il 10 settembre ho ricevuto un’email da questo indirizzo: [email protected]

Divertente, vero? Beh, questo è solo l’inizio. Vi copio e incollo qui l’email che questo tizio mi ha inviato:

Caro Elliot,

Mio caro, caro ragazzo,

mi sei mancato davvero tanto, oh quanto sei cresciuto! I tuoi occhi scintillanti sono rimasti gli stessi però, quegli occhi in cerca di avventura, oh, immaginarli porta calore al mio vecchio cuore di orso. Quel giorno che sei venuto a farmi visita ero così felice che ero uscito a raccogliere fragole. Mi aveva detto che saresti venuto a trovarmi! Oh sì, me lo aveva detto, che saresti venuto a trovarmi!

E presto, presto non sarai più solo! Mi dispiace davvero tanto non averti potuto salutare quando sei venuto, non una, ma due volte! Non preoccuparti comunque, presto potrai finalmente venire a giocare con gli altri bambini. Cercherò di rendere la mia cantina ancora più accogliente!

100 abbracci pelosi,

Mr. Bear

Ora c’è da dire che ovviamente questa mail è finta, ma mi piacerebbe ringraziare chiunque me l’abbia inviata. Il solo leggerla mi ha fatto venire i brividi, ma grazie a lei sono nuovamente pieno di un grande interesse per questa vicenda e per questo blog. Trovo divertente continuare a cercare di risolvere i misteri sui quali mi sono sempre interrogato. Ho parlato al mio compagno di stanza di questa storia e lui ha pensato che la mail fosse vera, e mi è sembrato più spaventato di quanto lo sia stato io per un secondo. Ma poi io ho cercato di minimizzare, e lui si è calmato. Voglio dire, quante possibilità ci sono che quella mail sia stata inviata veramente da Mr. Bear? Come avrebbe fatto quel pazzo a sapere che sono andato a Caledon quella volta? E ancora, come avrebbe fatto a conoscere il mio indirizzo email e sapere che sono ancora interessato alla sua cantina? Ah.

Risponderò a “returntheb”. Wow, anche solo guardando il mittente potete dire che qualcuno aveva intenzione di farmi dare di matto. Non ha funzionato, però, a te che hai mandato quella mail, chiunque tu sia, grazie per aver scatenato nuovamente il mio interesse per questa vicenda. Forse posso sapere di più riguardo quello che è successo a Mr. Bear, o almeno lo spero, perché anche se non credo che quella lettera me l’abbia inviata davvero lui, una parte di me è ancora in ansia per questa storia. Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e siete diventati così avidi di informazioni, è anche per voi che ho deciso di continuare a indagare!

Grazie ragazzi.

 

[Aggiornamento] 09/11/13

Wow, non riesco a credere che questo blog non sia stato ancora cancellato, non ho postato nulla per molto tempo. Ho le mie ragioni, preferisco non parlarne ancora, è stato un anno abbastanza… traumatico per me. Alcuni di voi avevano ragione, non avrei dovuto tornare indietro e provare a svelare i misteri della mia infanzia, ma non sono riuscito a resistere. Sono passati più di dodici mesi dal mio ultimo post e sono successe un sacco di cose. Ricapitoliamo il punto a cui sono arrivato per quanto riguarda l’intera faccenda dell'”incidente di Mr. Bear”.

  • [email protected] non è più in uso, ho provato a mandare una mail a questo indirizzo ma non ho ricevuto risposta. Ho provato a mandarne un’altra a marzo, ma ancora niente;
  • mi sono trasferito a Ottawa (capitale del Canada, per chi non la conoscesse) per l’università, quindi non sono più andato a Caledon e non sono mai tornato a casa nella regione del Peel fino ad ora, per motivi che potete immaginare;
  • ho dovuto farmi un nuovo indirizzo di posta elettronica perché la gente continuava a prendermi in giro mandandomi messaggi nei quali si fingeva Mr. Bear. Grazie (di niente) ragazzi;
  • perché sono tornato su questo blog? Mitchell Wilson (ricordate? l’ex poliziotto amico di mio padre) mi ha chiamato il 23 ottobre per parlarmi di un nastro magnetico che è stato trovato in una succursale della biblioteca pubblica di Brampton. Brampton è la mia città natale, per chi ancora non lo sapesse. Sosteneva che non gli era permesso di discutere del contenuto del nastro perché era ancora sotto osservazione, ma mi ha chiesto di andare a dargli un’occhiata quando sarei tornato a casa. Questo nastro ha rimesso in moto gli ingranaggi del caso, perché tutti sappiamo cosa c’era nelle ultime registrazioni che ho visto. Posso solo immaginare cosa ci sia lì sopra, immagino che debba avere qualcosa a che fare con Caledon Local 21.

Immagino di essere tornato solo per dirvi che voglio mandare avanti questo blog e per ringraziare chi lo segue ancora. Non so quando tornerò, ma quando vedrò il nastro farò un post per parlarvi del suo contenuto. Non so cosa aspettarmi, ma l’idea di guardare quel nastro mi ha reso di nuovo interessato a questo mistero.

– Elliot

 

[Aggiormaneto] – 16/01/14

È stato un lungo anno per me. L’università mi ha fatto passare le solite notti insonni, specialmente da quando mi sono trasferito ad Ottawa che è IL posto migliore per fare festa (sarcasmo). Ma ora sono tornato a casa con mio padre, a Brampton, la città in cui sono cresciuto. Sono tornato a casa il 18 dicembre e sono stato a festeggiare con amici e parenti, o almeno è quello che avrei voluto fare. Quest’anno non sento quell’allegria che avevo di solito in questo periodo del mese.

Per rispondere alle centinaia di email e commenti che ho ricevuto – sì, ho visto quei filmati che l’amico di mio padre (Mitchell Wilson) aveva promesso di mostrarmi. Questi filmati sono come una maledizione, comunque; voglio saperne di più, ma allo stesso tempo voglio dimenticarmi di tutto. Non ho potuto farci nulla, avevo BISOGNO di vedere quei filmati. Non solo per me stesso, ma per tutti voi che siete interessati quanto me a quel misterioso uomo col costume da orso. Comunque, dopo aver visto quei filmati sento di nuovo quel profondo terrore dentro di me, scatenato dal fatto che io sarei potuto essere uno di quei bambini nei filmati, che ora sono morti. Se non avete saltato questo paragrafo per arrivare subito alla parte più succulenta, grazie per essere stati a sentire il mio sfogo.

