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Gli uomini senza barba tradiscono di più – Lo dice la scienza

Ammetto di essere rimasto perplesso dall’email inviatami da Lorelei, ma spulciando un po’ in giro ho scoperto che ha ragione: gli uomini senza barba tradiscono di più (e fanno anche più sesso in macchina). Scopriamo perché.

 

 

L’utente Lorelei mi invia un email in cui si parla di uno strano studio che collega la barba al sesso.

La ricerca guidata dallo psicologo Steven Arnocky della Nipissing University in Ontario, USA, ha coinvolto 145 studenti impegnati in una relazione, a cui sono state rivolte domande sulla loro vita sessuale. Si spazia dal concetto di tradimento ai luoghi ideali dove consumare la passione, dal concetto di divertimento alle tecniche per piacere agli altri.

Soffermandosi in seguito sui tratti somatici (avevo già trattato del seno femminile qualche tempo fa) e altri fattori a quanto pare di enorme importanza scientifica, come l’avere la barba o no, Arnocky ha dimostrato una correlazione statistica tra il rasarsi ogni mattina ed avere atteggiamenti pregiudizievoli, sregolati e psicopatici.

 

 

Rispetto ai ragazzi con la barba (trasandata o curata che sia) quelli rasati sono generalmente più in salute e più inclini a tradire il proprio partner anche solo per una notte.

È ovvio che la selezione naturale e quella sessuale hanno plasmato molti degli aspetti dell’essere umano, sia a livello biologico che come stile di vita. La mia ricerca mostra che la pressione evoluzionistica ha portato ad influenzare il metodo di scelta del partner, che include gli ormoni, le caratteristiche fisiche, la bellezza, il valore intrinseco della coppia ed il flirtare inteso come strategia messa in atta da entrambi i sessi. – Steven Arnocky

Ricerche precedenti avevano suggerito che gli uomini sbarbati producono maggiore testosterone, avallando indirettamente la ricerca di Arnocky, ma proprio quest’ultimo mette in guardia dai pregiudizi, poiché i suoi risultati si basano su una correlazione molto labile. Lo studio è stato ripetuto su 314 canadesi con caratteristiche simili, ed ha dato più o meno gli stessi risultati.

E voi ragazze preferite un barbuto fedele o un rasato fedifrago? 😁

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Il mistero dei gioielli della Corona irlandese

Uno dei più grandi misteri del Regno Unito ancora oggi insoluto: ecco a voi la storia del furto dei gioielli della Corona irlandese.

Re Giorgio III del Regno Unito istituisce nel 1783 l’Ordine di San Patrizio, ordine cavalleresco irlandese che si affianca all’Ordine della Giarrettiera inglese e all’Ordine del Cardo scozzese. Al momento dell’investitura di un nuovo regnante, vengono consegnati, tra gli altri, anche i gioielli della Corona irlandese.

Inizialmente i gioielli della Corona non sono molto differenti da quelli indossati di rito da un cavaliere. Nel 1831 Guglielmo IV decide di ristrutturare le fondamenta stesse dell’ordine, e sostituisce i gioielli con altri ben più opulenti: 394 pietre preziose vengono recuperate dalla Corona della Regina Carlotta e dalla stella del Molto Onorevole Ordine del Bagno.

Una spilla di diamante del Grande Maestro dell’Ordine di San Patrizio incastonata nell’argento, contenente un trifoglio in smeraldo su una croce di rubino circondata da un cerchio blu riportante la scritta “Quis Separabit MDCCLXXXIII.” in diamanti rosa circondati da una corona di trifogli di smeraldo, il tutto racchiuso in un cerchio di pietra brasiliana della massima purezza, sormontato da un’arpa coronata in diamanti e pietre brasiliane. Dimensioni totali dell’ovale 3 pollici per 2 3⁄8 [circa 7,5 cm per 5,5], altezza 5 5⁄8 pollici [circa 13 cm]. Valore £ 16.000 [circa € 1.700.000 nel 2017]. – Descrizione originale dei gioielli della Corona irlandese

I gioielli vengono spostati nel 1903 per ragioni di sicurezza nel nuovissimo caveau del Castello di Dublino nella Torre Bedford. Per aprirne il portone blindato sono necessarie sette chiavi affidate al Re d’armi, che ha il proprio ufficio proprio di fronte l’installazione. Inoltre il Re d’armi non può aprire da solo il vault, perché alcune delle chiavi sono in possesso sempre di suoi sottoposti.

