Tag: Religione

DNA – Dalla banana all’uomo

Sapreste distinguere una banana da un uomo? Ovvio che sì. Ma sapere che l’essere umano e il frutto giallo condividono il 50% del patrimonio genetico, il DNA, forse vi porterà a riflettere.

In realtà non siamo “nati” su un albero di banane, semplicemente quel 50% rappresenta l’eredità comune a tutti gli animali ed i vegetali. Evoluzionisticamente discendiamo tutti da poche semplici forme di vita primordiali; vien da sé che deve per forza di cose esserci un elemento comune che ha legato tutti gli esseri viventi durante il milione e mezzo di anni in cui la vita è sbocciata sulla Terra.

Se non siete biologi o genetisti, vi basta sapere che anche una porzione insignificante di DNA può cambiare drasticamente un organismo. La Drosophila melanogaster, meglio conosciuta come moscerino della frutta, viene usata nei laboratori di tutto il mondo per la facilità di manipolazione dei suoi geni. E così vengono creati in provetta moscerini senza ali, con spine su tutto il corpo, con zampe supplementari e chi più ne ha più ne metta. E la similitudine genetica tra noi e questo insetto è del 60%. Il nostro patrimonio genetico, solo per fare alcuni esempi, è simile al 99% con gli scimpanzé, all’80% con lo Caenorhabditis elegans (un verme terrestre di 1 mm) e condividiamo lo stesso numero di geni di una gallina.

Ancora dubbiosi? Allora vi basta immaginare a quante melodie, sinfonie e canzoni si possono comporre con solo 7 note.

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Il demone di Rakan-ji

Il Giappone, sin dall’antichità, è stato un crogiolo di culture legate a doppio filo con il folklore demoniaco; mostri di ogni genere popolano le terre del Sol Levante, disturbando i sogni e la veglia dei bravi cittadini nipponici. Tra gli innumerevoli racconti del terrore e avvistamenti ce n’è uno che può vantare addirittura una prova fotografica: la storia di oggi è infatti quella del demone di Rakanji.

In estremo oriente è molto diffuso e sentito il culto dei Rakan, o Arhat (अरिहन्त), uomini che hanno percorso la stessa via del venerabile Buddha sino a raggiungere il Nirvana, l’illuminazione assoluta. Uno dei più interessanti templi a loro dedicati è certamente quello di Rakan-ji (羅漢寺) della setta spirituale Sōtō, incastonato tra le montagne di Nakatsu, nella prefettura di Ōita.

La sua storia inizia nel 1337: il monaco indiano Hodo Sennin, mentre vagava tra le rocce del monte Rakan, decise di depositare in quel luogo serafico un’immagine d’oro e rame di Buddha. Lo stesso giorno Buddha si rivelò, chiedendogli di costruire un tempio in suo onore in quel luogo incontaminato. Ovviamente Hodo Sennin fu ben lieto di esaudire la sua richiesta.

 

 

Il tempio svetta su una rupe rocciosa e si sviluppa in numerose grotte, dimostrandosi una vera perla della simbiosi tra architettura orientale e natura selvaggia. All’interno delle stanze scavate nella nuda roccia trovano posto 3.777 statue dedicate a Buddha, comprese 1.000 in onore del dio Bodhisattva Kṣitigarbha e 500 per i Rakan. E tra tante reliquie religiose, nascosta negli angoli più irraggiungibili del complesso, è nascosto il demone bambino.

 

 

Per alcuni un falso, per altri la prova inconfutabile che in mezzo a noi vivano esseri infernali, la foto ritrae quello che sembra il corpo mummificato di un piccolo mostro. La creatura rassomiglia ad un cucciolo di Oni, esseri mitologici del folklore giapponese benigni oppure malvagi, a seconda delle leggende e del periodo storico. Purtroppo un devastante incendio nel 1943 rade al suolo il tempio di Rakan-ji, avvolgendo tutto tra le sue fiamme e lasciando dietro di sé solo cenere e desolazione. Nel 1969 l’intero complesso viene ricostruito, ma del piccolo demone non v’è più traccia.

A dirla tutta, l’unica prova dell’esistenza di questo essere è soltanto questa foto. Se la pergamena che si vede nell’immagine è un semplice rotolo, si potrebbe calcolare che la creatura in piedi misurerebbe all’incirca una quarantina di centimetri, un po’ poco per un bambino deforme e un po’ troppo per animali simili nell’aspetto. Senza contare che ha anche un bel paio di corna che le spuntano dalla fronte.

Nei templi buddisti, di sicuro, c’è molto più di quanto possiamo immaginare.

 

La reliquia di Rakan-ji è davvero il cadavere di un demone?

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Wat Rong Khun – Il tempio bianco

Wat Rong Khun, meglio conosciuto come il tempio bianco (วัดร่องขุ่น) è un tempio buddista ed induista attualmente in costruzione situato nella provincia del Chiang Rai, in Tailandia; l’enorme struttura è stata progettata dall’artista visuale e pittore Chalermchai Kositpipat. L’opera architettonica si rifà al Temple Expiatori de la Sagrada Família di Barcellona, Spagna, e la sua costruzione è iniziata nel 1997, mentre la data di completamento dei lavori, sebbene non sia stata ancora calcolata precisamente, tradizionalmente si immagina sarà il 2070.

Kositpipat è stato a lungo criticato per le scelte stilistiche: il complesso esterno è completamente composto da calce bianca ed innumerevoli specchietti che realizzano deliziosi giochi di luce fanno storcere il naso alla popolazione locale, abituata a tempi centenari dominati dai colori sgargianti. La scelta del colore bianco, come molte altre, è dettata dall’idea di comunicare attraverso importanti simboli evocativi.

