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The Witch – Trama e teorie

  • The Witch – Trama e teorie
    Media: 4.9 | Voti: 13
  • Un po’ The Village, un po’ Picnic ad Hanging Rock, The Witch, opera prima di Robert Eggers, è prima di tutto un racconto. Una storia che mescola sapientemente folklore, religione (leggasi fanatismo), natura (quella che non ha pietà), ed una famiglia di esuli abbandonati a loro stessi.

    La strega, quella che da il titolo al film, la vediamo praticamente subito. Poco dopo il prologo. E ci si aspetterebbe il classico film con la bellissima di turno che si tramuta nella solita vecchia malvagia ed incartapecorita, sconfitta solitamente da un prode avventuriero.

    E invece no.

    In questa storia niente va come deve andare. I personaggi cominciano a dire cose strane, gli animali si comportano in modo strano, gli eventi prendono una piega strana. Qui tutto è strano.

    I gemellini giocano sempre con un nero caprone, Black Phillip, che a dir loro sembra parlargli. C’è un coniglio foriero di sventura che si palesa sempre nei momenti più infausti. C’è un corvo assetato di sangue e latte che non la smette di allungare la sua nera ombra sulla famiglia inerme. C’è un bosco dove sorge la casa di una strega ancella del demonio.

    O forse no.

     

     

    The Witch – Trama

    New England, 1630 circa. Un uomo del Lancashire di nome William è stato appena bandito da una comunità puritana ed è costretto ad abbandonare il villaggio insieme alla sua famiglia – la moglie Katherine, l’adolescente figlia Thomasin, il figlio minore Caleb ed i due gemellini MercyJonas –  a causa di dissensi di ordine religioso. I sei sventurati, sorretti dalla fede, riescono a costruire una fattoria e ad arare un campo di granturco; la vita sembra arridergli quando nasce il piccolo Samuel, la cui venuta è vista come un segno del Signore misericordioso.

    Affidato alle cure di Katherine, un giorno la ragazzina porta Samuel al limitar del bosco e, in un attimo di distrazione, che dura letteralmente un battito di ciglia, il neonato svanisce nel nulla, forse rapito da una strega che dimora le fronde degli alberi.

     

     

     

    The VVitch

    The Witch è una storia, ed il sottotitolo originale del film, A New-England Folktale, tradotto orrendamente in italiano con Vuoi ascoltare una favola? – roba da appendere gli addetti al marketing per i pollici e lasciarli divorare dai corvi – ce lo ricorda ad ogni fotogramma. Una storia tratta da diari e cronache originali, che ci mostrano non quello che è, ma quello che sembra essere. La realtà non per quella che dovrebbe essere, ma per quella che appare.

    La Storia, quella che ci insegnano a scuola, dice molto semplicemente che i coloni inglesi sono arrivati nel nuovo continente carichi di buoni propositi, hanno convertito gli indigeni locali ed hanno innalzato l’america alla luce del Signore. Stop. In realtà le cose sono andate diversamente. Male. E sin dal principio. Si tratta di estremisti religiosi (leggasi nuovamente fanatici) che attraversano migliaia di miglia d’oceano, migliaia di miglia di niente, per approdare in una terra aliena, in cui non sono benvoluti.

    Il problema però non sono tanto le popolazioni locali – nel film all’inizio si vedono chiaramente tre indiani Wampanoag integrati con la comunità religiosa – né tanto meno la natura selvaggia.

    Il vero nemico è la solitudine.

    Quel senso di abbandono che attanaglia ogni villaggio, unico baluardo dell’essere umano per centinaia di chilometri. L’essere stranieri in terra straniera, con Dio come unica salvezza e senso di una vita votata all’austerità e alle privazioni. Poi qualcosa scatta, la fede viene meno, ed il sonno della ragione genera mostri.

    La famiglia, tra accuse ed atti di stregoneria, si sbriciola dalle fondamenta. Il capofamiglia William è un colono fallito, un padre fallito, un marito fallito, un cacciatore fallito ed un agricoltore fallito. Non che non ci metta la buona volontà, semplicemente ogni cosa che fa si tramuta in cenere. Thomasin sta cominciando a sbocciare, con quella sensualità appena accennata, candida, tipica dell’adolescenza. I gemellini sono due esseri amorfi, infagottati in decine di panni per farli stare al caldo, e per un nonnulla ridono (ghignano). Troppo. Ridono sempre. Come un trapano che ti fora il cervello, come unghie sulla lavagna. Caleb viene colpito da una strana febbre – un maleficio, forse? – che lo fiacca lentamente nello spirito e nel corpo.