Venerdì, mercoledì 1° gennaio ho chiamato Mitchell Wilson e gli ho chiesto quando sarei potuto andare da lui a vedere i filmati. Il clima era piuttosto fiacco alla stazione di polizia a causa della nevicata, quindi mi ha detto che sarei potuto andare quando volevo. I filmati si trovavano in una filiale non molto lontana da casa mia. Quindi ho coraggiosamente affrontato le strade fangose e i terribili guidatori di Brampton e mi sono fatto strada fino alla stazione di polizia del Peel situata nel centro della città di Bramalea.

Ho incontrato Wilson alla reception e mi ha portato al secondo piano, in un piccolo ufficio. Mi ha detto di mettermi a sedere e aspettare mentre andava a prendere i nastri. Prima di uscire dall’ufficio, si è girato verso di me e ha detto “So che sei curioso, ma… sei sicuro di volerlo fare?”. Ovviamente lo ero, o almeno così credevo. Inoltre, l’amico di Wilson si è dato molto da fare per farmi venire qui e non volevo sprecare l’occasione. Questa stazione in particolare aveva quattro nastri tra le mani. Ad ogni modo, mi era permesso di guardarne solo tre, perché pare che il quarto nastro fosse troppo danneggiato per girare su un videoregistratore.

Dipingere con l’Anima – episodio 3, “Come spolverare una stanza”: mi ero quasi dimenticato di questo programma, non l’ho mai visto in TV ma avevo guardato un episodio alla stazione di polizia di Caledon. La puntata si apriva con la telecamera che faceva una panoramica di una piccola stanza vuota. C’era una finestra sul muro di fronte alla porte e fuori era buio. Il cameraman camminava verso la finestra rivelando una piccola radura prima di una oscura, fitta foresta a circa 15 piedi dalla finestra. Il cameraman faceva un giro con la telecamera finendo con l’inquadrare la porta e finalmente parlava; “O-oggi sto p-per m-m-mostrarvi come s-spolverare a-adeguatamente una s-stanza”. Ho riconosciuto la voce del cameraman, era la stessa dell’altro episodio: debole, timida, solo che balbettava chiaramente.

A quel punto le cose si sono fatte più strane. Il cameraman puntava la telecamera sui suoi piedi, mostrando un manico di scopa di metallo, e lo prendeva con la mano libera. La sua mano era quella di un uomo bianco, quindi è stato facile accorgermi del sangue fresco e luccicante che la ricopriva. L’uomo poi spiegava che per rendere la stanza pulita, bisognava fare sacrifici. E detto questo l’uomo iniziava a colpire il soffitto con il manico di scopa. Dopo poco c’era un grosso buco sul soffitto, che mostrava le assi di legno di cui era fatto il tetto. Il pavimento era adesso piuttosto in disordine, con pezzi di soffitto che lo ricoprivano formando uno strato di intonaco. L’uomo puntava poi la telecamera sul pavimento e cominciava a rompere i pezzi di intonaco più grossi con i piedi. Poi tornava alla porta e inquadrava con la telecamera il disastro che aveva creato. “E-e-e ora la stanza è… è…”; l’episodio terminava così, prima che potesse concludere la frase.

Wilson mi ha avvertito del fatto che i prossimi due filmati erano più disturbanti. Ho insistito per guardarli lo stesso, sebbene una voce nella mia testa mi dicesse che non avrei dovuto.

Booby, episodio 30 – “Figli della Luce”: si trattava di Booby, uno degli show che avevo guardato quando ero un bambino. Non avevo mai visto quell’episodio prima di allora, e vorrei che fosse ancora così. La puntata iniziava nello stesso modo in cui iniziava ogni altra di quello show che avevo visto. Un’unica mano di un adulto (Booby) si dondolava avanti e indietro. Dopo pochi secondi Booby si girava verso la videocamera e diceva “Le canzoni sono più belle se sono cantate dai bambini!”. Poi la mano usciva dal campo visivo della videocamera, infilandosi sotto al tavolo.

Dopo pochi secondi la scena veniva tagliata all’improvviso e appariva un’altra scena che era stata filmata all’esterno, con la videocamera puntata su un falò in una piccola fossa. Era notte e sembrava che il cameraman si trovasse in una piccola radura in una foresta, ma era difficile capirlo a causa della scarsa qualità del video. La videocamera zoomava sulla fiamma del falò, che ardeva abbastanza regolarmente. All’improvviso, una mano umana veniva spinta nel fuoco da un paio di mani adulte. Era piccola, sembrava quella di un bambino, e veniva trattenuta saldamente ferma in quella posizione dalle altre due. Il suono era assente per i primi secondi ma poi partiva una canzone, che ho riconosciuto essere una canzone della mia infanzia. L’avevo cantata in chiesa o a scuola (frequentavo una scuola elementare cattolica). Se non la conoscete, ecco il link di un suo video su YouTube: Figli della Luce.

Quella canzone è iniziata quando la mano è stata costretta nel fuoco. Ha continuato a suonare mentre la mano lottava per sfuggire alla presa delle altre due, ha continuato mentre la mano diventava color rosso barbabietola e la pelle iniziava a staccarsi, ha continuato mentre il fumo iniziava a risalire dall’arto. Devono esserci voluti solo pochi minuti alla mano per diventare completamente nera, salvo che per i pochi punti in cui si intravedevano le ossa bianche sotto la carne carbonizzata. Cazzo… quell’immagine è impressa nella mia mente. La mano si fermava, rimanendo inerte senza muoversi più. L’episodio poi aveva termine.

Lo Scantinato di Mr. Bear, episodio 30 – Mr. Bear non ha mai cessato di disturbarmi, specialmente dopo quello che era quasi successo quando ero piccolo. Questo episodio era stato girato fuori, in una foresta durante il crepuscolo, e questo rendeva più difficile capire cosa succedeva in esso, anche a causa della pessima qualità delle immagini (marchio di fabbrica di qualsiasi show su Caledon Local 21). L’episodio iniziava con la videocamera che veniva tenuta tra le “zampe” di Mr. Bear che la puntava su sé stesso.

Quella maschera da orso… sembrava più sinistra tra le ombre degli alberi. L’inconfondibile voce soffocata poi ha detto: “Ciao bambini! Oggi farò una cosa meravigliosa per i miei amici: li manderò in una terra lontana dove saranno certamente felici!”. Mr. Bear girava poi la videocamera per inquadrare un ATV con un rimorchio (come questo), ma la cosa che spiccava di più era ciò che c’era nel rimorchio: sette bambini immobili, sdraiati uno di fianco all’altro. “Q-questo è il primo carico, ma molti altri saranno in cammino presto!” ha detto Mr. Bear mentre si girava per puntare la videocamera su una larga tela incerata aperta sul terreno.