Attorno a noi statue che sembrano scolpite nel ghiaccio, con splendide fanciulle a seno nudo disegnate seguendo i canoni tipici dell’arte induista, attorniate da graziose installazioni che fanno bella mostra di sé nell’enorme giardino. Tutto brilla, a rappresentare la purezza di Buddha che irradia la Terra e l’universo intero. Nell’accedere al tempio si abbandona un piccolo semicerchio che simboleggia il mondo come noi lo conosciamo, ed il ponte su cui ci incamminiamo è sospeso su candide mani che sembrano vomitate da un inferno di ghiaccio e neve.

 

 

La bocca di un grande dio dell’inganno ci si paventa di fronte per scoraggiarci dal proseguire, e a poca distanza due enormi giganti umanoidi sembrano sbarrarci il cammino che porta ad uno stagno popolato da pesci biancastri. Se tutto quello che avete visto ancora non vi ha scosso, il bello deve ancora venire, perché l’interno del tempio è molto più strano dell’esterno.

Accolti da serafici Buddha in meditazione su fiori di loto, ci apprestiamo a rimanere a bocca aperta dinnanzi all’iconografia delle pareti interne: la storia di Buddha viene narrata attraverso immagini di Superman, Spiderman, la Stazione Spaziale Internazionale e perfino Neo, l’eletto della trilogia di The Matrix. Una scelta che sicuramente avvicina il pensiero occidentale a quello orientale e che, a dirla tutta, non stona neanche tanto.

A seguito del terremoto di Mae Lao del 5 maggio 2014, Kositpipat annuncia di voler abbandonare il progetto di costruzione e dichiara che il tempio sarebbe stato raso completamente al suolo nei prossimi mesi. Fortunatamente una perizia organizzata per verificare l’entità dei danni comunica che nessuna delle strutture del complesso ha risentito di danni ingenti e che le riparazioni possono essere eseguite senza problemi: l’artista tailandese promette di riportare il tempio alla sua bellezza iniziale e riesce tre giorni dopo la tragica calamità naturale a riaprire l’intera struttura al pubblico.

L’ingresso al tempio è completamente gratuito e nei giardini adiacenti si possono facilmente acquistare souvenir che vanno a finanziare l’enorme spesa necessaria al suo completamento.

 

 

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Pascualita – La sposa cadavere

Pascualita è una bella ragazza dagli occhi marroni e dai lunghi capelli castani raccolti in un grazioso chignon dietro la nuca. Vestita di un candido abito da sposa, accenna un sorriso ai passanti che si fermano davanti alla vetrina de La Popular, il negozio di sartoria da cerimonia che la madre, Pascuala Esparza, ha aperto a Chihuahua, in Messico. Purtroppo, però, quello che ammicca ai curiosi dall’interno del locale è un cadavere imbalsamato.

Quella di Pascualita è una storia sfortunata: nel marzo del 1930, la madre termina di confezionare uno stupendo abito da sposa da regalarle come dono per le nozze, che si terranno di lì a poco. L’abito è stupendo, adombrato solo dalla bellezza della giovane. Purtroppo la morte ha uno strano senso dell’umorismo: poco prima di recarsi in chiesa per il sì, la ragazza viene morsa da una vedova nera e muore in preda agli spasmi tra le braccia inermi della madre.

Si dice che il dolore più grande che possa provare un genitore è dover seppellire il proprio figlio: per la giovane Pascualita non ci sarà nessun funerale. La madre riesce a sottrarre il cadavere alle autorità, lo fa imbalsamare, lo veste dell’abito bianco e lo porta in negozio, dove il 25 marzo 1930 diventa un manichino da esposizione. Può sembrare macabro ed offensivo, ma per Pascuala avere la figlia al proprio fianco diviene l’unica cosa che le permette di non impazzire.

 

 

La comparsa di questo nuovo manichino nella vetrina de La Popular non passa di certo inosservata, e nel giro di poco tempo la situazione degenera; in molti protestano pubblicamente, arrivando anche a minacciare di morte la sarta. Le voci si dilagano, e ben presto il piccolo atelier diviene meta di migliaia di curiosi; molti arrivano spinti da una morbosa curiosità, altri sono mossi da quella innata attrazione per il macabro, ma ci sono anche veri e propri fedeli che venerano la ragazza come una santa. Gli anni passano, e uno dopo l’altro i proprietari del negozio sartoriale si avvicendano nell’attività. Ma dopo oltre 70 anni, Pascualita è ancora lì, immobile, a fissare gli astanti. Mario Gonzales, uno dei proprietari de La Popular, è solito raccontare di quando una donna, nel corso di un litigio col proprio uomo svoltosi di fronte al negozio, è stata colpita da un proiettile; a terra, sanguinante, ha invocato con tutto il cuore il nome di Pascualita, sopravvivendo miracolosamente. Sembra poi che la giovane sia molto inquieta: di notte cambia posizione, i suoi occhi seguono i clienti all’interno del negozio, e a molte commesse gela il sangue nelle vene ascoltando l’eco dei suoi sussurri disperdersi nell’atelier.

 

 

I dubbi se quello nella vetrina sia un manichino o il simulacro di una bella ragazza, però, sono molti. Pascualita è incredibilmente dettagliata, dalle unghie delle mani alle impronte digitali, tutto è davvero realistico, ma mantenere un cadavere in condizioni perfette per così tanti anni è un’operazione estremamente complessa, e pertanto potrebbe trattarsi di un manichino di straordinaria fattura.

Qualunque sia la verità, gli occhi di Pascualita continueranno ad affascinare ed inquietare per molti anni ancora, sia che nel suo petto trovi posto un cuore umano, o uno di plastica.

 

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