    La scena del suo delirio sul letto di morte è quanto di più inquietante abbia mai visto in un film.

    Davvero.

     

     

    Teorie e considerazioni

    Se non avete ancora visto il film evitate di leggere queste righe.

    Le teorie su ciò che accade nel film sono sostanzialmente due. Nella prima, quella razionale, tutto viene spiegato con la muffa del mais, come suggerito in molti punti della pellicola. Si tratta di un potente allucinogeno, così che quella che abbiamo visto non è la storia com’è andata ma come l’hanno vissuta i protagonisti. Quello che vediamo non è mai successo, e nulla è mai stato reale: tutto fila liscio fino al “contagio”, dopodiché la follia prende il sopravvento, in un gorgo di violenza e macabra disperazione, in cui è più semplice dare la colpa delle disgrazie ad un essere soprannaturale che all’incapacità dell’animo umano di accettare la solitudine.

    Nella seconda teoria quello che vediamo è ciò che è accaduto realmente. La strega esiste davvero, ha deviato le menti della povera famiglia finché il diavolo in persona non si è manifestato nella figura del nero caprone, culminata col piegarsi della giovane Thomasin al bacio dell’oscuro signore.

     

     

    Quindi la strega non esiste. Forse.

    Sapete perché non me ne frega niente se la strega esiste davvero? Perché loro credono che esista. Non importa se sia colpa della muffa o che sia la figlia del male la causa di tutte le disgrazie.

    La questione è che ci credono loro.

    Così mentre per noi spettatori, alla fin fine, che la strega sia reale o no conta poco, loro hanno vissuto un incubo. Un incubo reale. In cui gli animali sussurrano frasi di morte, le streghe uccidono gli infanti, ed una famiglia si dilania dall’interno.

    E sì, quando Thomasin arriva ad ascrivere il proprio nome sul grimorio maledetto, vergandolo col sangue, e si addentra nel bosco accompagnata dal demonio Black Phillip, beh allora, alla fine, quando tutto sembra perduto, alla strega ci ho creduto anch’io.

     

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    La strega bambina di Albenga

  • La strega bambina di Albenga
    Media: 5 | Voti: 8
  • C’è una strega ad Albenga, Italia. Gli abitanti della cittadina ligure ne sono terrorizzati, non osano chiamarla per nome, la evitano come la peste e fanno di tutto per non incrociare il suo sguardo. Solo che questa vecchia megera amante del demonio è alta poco meno di un metro e mezzo, e ha 13 anni.

    A settembre 2015 un gruppo di ricercatori del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, in collaborazione con la Aix Marseille Université, diretti dal professore Philippe Pergola, Stefano Roascio e Elena Dellù, sta lavorando alacremente nel sito archeologico di San Calocero ad Albenga, in provincia di Savona. Gli archeologi hanno un gran daffare, dato il numero di corpi rinvenuti, ma restano letteralmente a bocca aperta quando, dalla fredda terra, portano alla luce del sole dopo centinaia d’anni il corpicino minuto di una bambina. Quello che però li sconcerta non è tanto ritrovare il corpo di una ragazzina nel bel mezzo del nulla – nel XV secolo, in cui la bambina è vissuta, la vita media è di 35/40, con una mortalità infantile molto alta – quanto il modo in cui è stata sepolta.

    A faccia in giù.

    Chi veniva inumato in questo modo, era perché si voleva impedire che vedesse la luce della Resurrezione. Era un trattamento che si riservava agli assassini e ai ladri. Oppure era un gesto di superstizione, per far sì che non si potessero rialzare e tornare in vita. Il tardoantico, essendo un periodo di transizione e cambiamento, ha riportato alla luce paure e, appunto, superstizioni. Alcuni sono stati ritrovati sepolti non solo a faccia in giù, ma anche inchiodati a terra: perfino il cranio veniva trapassato e fissato al terreno. – Stefano Roascio

    Lo scheletro appartiene ad una ragazzina di circa 13 anni, alta 1,48 metri che per qualche ragione è stata sepolta col volto sigillato verso la fredda terra. È un’azione meschina, che idealmente preclude al defunto la possibilità di ricongiungersi con Dio e, quindi, condannarlo alla morte eterna. Si usa sopratutto – ancora oggi – quando si sospetta che il morto possa ritornare dalla tomba a mietere vittime, come nel caso di vampiri e streghe, che in questo modo non sarebbero in grado di ritrovare la strada di casa. È un modo come un altro per esorcizzare la paura atavica del revenant, il ritornante, l’essere demoniaco che sfugge persino alla morte per cercare vendetta sui suoi compaesani, presente in numerose culture sparse per il globo.