Mr. Bear afferrava poi un angolo della tela e la sollevava per mostrare un fossato profondo 12 piedi e largo forse 15. Per il resto dell’episodio, Mr. Bear prendeva ogni bambino e lo buttava nel fosso. Ho chiesto a Wilson se quei bambini fossero morti, e lui ha scosso la testa e mi ha risposto “Non ancora”. Presto tutti i bambini erano nella buca, alcuni in posizioni scomode a causa del modo in cui erano stati gettati lì dentro, ma ancora incoscienti. “La vitamina C aiuterà sicuramente questi bambini durante il loro viaggio!” ha detto Mr. Bear, per poi puntare la videocamera su alcune taniche di benzina accanto a un cespuglio. La videocamera puntava sulle taniche mentre Mr. Bear canticchiava a bocca chiusa, e l’episodio finiva.

Wilson mi ha detto che quelle erano 7 delle 16 vittime che erano state trovate completamente carbonizzate. La benzina è il combustibile che l’uomo che impersonava Mr. Bear ha usato per dare loro fuoco. Un fosso pieno di corpi di bambini che bruciano… chi cazzo farebbe una cosa del genere? Quella sensazione di terrore mi ha pervaso ancora una volta, quando mi sono reso conto del fatto che avrei potuto essere uno di quei bambini.

Wilson mi ha poi spiegato che in precedenza mi aveva mentito e che il nastro in possesso del ramo della polizia di Bramalea in realtà funzionava e mostrava il processo di combustione dei corpi, ma sentiva che non sarei stato in grado di gestire la natura “nuda e cruda” delle riprese. E sapete una cosa? Forse ha ragione. Io quell’episodio non voglio nemmeno vederlo. Sono soddisfatto per ora, ho solo bisogno di mettere insieme i miei pensieri. Il problema è che l’uomo che impersonava Mr. Bear e gestiva Caledon Local 21 è ancora là fuori.

Avrete presto maggiori informazioni.

-Elliot

 

INRI

Tanto tempo fa…

C’era un ragazzo di nome Elliot

Elliot era un ragazzo intelligente a cui piaceva giocare con gli amici

Un giorno lui guardò un adorabile show in televisione in cui c’erano un orso e i suoi piccoli amici

I bambini amavano aiutarsi l’un l’altro come tutti i bravi piccoli dovrebbero fare, ma amavano anche l’orso

L’orso amava i bambini visto che loro erano così bravi ad aiutare lui e l’angelo caduto

I bambini e l’orso volevano giocare insieme per sempre con l’aiuto del loro amico Booby

Ma l’angelo caduto aveva bisogno di più aiuto, e così i bambini dovettero fare l’ultimo sacrificio

Perché questo è ciò che fanno gli amici Elliot

Si aiutano l’un l’altro

Aiutaci Elliot, brucia con noi Elliot

Voglio te Elliot, lui vuole te Elliot

Torna nel mio scantinato

Mi raccomando, ti voglio con zucchero e glassa addosso!

Mr. B.

INRI

 

La Bottega del Mistero
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The Hello Kitty Murder – L’omicidio di Hello Kitty

1999, Hong Kong. Alla stazione di polizia di Tsim Sha Tsui si presenta una bambina di 14 anni, che grida agli agenti di seguirla nel suo appartamento, perché il fantasma di una donna la sta perseguitando da tempo. I poliziotti pensano ad uno scherzo, si fanno quattro risate per quella ragazzina così fantasiosa, ma la piccola è insistente, forse troppo per trattarsi solo di un gioco. Decidono così di seguirla nel modesto appartamento in cui vive, e qualcuno di loro ancora ride a denti stretti di quella fanciulla così ingenua. Poi in un pupazzo viene ritrovato un cranio umano, e nessuno ride più. Questi sono gli eventi che ruotano intorno all’Hello Kitty Murder, l’omicidio di Hello Kitty.

 

 

I poliziotti si trovano al terzo piano di una palazzina di Tsim Sha Tsu, nel distretto commerciale Granville Road, al numero 31 , e fissano scioccati la piccola Hino (nome di fantasia, quello reale non è mai stato rivelato). Hino continua a giurare che l’appartamento è dimora del fantasma di una donna morta pochi giorni prima, una donna che Hino ha aiutato a rapire e torturare con sadico entusiasmo.

Ma riavvolgiamo il nastro.

Fan Man-yee (樊敏儀) nasce nel 1976 in Cina, e quando è ancora bambina i genitori l’abbandonano. Fan cresce nei sobborghi di Hong Kong, e a 16 anni capisce che se non vuole soccombere alla malavita locale, tanto vale farne parte: organizza piccoli furti ed arriva a vendersi in strada perché, intanto, è diventata tossicodipendente. A 21 anni porta la sua attività di meretrice in un bordello di Tsim Sha Tsu, dove la maggior parte della sua clientela è formata da malavitosi della peggior specie. Nel 1997 incontra il trentaquattrenne Chan Man-lok (陳文樂), che diviene ben presto uno dei suoi più fedeli clienti. Chan non è molto diverso dai soliti avventori del bordello, ma quando è sotto effetto di metanfetamine diventa molto violento, e sfoga i suoi istinti su Fan. Dopo un anno di abusi da parte di Chan, Fan smette di vederlo, e come buonuscita gli ruba il portafoglio con HK$ 4.000 in contanti. Chan riesce a farseli ridare indietro, e vuole HK$ 10.000 come risarcimento per il furto subito. Fan non ha tutti questi soldi, e così il 17 marzo del 1999 viene rapita da Chan e da due complici, il ventisettenne Leung Shing-cho (梁勝祖) ed il ventunenne Leung Wai-lun (梁偉倫).

 

 

Fan viene segregata in casa della ragazza di Chan, Hino, con l’intenzione di farla prostituire finché non avrà accumulato i HK$ 10.000 richiesti. Fan, però, viene continuamente vessata dai tre uomini, che arrivano a picchiarla selvaggiamente più volte, portandola quasi alla morte. Nessuno vuole andare a letto con Fan, che esibisce a testa bassa un volto tumefatto dalle percosse, e la ragazza non riesce in alcun modo a sanare il debito. Chan si ritrova così tra le mani una prostituta che non riesce a vendere neanche a prezzi stracciati, ed allora pensa che se non può ricavarci niente dagli altri, magari può usarla per divertirsi da solo.

