Tag: Spazio

Space Bat – Il pipistrello cosmonauta

È il 15 marzo 2009 e gli ultimi sprazzi invernali si affacciano sul John F. Kennedy Space Center di Merritt Island, in Florida. Nel complesso NASA vi è una piattaforma di lancio in particolare, la 39A, da cui sono partite le gloriose missioni Apollo, che diversi anni prima hanno portato l’uomo sulla Luna. Un pezzo di storia dell’umanità, che oggi prevede il lancio dello shuttle Discovery della missione STS-119, con rotta verso la Stazione Spaziale Internazionale. Attorno la pista vi è un brulichio di persone, indaffarate negli ultimi controlli di rito: si tratta di una missione spaziale, dopotutto, ogni minimo errore può costare la vita degli astronauti, nonché danni economici incalcolabili. Solo sei anni prima lo space shuttle Columbia si era letteralmente disintegrato durante la fase di rientro, e nessuno vuole più rivedere ripetersi una simile tragedia. Tutto però va per il verso giusto, i sistemi funzionano, il comandante Lee J. Archambault a bordo avvisa che tutto è in ordine, si è pronti per un nuovo emozionante viaggio nello spazio.

Solo che c’è qualcosa di strano.

 

Missione STS-119

 

Durante il conto alla rovescia, qualcuno si accorge che attaccato al serbatoio esterno c’è un’informe macchia scura, che arranca debolmente, quasi a voler scalare il gigantesco velivolo.

È un pipistrello.

Più precisamente, si tratta di un Molosside, che si è aggrappato con tutte le sue forze al serbatoio dello shuttle e non sembra intenzionato a volare via. Un esperto analizza le immagini, e nota che il piccolo animale ha un’ala rotta, che non gli permette di scappare. O forse non vuole farlo.

 

Space Bat

 

Space Bat resta ancorato al modulo fino alla fine, senza mai dimostrare l’intenzione di fuggire. Non molla la presa quando i razzi si accendono e l’aria è scossa dal rumore assordante dello shuttle in partenza. Non molla neanche quando l’enorme velivolo si alza da terra e prende il volo, su, verso lo spazio. Ufficialmente, Space Bat è morto poco dopo il lancio, incenerito.

L’animale è probabilmente morto in poco tempo durante l’ascesa del Discovery in orbita. – NASA

E così si conclude, in pochi minuti, la tragica storia di Space Bat. Fine.

Io però non voglio credere alla NASA. Sarò un sognatore, sarò uno stupido, ma ho una mia teoria su quello che sia realmente accaduto quel 15 marzo 2009. È solo una fantasia, ovviamente, ma forse questo semplice animaletto può insegnarci molto più di quanto crediamo.

Le stelle sono là, molto al di sopra dei comignoli delle case. – Sir Robert Stephenson Smyth Lord Baden Powell, fondatore dello scoutismo

 

Spae Bat sullo space shuttle Discovery

 

Ecco, a me piace immaginare Space Bat che si libra leggero nel cielo, ma ha qualcosa dentro, un abisso che non riesce a colmare. Certo, vive librandosi tra le onde del vento, ma lui vorrebbe arrivare più su, perdersi nel nero oltre le nuvole, toccare la luna, abbracciare una stella. Solo che un giorno gli si spezza un’ala. È una condanna a morte. Se non vola non può procacciarsi il cibo, e rischia di morire di fame. Ma il piccolo pipistrello non si perde d’animo, e fa di tutto per coronare il suo sogno: volerà più in alto di qualsiasi altro pipistrello, almeno per un’ultima volta. Così si trascina in qualche modo fino allo shuttle Discovery e resta lì impavido, immobile, fino a che il velivolo non inizia il suo viaggio che lo porterà tra le stelle. Se vi piace credere che Space Bat non ce l’abbia fatta, incenerito durante la partenza, per me va bene: è comunque arrivato a volare per l’ultima volta, ed è diventato il pipistrello che più si è avvicinato a sfiorar le stelle. Se poi siete dei sognatori come me, allora Space Bat è riuscito a superare l’orbita terrestre, aggrappandosi con tutte le sue forze ai suoi sogni, ed è diventato il primo pipistrello astronauta della storia, in volo nel cosmo.

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D&R: Vieni sbalzato via dalla tua navicella spaziale; in quanto tempo e come morirai?

Durante un viaggio tra le stelle, la nostra navicella all’improvviso ha un cedimento strutturale, tutto si accartoccia intorno a noi, e finiamo sparati via nello spazio, nel nulla più assoluto, senza neanche il tempo di capire cos’è realmente successo. E senza la nostra preziosa tuta.