    È un ritrovamento davvero singolare. Quello che ci lascia a bocca aperta è anche il fatto che questa persona fosse stata sepolta attaccata alla chiesa, luogo che non si riserva certo a chi si vorrebbe punire. – Elena Dellù

    Poco distante da questo primo corpo gli esperti ne scoprono un altro: appartenente ad una donna sulla trentina, mostra chiari segni di bruciatura sul bacino e sul torace, come se fosse stata arsa sul rogo.

    Proprio come una strega.

    Dopo l’inumazione, il cadavere della donna è stato coperto da massi pesanti, come a volerla sigillare in un simulacro di pietra per sempre. Ma c’è di più: la bambina e la ragazza sono probabilmente parenti. In entrambe sono presenti difetti nella saldatura delle ossa frontali, conseguenza del metopismo, una malattia genetica. Sullo scheletro della bambina sono stati inoltre trovati piccoli fori che indicherebbero che la piccola soffriva di anemia e che abbia contratto lo scorbuto, malattie che possono facilmente portare a svenimenti, attacchi epilettici e sanguinamenti improvvisi, tutti attribuibili dagli abitanti del medioevo come chiari segnali di stregoneria o vampirismo.

    Questa [anemia] poteva essere stata causata sia da una malnutrizione durante i primi anni di vita sia da una derivazione genetica. La forte anemia riscontrata potrebbe averle procurato svenimenti o crisi epilettiche che, male interpretate, avrebbero potuto assumere l’aspetto di vere e proprie sindromi di possessione demoniaca. Potrebbe essere una delle spiegazioni di questa inumazione con il corpo rivolto verso il terreno: generalmente vanno considerate come un gesto di autodifesa che la comunità dei viventi attua per impedire il ritorno in vita di una persona vista come negativa. Tale sorte veniva riservata ai suicidi e agli assassini, ma anche agli assassinati nel timore che tornassero a vendicarsi, così come alle streghe, nell’intento di evitare che lo spirito potesse fuoriuscire dal sepolcro per partecipare ai sabba. Non è da escludere, comunque, che possa trattarsi anche di un gesto di umiltà e di sottomissione che effettivamente è registrato per alcune sepolture privilegiate di ambito carolingio quale, per esempio, quella di Pipino il Breve, padre di Carlo Magno. – Stefano Roascio ed Elena Dellù

    Forse la  storia che narrano gli scheletri è molto più inquietante di quanto si immagini. Proviamo a ricostruirla insieme. Nel XV secolo, ad Albenga, vive una donna con la sua bambina tredicenne. La donna è accusata di stregoneria, e tutti nel paese la temono. Si dice che conosca il segreto per preparare unguenti miracolosi, ma anche che possa gettare il malocchio e la peste. Nessuno osa contraddirla, d’altronde è una strega potente, e sopratutto non si trovano le prove per incolparla. Finché, un giorno, sua figlia comincia a sputare sangue e a dimenarsi come un’invasata, ed ecco la prova che la brava gente cercava: la donna ha giaciuto col demonio e dalla loro unione è nata questa bimba maledetta dal cielo. Così, senza pensarci troppo, il villaggio decide di dormire sogni più tranquilli gettandola in pasto alle fiamme. La donna muore tra atroci sofferenze e che sia strega o no meglio andare sul sicuro, gettandola in una fossa a faccia in giù per evitare che torni a vendicarsi, sepolta da centinaia di sassi che la relegheranno per sempre all’inferno da cui è venuta, a pochi passi dalle spoglie di San Calocero, che dalla chiesa veglierà affinché la ritornante resti dov’è per sempre. Stessa sorte per la figlia bastarda frutto del diavolo, a cui viene per sempre tolta la possibilità di vivere una vita normale. Fine.

    Questa è la storia per come l’ho immaginata io, con una donna innocente additata come strega, una bambina malata scambiata per un’indemoniata ed un paese medioevale che vive di credenze, superstizioni e paure.