Fan diviene così l’oggetto delle torture dei tre uomini, che iniziano a pestarla per il solo gusto di farlo, dapprima a mani nude, e ben presto con soprammobili e barre di metallo recuperate in giro. Inizia così un macabro gioco: ad ogni violentissimo colpo, Fan è costretta a sorridere ed urlare quanto è felice di essere picchiata; se non lo fa, Chan ed i suoi amici la percuotono ancor più ferocemente. Le giornate dei cinque coinquilini si dividono tra i pestaggi, i videogiochi e la metanfetamina. Quando i videogiochi stufano o la droga finisce, il divertimento continua infierendo sul corpo martoriato di Fan. La ragazza è confinata in cucina per la maggior parte del tempo, e Chan, Leung Shing, Leung Wai ed Hino sperimentano ogni attrezzo disponibile nella stanza, dalle padelle ai coltelli passando anche per il cibo congelato o in scatola. Arrivano anche ad escogitare un grottesco pensiero: avvolgere Fan in un sacco di plastica ed aprirle ferite su tutto il corpo con degli attrezzi roventi, aggiungendo diversi alimenti sulle varie lesioni per scoprire quale di questi provochi più dolore.

I quattro aguzzini si sentono come degli scienziati del dolore, e provano ogni volta nuove pratiche per infliggere pene sempre più lancinanti alla povera Fan. Un giorno gli viene in mente che se potessero tenere sospesa da terra la ragazza, potrebbero torturarla in più modi contemporaneamente. Così Fan si ritrova legata a dei fili elettrici ad un gancio nel soffitto, dove viene seviziata con le tecniche più disparate. Quando i suoi aguzzini sono esausti, la lasciano appesa.

Finalmente, dopo due mesi di torture, Fan muore durante la notte, da sola, nel bagno.

 

 

Con un cadavere le sevizie non hanno lo stesso gusto, così i quattro decidono di dedicarsi di nuovo ai videogame. Il giorno dopo Chan deve decidere come disfarsi del corpo. Il modo più semplice è farlo a pezzi nella vasca da bagno. Le varie parti vengono bollite per discioglierne i tessuti, ed il cranio lucido viene cucito all’interno di una bambola Hello Kitty sirena. Sebbene quasi tutto il corpo venga gettato via, alcuni parti vengono lasciate imprudentemente in giro per casa, permettendo così agli investigatori di scoprire il macabro omicidio.

Mai in Hong Kong negli ultimi anni una corte ha assistito a tanta crudeltà, depravazione, insensibilità, brutalità, violenza e ferocia. – Il giudice Peter Nguyen al processo per l’omicidio di Hello Kitty

Al processo i tre uomini vengono condannati a vent’anni senza possibilità di uscire sulla parola, con l’accusa di omicidio colposo e rapimento. La pena di vent’anni, in effetti, sembra un’offesa, ma la giuria sentenzia che non hanno ucciso la ragazza intenzionalmente, e che la morte sia sopraggiunta solo a causa delle percosse subite: in pratica, nessuno di loro voleva ucciderla, ma soltanto infliggerle più dolore possibile. Hino, invece, per aver testimoniato contro i tre aguzzini, viene considerata collaboratrice di giustizia e, pertanto, non perseguibile a norma di legge.

Si era rotta e giocare con lei non era così divertente dopo tutto, ma abbiamo continuato lo stesso a torturarla. Non c’era altro che potessimo fare con lei. L’ho fatto per divertimento. Solo per vedere cosa si prova a fare del male a qualcuno. – Hino

La vicenda ha ispirato due film, Ren tou dou fu tang (There is a secret in my soup) di Yeung Chi Gin del 2001 e Pang see: Song jun tin leung (Human Pork Chop) di Benny Chan Chi Shun dello stesso anno.

 

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I cinque bambini scomparsi della famiglia Sodder

Quanto dolore può sopportare una madre? Una madre che fino all’istante della sua morte non saprà mai la fine che hanno fatto i suoi figli. Questa è la storia della famiglia Sodder, e dei loro bambini misteriosamente scomparsi nel nulla durante un incendio.

Siamo a Fayetteville, una cittadina del West Virginia, USA, la notte della vigilia di Natale 1945. I Sodder sono una famiglia numerosa, di origini italiane, composta da George e Jennie ed i loro dieci figli, che vanno dai 3 ai 23 anni. Una grande famiglia organizzatissima, così composta:

  • papà George, trasportatore di carbone impiegato nelle miniere vicino Fayetteville
  • mamma Jennie, instancabile massaia
  • Joe, arruolato nell’esercito e non ancora tornato a casa
  • John, 23 anni, minatore
  • Marian, 17 anni, commessa
  • George Jr, 16 anni, minatore
  • Maurice, 14 anni
  • Martha, 12 anni
  • Louis, 9 anni (ne compirà 10 a Natale)
  • Jennie, 8 anni
  • Betty, 5 anni
  • Sylvia, 3 anni

In casa si respira aria di Natale, ma lì fuori è un brutto mondo, appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, che ha lasciato dietro di sé una lunga scia di morte e devastazione. Non a Fayetteville, dove le miniere di carbone non si sono mai fermate, e hanno garantito alla popolazione della cittadina americana di sopravvivere più o meno indenne al progressivo imbrutirsi del conflitto. Certo, si tratta pur sempre di un lavoro massacrante, sottopagato, col rischio di morire come topi ogni giorno, ma è comunque un lavoro che George, con i due figli John e George Jr, esegue con perizia e dedizione.

Arriva finalmente la sera, e mentre il padre ed i figli maggiori non vorrebbero fare altro che buttarsi a letto, Marian ha portato ai fratellini un bel po’ di giocattoli, che ovviamente i piccoli Sodder accettano con grande entusiasmo. Alla fine mamma Jennie arriva ad un compresso: i bambini potranno restare alzati fino a tardi solo se poi metteranno tutto in ordine. Distrutti dai giochi finalmente anche loro si appisolano, e tutti possono andare a dormire, gettandosi lentamente tra le braccia di Morfeo.

Finché non squilla il telefono.

Poco dopo mezzanotte il telefono al pianterreno squilla febbrilmente. La signora Sodder scende a rispondere, e dall’altro capo del filo c’è una donna che chiede di un uomo che Jennie non conosce. Resta un po’ allibita, e spiega alla donna che probabilmente ha sbagliato numero. Per tutta risposta, dal telefono arriva una risata agghiacciante. Poi tutto tace. Solo uno stupido scherzo, pensa Jennie, e se ne torna a dormire.

Mentre fa per risalire, però, si accorge che le imposte non sono chiuse, e attraverso di esse nota che la luce all’ingresso è ancora accesa. Anche la porta non è chiusa a chiave. Va bene, è stata una giornata movimentata, probabilmente i bambini non hanno rimesso proprio tutto in ordine, ma è una cosa da niente. Imposte chiuse, luce spenta, porta sigillata, finalmente la signora Sodder può andarsene a letto serena. Poi, un rumore secco sul tetto.