Ogni secondo ci sembra lungo un’eternità mentre diveniamo tutt’uno con l’universo. Potremmo finire bolliti dalle radiazioni cosmiche, oppure ci soffocherà prima la mancanza d’ossigeno. O magari la differenza di pressione ci farà esplodere in migliaia di minuscoli pezzettini.

Certo il futuro non sembra proprio dei più rosei.

Contrariamente a quanto si possa pensare, la nostra morte avverrà per semplice soffocamento o, per usare un termine più corretto, in seguito all’ebullismo.

L’ebullismo è la formazione di bolle nei fluidi corporei, generate dalla bassa pressione ambientale. Nel nostro caso provoca l’evaporazione pressoché immediata dell’acqua presente nel nostro corpo – non è fisicamente possibile la presenza di liquidi nello spazio – che ci porterebbe a perdere i sensi in meno di 15 secondi. Si tratta di un evento a cascata, cui seguono ipossia (carenza di ossigeno nell’organismo), ipocapnia (ridotta concentrazione di anidride carbonica nel sangue), e sindrome da decompressione (collasso respiratorio). La morte sopraggiunge dopo solo 3 minuti dall’esposizione.

 

Soyuz 11

 

 

Dei molti astronauti che hanno sofferto degli effetti dell’esposizione al vuoto cosmico, tre sono deceduti: Georgij Timofeevič Dobrovol’skij, Viktor Ivanovič Pacaev e Vladislav Nikolaevič Volkov, periti nella fase di rientro della navicella spaziale Sojuz 11 nel 1971.

 


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D&R: Qual è la stella più grande dell’universo?

La stella più grande attualmente nota è UY Scuti, una supergigante rossa della costellazione dello Scudo, distante circa 9.460 anni luce dalla Terra. Il suo raggio è di 1.708 volte quello del Sole, poco meno di 8 unità astronomiche. Se si trovasse al centro del sistema solare, la sua superficie arriverebbe quasi a toccare Saturno (secondo alcune ipotesi sulla grandezza della stella potrebbe addirittura inglobarne completamente l’orbita).

Per lungo tempo si è creduto che la stella più grande fosse VY Canis Majoris della costellazione del Cane Maggiore, ma uno studio del 2006 ha dimostrato che il suo raggio si attesta intorno a 1.420 quello solare, ben al di sotto di Uy Scuty.

La stella più luminosa è invece Eta Carinae, detta anche η Carinae, Foramen o Tseen She della costellazione della Carena. È luminosa oltre 55.000.000 di volte il Sole.

La stella più brillante del nostro cielo notturno è Sirio, conosciuta come la Stella del Cane.

La stella più massiccia è R136a1, della costellazione del Dorado. La sua massa è pari a 265 volte quella del Sole (M). La seconda e la terza stella più massiccia fanno parte dello stesso ammasso stellare, R136, e sono R136a2 (195 M) e R136c (175 M). La quarta è Eta Carinae, che deteneva precedentemente il primato con 150 M.

La stella a noi più vicina, ovviamente escludendo il Sole, è il sistema stellare triplo Rigel Kentaurus, detto anche α Centauriα Cen, della costellazione del Centauro. Nello specifico, Proxima Centauri dista 4,22 anni luce dalla Terra, mentre Alfa Centauri A e Alfa Centauri B 4,36 anni luce.

Questi dati, ovviamente, sono destinati a cambiare negli anni. Non conosciamo che solo un’infinitesima parte del nostro universo, e quello che c’è lì fuori, nel buio, è ancora tutto da scoprire.


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D&R: Se una mucca non scorreggiasse per un anno, riuscirebbe ad andare nello spazio con un mega peto?

Sì, lo so, sembra una di quelle domande stupide da bar. Ed invece c’è molto più di quanto sembri. Ogni anno una mucca produce circa 85 Kg di gas metano, che viene immesso nell’atmosfera e che alcuni credono possa contribuire all’aggravarsi dell’effetto serra. In realtà i bovini espellono l’aria ingerita durante la ruminazione semplicemente respirando, quindi niente peti né rutti. In teoria, se davvero una mucca trattenesse il metano all’interno del proprio corpo per un anno intero, riuscirebbe a ricevere una spinta tale da farle raggiungere “solo” 5.000 metri di altezza. Un po’ pochini, dato che lo spazio comincia a circa 100.000 metri di altitudine.


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