    O magari è tutto vero, e la piccola streghetta e la madre malvagia sono davvero tornate alla vita dalle loro tombe nella fredda terra. Forse a cercare vendetta, o il riposo eterno a lungo bramato.

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    La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2

  • La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2
    Media: 5 | Voti: 3
  • NoEnd House 3 – Origin of Ending – Part 2 (La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2) è il quarto ed ultimo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. David incontra una grottesca ragazzina, Natalie, che sembra conoscere il destino che si cela dietro le porte della Casa. Ma nulla è come sembra.

    Trovate il primo capitolo in italiano qui, il secondo qui, e la prima parte del terzo capitolo qui, tradotti in esclusiva dalla Bottega del Mistero. L’autore Brian Russel ha dichiarato, in un post del 2013, che avrebbe continuato la serie scrivendo un nuovo capitolo molto più lungo dei precedenti ma, a tutt’oggi, non ha pubblicato aggiornamenti in merito. A due anni e mezzo di distanza credo che la storia non avrà un seguito. Gustatevi quindi l’ultimo capitolo della Casa Senza Uscita.

    Buona lettura.

     

     


     

    La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2

     

    La giovane si alzò e scostò i capelli dal volto. Per qualche ragione, anche immaginando quanto fosse terrificante quella visione per David, c’era qualcosa di insolitamente… normale, in quella ragazza. Aveva lunghi capelli castani che le arrivavano a sfiorare le spalle ed era magra come un chiodo, con un mucchio di lentiggini che le incorniciavano il naso e le guance. I suoi vestiti non avevano nulla al di fuori del normale, si sarebbero potuti trovare in qualsiasi negozio – canotta nera e dei jeans infilati in degli stivali rosso scuro. Era più grande di quanto immaginasse in un primo momento. Doveva avere circa sedici anni – se mai quella cosa avesse avuto realmente un’età. Un brusio alle loro spalle li fece sussultare, riportando David alla realtà.

    “Dobbiamo andare” disse la ragazza “adesso.” Gli afferrò la mano e lo trascinò via. Preso alla sprovvista, David la seguì e quasi lasciò cadere il cellulare. Cercò di tenerlo in alto, per quanto gli era possibile farlo, per illuminare il cammino.

    “Non ce n’è bisogno” la ragazza alzò la mano libera “guarda.” Mormorò qualcosa tra un respiro affannoso ed un altro, qualcosa che non era certamente in inglese, ed una luce incandescente pulsò di fronte ai due, cominciando a seguire la giovane. Era come una torcia che seguisse i loro movimenti. Il brusio dietro di loro si fece più forte mentre si avvicinavano al primo bivio della galleria. Senza esitare, la giovane girò a destra. Dopo qualche istante, il brusio si dissolse, e i due ragazzi si trovarono di fronte ad una scala la cui fine si perdeva nell’oscurità.

    “Saliamo di qui!” La ragazza guadagnò le scale per prima. Questo gesto riportò nuovamente alla realtà David, che si sentiva oltremodo confuso.

    “Aspetta!” La giovane fermò la sua corsa a metà delle scale, e lanciò lo sguardo oltre le sue spalle.

    “Guarda, capisco che tutto ciò possa sembrarti stran-”

    “No, no, lo so che è strano. Ho visto ben altro finora. Ma tu chi diavolo sei?”

    “Te lo spiego dopo, ok? Dobbiamo solo uscire di qui, no? Nessuno al mondo dovrebbe trovarsi intrappolato qui dentro e noi, beh, noi lo siamo. Detto questo…” La ragazza riprese la sua corsa. David era sul punto di ribattere, ma il brusio alle sue spalle riprese più forte. In quel momento la sopravvivenza era certamente più in alto della curiosità nella scala delle sue priorità, e David si arrampicò dietro la ragazza, lasciandosi alle spalle i cunicoli per quella che lui sperava fosse l’ultima volta.

    La scala sbucava in una stanza vuota. Sembrava un enorme sgabuzzino. Diversi secchi e stracci erano accantonati lungo le pareti, e per essere una sezione della Casa, era decisamente modesta. La ragazza trasalì e allungò la sua mano verso David. I suoi sbalzi d’umore erano certamente qualcosa di cui restare colpiti, e David le afferrò la mano con riluttanza.