Sembra come se qualcosa abbia colpito in pieno il tetto della casa e fosse rotolato giù, come se un uccello, un grosso uccello, ci sia sbattuto contro e fosse svenuto cadendo di sotto. Jennie resta qualche secondo immobile, con i sensi all’erta, ma non succede niente. Sarà stato di certo un brutto tiro del sonno che avanza, meglio tornarsene a dormire. Non è passato molto tempo, l’orologio segna 01:30, e la signora Sodder si risveglia di soprassalto. Sente un odore forte, pungente, acre, come qualcosa di bruciato.

La casa sta andando a fuoco.

Jennie sveglia il marito ed insieme radunano in fretta e furia i figli. John e George Jr sono i primi ad uscire fuori, seguiti da Marian con la piccola Sylvia in braccio, ed infine i genitori. George si rende subito conto che mancano all’appello cinque bambini, e le fiamme stanno divorando velocemente la casa.

Bisogna fare qualcosa, e farla in fretta.

George tenta di rientrare in casa, ma la porta principale è lambita dalle fiamme. Allora spacca un vetro al pian terreno, ferendosi al braccio, ma al di là del fumo tutto è in preda al fuoco, e non è possibile passarci attraverso. Prova a liberare la porta gettandoci sopra un barile d’acqua piovana, ma il freddo dell’inverno ha congelato tutto, rendendo ogni suo sforzo inutile. Il tempo scorre inesorabile. Il signor Sodder si ricorda di avere una scala lì vicino, e potrebbe usarla per salire direttamente al primo piano. Solo che la scala non c’è, è sparita nel nulla. Si aggrappa con tutte le sue forze ad un disperato tentativo di scalare la casa a mani nude, ma inutilmente. C’è ancora una cosa che potrebbe tentare: usare il camion che usa per il trasporto del carbone come base d’appoggio, ma la temperatura è troppo rigida, ed il furgone non ne vuole sapere di partire.

Marian intanto corre dai vicini per chiamare i vigili del fuoco, ma i pompieri hanno difficoltà a capire dove si trova la loro casa. Arrivano alle 08:00 del mattino, ma la casa si è sbriciolata tra le fiamme in meno di 45 minuti. Non c’è più niente da fare.

La polizia arriva sul luogo dell’incendio, ed in due ore conclude che sia stato scatenato da un corto circuito. George però non accetta questa ipotesi, perché l’impianto è stato rimesso a nuovo da poco, e quando le fiamme hanno cominciato a divampare le luci in casa erano ancora accese. Il filo del telefono, poi, è stato reciso di netto, per evitare di chiamare i soccorsi. Ma com’è possibile, se solo un’ora prima dell’incendio la signora Sodder ha risposto ad una telefonata?

I misteri, purtroppo, non si estinguono con l’incendio: i corpi dei cinque piccoli Sodder non si trovano da nessuna parte. Non possono essersi salvati, è impossibile. Ma se sono morti tra le fiamme i loro corpi dovrebbero essere lì, o almeno quello che ne resta. Invece niente, svaniti nel nulla.

La polizia non si occupa granché del caso, ed i bambini vengono dichiarati ufficialmente morti.

 

 

George e Jennie non credono alla storia dei corpi distrutti completamente dalle fiamme, e tentano di tutto per portare alla luce la realtà. Poco tempo dopo, un’altra casa vicino a quella dei Sodder va a fuoco, e tra le macerie vengono rinvenuti sette scheletri: per Jennie è la prova che sia impossibile che i loro bambini siano davvero morti nell’incendio.

Nel 1949 George, con una squadra di volontari, setaccia la sua proprietà palmo a palmo, rinvenendo pezzi di ossa umane ed organi. Analizzati in laboratorio, gli organi vengono etichettati come semplici fegati di manzo, gettati intorno alla casa dei Sodder per gettare discredito sulla polizia locale. Le ossa, invece, appartengono alle vertebre e a due piccoli pezzi della mano di un bambino. Un esperto afferma che potrebbero appartenere ad un individuo di 14 o 15 anni, più o meno dell’età di Maurice. Anni dopo un altro esperto forense dichiarerà che le ossa non presentano segni di bruciature ed appartengono ad un individuo tra i 16 ed i 22 anni. Probabilmente sono state sottratte dal vicino cimitero e nascoste nel terreno dei Sodder, ma non ci sono spiegazioni per un simile gesto.

Nel 1951 i Sodder comprano un enorme cartellone alle porte della città con le foto dei loro bambini scomparsi, offrendo un premio in denaro di $ 5.000 (una cifra davvero ragguardevole per l’epoca) per chiunque sia in grado di svelare il mistero. Qualche anno dopo, non ricevendo risposte utili alle indagini, il premio verrà alzato a $ 10.000, anche stavolta senza nessun riscontro.

 

 

Avvistamenti

Un autista di autobus dichiara di aver visto nei pressi della casa dei Sodder delle palle di fuoco poco prima che l’incendio avvampasse. Le sue dichiarazioni verranno sostenute dal ritrovamento, la primavera successiva, di un piccolo guscio verde simile a quello utilizzato per la costruzione delle bombe al napalm.

Una donna giura di aver visto i cinque bambini scomparsi in un’auto che si allontanava dal luogo dell’incendio, mentre questo era in corso.

La proprietaria di un bar segnala di aver visto i piccoli Sodder la mattina dopo la loro scomparsa, nel suo locale a 50 miglia ad ovest di Fayetteville. I bambini, dopo aver fatto colazione, sarebbero saliti su un’auto con una targa della Florida.

Una donna dichiara di aver visto quattro dei cinque bambini nel suo hotel di Charleston, in South Carolina. Erano accompagnati da due uomini e due donne che le negano ferocemente di parlare con i piccoli. Il gruppo parlava in italiano e si fermò solo per la notte.

 

Sospetti

Uno strano individuo viene fermato per aver rubato la scala dal garage e probabilmente, con l’intenzione di tagliare i fili dell’elettricità per non farsi scoprire, ha tagliato per sbaglio i fili del telefono. La scala viene rinvenuta poco distante dalla casa dei Sodder, lungo l’argine di un fiume. L’uomo non verrà mai indagato, se non per furto. Nessuno verrà mai indagato di niente.

 

Teorie

La teoria più accreditata è che si sia trattato di un rapimento. In molti credono che a Fayetteville vi sia una vera e propria tratta dei bambini, sulla quale la polizia locale corrotta chiude un occhio. Un paio di mesi prima dell’incendio, un uomo di Fayetteville si presenta dai Sodder per vendergli una polizza sulla vita. Al rifiuto della coppia, l’individuo li mette in guardia: se non firmano la loro casa verrà data alle fiamme ed i loro bambini scompariranno nel nulla. Lo stesso uomo farà parte della commissione che dichiarerà l’incendio accidentale.

Alcuni investigatori fanno notare che il signor Sodder è attivo nel trasporto del carbone, un business che da sempre fa gola alla mafia. Molti pensano che sia stata la mafia a rapire i bambini e a trasferirli in Sicilia. Il cognome originale dei Sodder è in realtà l’italiano Soddu, presente sopratutto in Sardegna, ed una famiglia con lo stesso cognome abita a Cinisi, in provincia di Palermo, in Italia.

C’è la possibilità che i bambini siano realmente periti nell’incendio, ma è praticamente impossibile che il fuoco li abbia divorati completamente in meno di un’ora.

 

Il caso Louis Sodder

Nel 1967 un detective scrive un articolo sulla storia dei Sodder. Qualche mese dopo George e Jennie ricevono una foto nella loro cassetta postale: da un lato c’è il volto di un giovane, dalla fisionomia siciliana, e sul retro un messaggio scritto a mano.

Louis Sodder. I love brother Frankie. Ilil Boys. A90135

Probabilmente si tratta di uno scherzo di pessimo gusto, ma mamma e papà Sodder credono fermamente che quello ritratto nella foto sia davvero il loro piccolo Louis, oramai cresciuto. Viene assunto un investigatore privato che cerca di trovare l’origine della foto, ma di lui si perderanno le tracce. Un altro mistero che si va ad aggiungere a questa inquietante storia. Ad oggi l’identità dell’uomo nella foto è sconosciuta, così come il significato della frase. L’unico indizio è quel codice, 90135, che corrisponde al Codice di Avviamento Postale di Palermo, in Italia.

 

 

Il mistero rimane

George Sodder muore nel 1969, mentre la moglie Jennie si spegne nel 1989, senza conoscere la verità dietro la scomparsa dei loro figli. Cinque bambini sono scomparsi nel nulla, forse con il silenzio della polizia comprato dalla mafia. Un altro mistero che probabilmente non avrà mai una soluzione. Ad imperitura memoria della tragedia che ha colpito la famiglia Sodder, è stata innalzata una grande lapide, su cui troneggiano a chiare lettere le ultime volontà di George e Jennie.

DOPO TRENT’ANNI NON È TROPPO TARDI PER INVESTIGARE

La vigilia di Natale del 1945 la nostra casa è stata distrutta da un incendio e cinque dei nostri figli, dai 5 ai 14 anni, sono stati rapiti. Gli ufficiali di polizia hanno imputato le fiamme ad un corto circuito, anche se le luci erano ancora accese dopo che l’incendio era divampato.

L’inchiesta ufficiale afferma che i bambini sono morti tra le fiamme anche se le ossa o altri resti non sono mai state ritrovati e non c’era odore di carne bruciata né durante né dopo l’incendio.

In che modo gli agenti di polizia erano coinvolti? Cosa li ha spinti a farci soffrire questa ingiustizia per tutti questi anni? Per quale motivo non ci rivelano la verità e ci costringono ad accettare queste menzogne?

* La sesta foto ci è stata inviata nel 1967, e mostra Louis che ora si trova in un’altra nazione.

 

Quale è stato il destino dei cinque bambini della famiglia Sodder?

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D&R: Da che deriva la frase: “Lei ha il diritto di rimanere in silenzio e qualsiasi cosa dirà potrà essere usata contro di lei in tribunale”?

In un qualsiasi serial poliziesco ambientato negli USA arriva prima o poi l’arresto del sospettato di turno. Che sia un brutale assassino o un semplice topo d’appartamento, il momento in cui la polizia riesce a prenderlo è certamente emozionante. Ed ogni volta c’è sempre un poliziotto che recita al brutto ceffo un testo che nella sua interezza è così:

Lei ha il diritto di rimanere in silenzio. Qualsiasi cosa dirà o farà potrà e sarà usata contro di lei in tribunale. Ha diritto ad un avvocato. Se non può permettersi un avvocato, gliene sarà assegnato uno d’ufficio. Ha compreso questi diritti così come le sono stati letti?

Questo avviso prende il nome di Miranda Warning ed è stato sviluppato per rispondere ad un processo del 1966, Miranda contro lo Stato dell’Arizona, 384 U.S. 436.

Ernesto Arturo Miranda viene arrestato nel marzo del 1963 con l’accusa di furto a Flagstaff, in Arizona. Successivamente, interrogato dalla polizia, confessa di aver sequestrato e stuprato una diciottenne appena due giorni prima e la ragazza, contattata dagli ispettori, lo riconosce. Al processo l’accusa usa contro Miranda la confessione ed il riconoscimento da parte della vittima, riuscendo a farlo condannare dai 40 ai 60 anni per entrambi i capi d’accusa (rapimento e violenza carnale).

L’avvocato d’ufficio messo a disposizione di Miranda, John J. Flynn, ricorre in appello alla Corte Suprema dell’Arizona che conferma la sentenza espressa dal precedente processo. Flynn, però, pur riconoscendo il suo assistito colpevole, costruisce un insolito programma difensivo: Miranda, in pratica, non ha specificatamente richiesto di volere un avvocato, e pertanto le prove raccolte dalla sua confessione fino al processo dovrebbero essere considerate nulle.

Il caso solleva un vespaio legale, e finisce nelle mani della Corte Suprema degli Stati Uniti, che da’ ragione a Flynn. Il 13 giugno 1966 sentenzia che qualsiasi dichiarazione di un accusato (in arresto o in custodia cautelare) sia non valida ai fini di un processo se quest’ultimo non ha compreso che ha il diritto di restare in silenzio e ad un avvocato. Il soggetto, fondamentalmente, deve sempre e comunque dichiarare esplicitamente di aver compreso i propri diritti ed eventualmente il proprio volere di rinunciarvi.

Miranda viene così riprocessato sulla base della nuova decisione, che esclude la confessione ed il riconoscimento da parte della vittima di stupro, e condannato a solo 20 anni sulla base delle altre prove raccolte. Una volta uscito dal carcere, diviene una sorta di celebrità, firmando i Miranda Warning che gli agenti di polizia portano con sé, almeno finché non viene raccolto dalle autorità il 31 gennaio 1976, sdraiato sul pavimento di un locale, ucciso durante una rissa.


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Bioshock Infinite – Amore, morte, spaziotempo

Il nostro nome è Booker DeWitt, ex‑agente dell’agenzia investigativa Pinkerton. Nel 1912, un uomo misterioso ci lascia un biglietto scritto a mano con poche, semplici parole.

Portaci la ragazza e cancella il debito.