    “Ti starai chiedendo chi sono e come faccio a conoscerti.” La giovane non aspettò la risposta di David. “Il mio nome è Natalie, è questa è più o meno casa mia.”

    “Ma di che diavolo parli? Questa è casa tua? Questo cazzo di posto è casa tua?”

    “Lo so, lo so, ma devi capire com’è successo. Vedi, non è stato sempre così, prim-”

    “E poi che diavolo – che cos’era quella cosa che hai fatto? Quella luce volante?”

    “Sì, lo so – è tutto legato alla storia. Capirai tutto se mi lasci spiegare.” Natalie prese fiato e fissò David. Lui restò in silenzio e tornò a prestarle ascolto, lasciandole intuire che aveva tutta la sua attenzione. “Questa è casa mia. So che adesso ti sembra l’anticamera dell’inferno, e hai ragione. È l’inferno. La mia famiglia era invischiata in affari decisamente non convenzionali. Ci siamo trasferiti qui una decina d’anni fa e tutto filava liscio. Un luogo particolarmente pittoresco ed isolato, sono d’accordo, sopratutto per me che ero abituata alle grandi città, ma era bello vivere qui. Il problema è che la mia famiglia, noi… sappiamo fare delle cose. Siamo streghe.” Natalie soffocò una risata. “Trucchi buoni per lo più ad impressionare la gente, come quella luce che hai visto di sotto nelle grotte. Ma alcuni di noi, come mio fratello, hanno cominciato ad osare di più. Hanno stretto alleanze con demoni e cose del genere. Io sono in grado di evocare un gatto, ad esempio, che è una cosa carina da vedere, mentre mio fratello si è spinto molto oltre. Abbiamo provato a dissuaderlo, ma il potere che poteva scatenare lo stava lentamente divorando, non era in grado di fermarsi. Peter non è mai stato uno pronto a sentirsi dire di aver sbagliato.”

    “… Peter?” Un’idea balenò nella mente di David, ma era troppo assurda per poterla accettare. Peter era suo amico da anni… O almeno così credeva.

    “Fu così che una notte, sette anni fa, mio fratello superò il confine. Richiamare demoni per diletto non era più abbastanza per lui, voleva di più. Gli chiedemmo cosa lo ossessionasse a tal punto, e lui ci domando perché avrebbe dovuto fermarsi. Che cosa accadde nelle notti a seguire… è un po’ difficile spiegarlo.” Anche se alla ragazza mancavano gli occhi, sostituiti da orrende feritoie nere, era palese che il ricordo appena rievocato la addolorasse. La Casa – l’inferno – era opera del fratello di Natalie, suo amico. A David però sembrava che quella ragazza fosse più che una semplice prigioniera della Casa come lui.

    “D’accordo” David le pose una mano sulla spalla “andiamocene fuori di qui.”

    David si guardò attorno. Il cuore gli sussultava impercettibilmente mentre scrutava la stanza. A parte la botola nel pavimento da cui erano entrati non vi era nessuna via d’uscita – solo mura di liscio cemento.

    “Hai idea di dove siamo?” Chiese alla ragazza, sperando vivamente in una sua risposta affermativa.

    “Ovviamente” replicò la giovane, con una punta di esitazione che non piacque a David “questa è cosa mia, dopotutto.” Detto ciò si avvicinò ad una delle pareti. La superficie del muro era un’unica lastra di cemento grigio – nessun passaggio, nessuna porta, niente di niente. Natalie frugò in una tasca e tirò fuori quello che sembrava un carbone, simile a quelli usati dai ritrattisti. Con quello disegnò una lunga linea continua di circa un metro. Tratto dopo tratto, David la fissava a bocca aperta ammirandone la maestria. Non aveva mai visto nulla di simile al di fuori dei film fantasy. Era una specie di yin e yang spezzato da un pentagramma avvolto dallo scarabocchio di un infante. Natalie si rimise il carbone in tasca e si ravviò i capelli con le dita. Dopo un momento di silenzio, alzò la mano destra contro il simbolo, sfiorandosi la tempia con due dita di quella libera. Di primo acchito, a David sembrò che la ragazza fosse concentrata nel parlare, ma si rese conto ben presto che in realtà aveva ripreso quel suo strano cantilenare. Il simbolo vibrò, e David restò a bocca aperta nel vederlo tingersi di un viola acceso. Natalie sorrise tra sé quando il muro si divise in due parti.

    “Mi è sempre piaciuto un sacco farlo.”

     

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