Ci ritroviamo su una barca nel bel mezzo del nulla, scortati da due individui nascosti da lunghi impermeabili, diretti verso un faro. Ma questi non è altro che la porta verso la nostra vera destinazione: Columbia, una città fluttuante fondata da un enigmatico profeta di nome Comstock. Elizabeth è lì, da qualche parte, e sta a noi trovarla.

Bioshock Infinite è uno dei titoli più profondi della storia videoludica, con una narrazione e meccaniche di gioco studiate fin nei minimi dettagli. Nella sceneggiatura c’è di tutto: varchi temporali, teorie quantistiche, amore, odio, vendetta. Ci ritroviamo letteralmente tra le nuvole, in una città dove ogni cosa risplende, dalle insegne dei negozi ai cavalli robotici che trascinano dolcemente le coppiette su cocchi colorati. Ma dove più splende il sole, più nere sono le ombre. Columbia nasconde un cuore marcio, dove i lavoratori sono poco più che schiavi e dove l’agiatezza di pochi è costruita sul sangue di molti, ed il dubbio che ciò che stiamo facendo sia dannatamente sbagliato si insinua sin da quando mettiamo piede sulla città volante. Ma non ci sono condanne, non c’è perdono, solo la realtà dell’animo animo.

Non vi dico oltre sulla trama, ma voglio cercare di spiegare cosa lega Booker ad Elizabeth e che cos’è realmente Columbia. Se non avete ancora finito il gioco, non leggete oltre; se non lo possedete, trovate i link per acquistarlo su Amazon alla fine dell’articolo. Bioshock Infinite è un titolo che non va giocato, va vissuto.

 

 

Prologo

Booker DeWitt è sempre stato un violento sanguinario. Il 29 dicembre 1890, ancora sedicenne, prende parte al massacro di Wounded Knee, in cui il settimo reggimento della cavalleria statunitense trucida circa 300 tra uomini, donne e bambini Sioux, mettendo così fine al conflitto tra i nativi americani ed il Governo. Booker si distingue per la sua innata brutalità: al pari dei nemici che combatte, fa’ a pezzi le sue vittime come trofei, alimentando la sua sete di sangue un’uccisione alla volta.

Dopo la battaglia, però, i rimorsi divorano lentamente Booker, che rifugge il suo passato sul fondo di una bottiglia. Sconvolto, trova una via di redenzione in padre Witting, che gli offre il battesimo come via per lavare i suoi peccati. L’uomo accetta, e per tagliare ogni ponte col suo passato di sangue sceglie un nuovo nome: Zachary Hale Comstock.

Comstock resta affascinato dalle ricerche sulla fisica quantistica, fa’ la conoscenza di una giovane scienziata, Rosalynd Lutece, che è riuscita a creare ponti tra diverse realtà parallele. In una di queste Rosalynd incontra una versione maschile di sé stessa, Robert Lutece, ed entrambi passano sotto l’ala protettrice di Comstock, che li spinge a creare una macchina per aprire nuovi strappi interdimensionali. I due scienziati ci riescono e Comstock, in uno dei suoi viaggi tra le realtà, rimane abbagliato dalla vista di una città sopra le nuvole: la visione lo convince di essere il profeta destinato a realizzare quella città. Ha già in mente il nome perfetto: Columbia.

 

Columbia, la città fluttuante

Forte della sua capacità di smuovere i cuori delle masse e delle abilità scientifiche dei Lutece, il nuovo profeta raduna innumerevoli seguaci pronti a seguirlo nella sua utopia, convincendo il governo statunitense ad appoggiarlo nella realizzazione del progetto, che diviene realtà nel 1893. Anche grazie ai finanziamenti di Jeremiah Fink, un uomo d’affari spregiudicato e visionario, Columbia diviene un prodigio scientifico ed architettonico, completamente autonomo sotto ogni punto di vista: energia elettrica, acqua, cibo, beni di lusso, tutto viene prodotto direttamente nella città fluttuante, senza alcun bisogno di commerciare con le città terrestri. Il progetto visionario di Comstock è costruito per affrontare qualsiasi distanza, consentendo al profeta di dimostrare la sua superiorità attraverso numerose fiere nazionali ed internazionali, seguendo un percorso attraverso tutti gli Stati Uniti con fermate nelle più grandi città. Da terra è possibile raggiungere Columbia con dei razzi di trasporto, autoguidati da un sistema codificato. Per spostarsi nella città sopra le nuvole, invece, è possibile usare comodamente dirigibili di varie dimensioni, chiatte da carico, hovercraft, gondole e Sky-Lines, una sorta di monorotaie su cui vengono spostaste grandi quantità di container merci o a cui aggrapparsi con gli Sky-Hook, uncini tridentati da applicare all’avambraccio sinistro.

 

 

Durante la Guerra dei Boxer in Cina, nel 1900, Comstock viene a sapere che i rivoltosi cinesi hanno catturato e stanno tenendo in ostaggio diversi cittadini statunitensi; senza chiedere alcuna autorizzazione al governo degli USA, Columbia bombarda dall’alto il nemico. Tornato vittorioso, il profeta si aspetta onore e gloria da parte degli Stati Uniti, che in realtà si sono resi conto della potenza bellica della città fluttuante, e decidono di dichiararla ostile alla federazione. Comstock si sente tradito e decide di allontanarsi per sempre dagli USA, innalzando Columbia ad ultimo barlume di puro spirito americano.

Oramai isolato dal resto del mondo, il profeta continua i suoi viaggi nello spazio-tempo, alla ricerca di qualsiasi mezzo possa garantire la sopravvivenza della città tra le nuvole; si rende conto però che la prima cosa di cui ha bisogno è una discendenza: il frutto del suo seme che porterà la sua parola di generazione in generazione. Purtroppo, però, l’attraversare i varchi in maniera sconsiderata lo ha reso sterile, e questo sta a significare il primo passo verso la decadenza di Columbia; i Lutece, rivelandosi davvero dei geni, trovano una soluzione.

 

Anna DeWitt

In una delle realtà parallele visitate dai fratelli, l’allora Booker non ha accettato il battesimo purificatore, affogando i rimorsi ed i debiti di gioco nell’alcool. I Lutece, sotto ordine di Comstock, gli propongono di annullare tutti i suoi debiti se gli consegnerà la figlia, Anna. Booker, oramai sull’orlo del baratro, non può far altro che affidare la figlia a Robert Lutece. Inaspettatamente, però, Booker si pente subito e tenta invano di strappare la bambina dalle braccia dei Lutece e del profeta: il varco tra i due mondi si chiude all’improvviso, strappando alla piccola la falange distale del mignolo della mano destra, che resta nella realtà parallela di Booker.

 

 

Comstock da’ un nuovo nome ad Anna, presentandola al popolo come il frutto del suo seme e l’agnello che guiderà Columbia nel futuro: Elizabeth. Lady Comstock, però, non riesce a volere bene alla piccola e solo per l’amore che lo lega al marito e per la sua figura esemplare per la gente, decide di recitare la parte della madre amorevole. Comstock, intanto, continua a viaggiare tra le realtà alternative, e scopre che Booker in ogni universo tenta di riprendersi la figlia. Il profeta progetta la costruzione di un’enorme statua in onore della neonata, che in realtà diviene la sua prigione; a guardia e protezione di Elizabeth c’è Songbird, un gigantesco uccello antropomorfo biomeccanico. L’uomo, inoltre, mette in guardia il popolo di Columbia da un falso pastore, Booker, che proverà a rapire la piccola, marchiato sul dorso della mano destra dalle lettere AD. Elizabeth, rinchiusa per anni nella torre con Songbird come unico amico, scopre di poter aprire con la sola volontà i varchi interdimensionali, e non solo: è in grado di materializzare oggetti e persone da altre realtà, modificando quella in cui si trova; la sua abilità è data dal fatto che il suo corpo si trova contemporaneamente in due universi paralleli, poiché il pezzo del suo mignolo si trova in un’altra realtà. Elizabeth è un miracolo, e dannatamente pericolosa.

 

Una vita scritta nel sangue

Lady Comstock, stanca di interpretare la parte della madre amorevole, e ben conscia dell’infertilità del marito, decide di rivelare tutta la verità al popolo di Columbia. Il profeta, però, la uccide, riuscendo allo stesso tempo a chiuderle la bocca per sempre e a dare la colpa dell’omicidio a Daisy Fitzroy, leader della fazione rivoluzionaria dei Vox Populi, e ad innalzarla al ruolo di martire. Con la morte prematura di Comstock, Elizabeth in tutte gli universi paralleli fa’ sue le parole del profeta: spinta dalla rabbia e dal desiderio di vendetta, utilizza Columbia per mondare le città terrestri dal peccato, scatenando dal cielo una pioggia di fuoco. I Lutece, inorriditi dal futuro che scorgono negli squarci del tempo, decidono di porre rimedio all’errore: senza farsi riconoscere ingaggiano Booker, colui che ha dato via Anna, affinché possa salvare la ragazza dalle grinfie del profeta e, in un certo senso, da sé stessa.

 

 

Bioshock Infinite

Booker atterra su Columbia attraverso un razzo partito da un faro in mezzo al mare burrascoso. Qui scopre un mondo stupendo, visivamente spettacolare, fondato però sulla menzogna e sul dolore dei deboli. Dopo innumerevoli peripezie, riesce a liberare Elizabeth dalla sua prigione dorata ma, una volta salpati con un dirigibile alla volta di New York, i due vengono intercettati dai Vox Populi, rivoluzionari che stanno cercando di rovesciare il regime dispotico di Comstock, in nome del popolo di Columbia. Elizabeth e Booker riescono a vincere contro il profeta, ma in questo modo distorcono la realtà ritrovandosi in un universo in cui Booker è stato ucciso per portare al potere i Vox Populi, che si rivelano un cancro ben peggiore di Comstock. Braccato dai fedeli del profeta in quanto martire dei ribelli, e dai Vox Populi che lo credono un impostore, l’uomo non può far altro che farsi strada fino al loro leader, Daisy Fitzroy, un cadavere dopo l’altro. Fitzroy uccide Comstock, ed Elizabeth a sua volta la accoltella alle spalle, scappando dall’orrore di ciò che Columbia che è oramai divenuta. Booker, intanto, viene tramortito e rinviene qualche ora dopo. Nella realtà, però, sono passate decine di anni, e l’uomo ritrova il futuro macchiato di sangue che i Lutece avevano tentato di evitare. Elizabeth lo spedisce nella realtà originale, per cercare di porre rimedio agli errori di entrambi.

 

 

I ponti col passato

Booker ed Elizabeth riescono ad arrivare fino a Comstock. Il profeta non oppone resistenza, ma cerca di aizzare la ragazza contro Booker: secondo lui, l’uomo sa perfettamente il motivo dell’amputazione della giovane, ed è direttamente responsabile di tutto quello che accade a Columbia. Booker non sa di cosa il profeta stia parlando, e crede che lo faccia solo per tentare di minare la fiducia di Elizabeth nei suoi confronti: in un impeto di violenza sanguinaria, spacca la testa al profeta e lo affoga in una fonte battesimale. I due scoprono anche come riuscire ad asservire Songbird, usandolo a loro vantaggio in una grande battaglia contro i Vox Populi.

Elizabeth, senza più nulla a legarla a Columbia, apre uno squarcio per fuggire via. I due si ritrovano nel futuro a Rapture, una grande città sul fondo dell’oceano. Qui Elizabeth taglia l’ultimo legame col passato, lasciando che Songbird anneghi tra i flutti del mare.

 

 

La verità

In ogni realtà ciò che ha impedito a Booker di salvare Elizabeth è sempre stato il legame della ragazza con Songbird. È solo quando lei riesce a liberarsi da questo legame che può porre fine al cerchio di violenza infinita. Elizabeth mostra a Booker la verità sul loro passato, facendogli comprendere gli errori commessi ed il sangue versato in nome dei suoi ideali. Booker non è mai davvero cambiato, si è solo rifugiato nel battesimo per sfuggire ai fantasmi che lo tormentavano, rifugiandosi in una falsa sicurezza: non riuscendo a cambiare sé stesso, ha deciso di plasmare il mondo attorno a sé, senza mai pentirsi davvero. L’unico modo per spezzare la catena di eventi è accettare i propri errori, una volta per tutte. Nel luogo del battesimo, le Elizabeth di tante realtà lo affogano, liberando la ragazza dagli orrori del passato e del futuro creati dal padre, finalmente in pace con sé stesso.

 

 

AD. Un marchio indelebile. Il nome Anna DeWitt, la figlia perduta, simbolo della spirale di violenza che Booker si trascina da quando, sedicenne, ha assaggiato per la prima volta il gusto amaro del sangue. Ma ora significa solo l’amore di un padre per la figlia scomparsa, un padre che ha espiato le proprie colpe, con un ultimo, tragico, gesto.

Un’ultima scena suggerisce che esiste una nuova dimensione dove Booker e Anna possono vivere una vita normale. Ma tutto è incerto: quando lo schermo diventa nero sta a noi immaginare se Anna è nella culla ad aspettarci. Quale futuro Booker si merita di vivere.

 

 


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