Insomma, i gioielli della Corona irlandese non potrebbero essere più al sicuro di così.

Ma anche no.

 

Il furto

Il 28 giugno del 1907, mentre sono sotto la custodia di sir Arthur Vicars, le chiavi svaniscono letteralmente nel nulla. Vicars, parlando sinceramente, è un vecchio ubriacone, ed una volta è stato ritrovato bello che sbronzo con al collo i gioielli. Forse li ha presi da solo, forse gli hanno fatto uno scherzo, o forse ancora si è trattato del primo timido tentativo di furto, una sorta di prova generale insomma.

Il 3 luglio 1907 una donna delle pulizie, Mrs. Farrell, rimane un po’ basita nel trovare il portone principale della torre aperto. Chissà, forse si saranno dimenticati di chiudere, pensa la donna, e non da’ più di tanto peso al curioso incidente.

Il 6 luglio sempre Mrs. Farrell trova l’anta del vault socchiusa, evidentemente lasciata aperta durante la notte. In mattinata giunge un portiere del castello, Stivey, e trova Vicars e suo nipote Pierce Mahoney (uno dei custodi delle chiavi) che esaminano beatamente la collana nello studio del Re d’armi. Per nulla turbato Vicars ordina al custode di rimettere a posto i gioielli, e gli affida una delle chiavi per chiudere la cassaforte. Pochi minuti dopo, Stivey torna paonazzo in volto.

Il resto dei gioielli è sparito nel nulla.

 

 

Le indagini

A far luce sul mistero – che poi tanto misterioso non sembra – interviene la Polizia Metropolitana di Dublino, affiancata nelle indagini dall’ispettore capo John Kane di Scotland Yard. Nel giro di un mese si arriva ad un sospetto, ma il dossier viene prontamente secretato. Nel frattempo Vicars si dichiara estraneo al furto, rifiutandosi finanche di dimettersi dalla sua posizione, e messo alle strette getta le accuse sul suo secondo in comando, Francis Shackleton, famoso del celeberrimo esploratore Ernest Henry Shackleton, di cui un giorno certamente vi parlerò.

Le indagini si arenano e si concludono, qualche mese dopo, con un nulla di fatto.

 

Teorie

La testa coronata

La teoria accreditata in larga parte dai dietrologi è quella secondo cui a perpetrare il delitto sia stato un membro dell’alta società irlandese. Questo spiegherebbe la censura del rapporto ufficiale, cestinato per evitare uno scandalo a corte. I gioielli sarebbero ancora a palazzo, nascosti in chissà quale anfratto, pronti ad essere riportati al mondo appena si troverà una spiegazione plausibile per farlo.

Il capitano

Secondo alcuni i responsabili sono il capitano delle guardie Richard Gorges con la complicità di Shackelton. Messi alle strette, i due giurano che non c’entrano niente. Shackelton finirà comunque dietro le sbarre nel 1914, per aver tentato di incassare un assegno rubato ad una vedova.

La mistress

La situazione diventa ancora più paradossale quando il London Mail nell’edizione del 23 novembre 1912 dichiara che Vicars ha fatto una copia della chiave alla sua mistress (la sua padrona sessuale) per sentirsi più al sicuro in caso avesse perso la sua. La donna poi sarebbe fuggita a Parigi col maltolto. Vicars fa causa al giornale, che è costretto ad ammettere che questa assurda storia era, per l’appunto, assurda, e viene risarcito di £ 5.000.

L’IRB

Qualcuno suppone che i gioielli siano stati rubati dall’IRB (la Fratellanza Repubblicana Irlandese) che ne ha usato i profitti per finanziare la guerriglia urbana contro il Regno Unito. Questa teoria, basata su un appunto ritrovato nel 1927, suppone che il furto abbia fruttato circa £ 2.500 (che in effetti sono una miseria rispetto al reale valore della refurtiva).

 

Epilogo

I gioielli della Corona irlandese non verranno mai ritrovati, e l’unico che sembra fregarsene sembra essere proprio il sospettato principale, Vicars. Questi denuncia sempre a pieni polmoni la propria innocenza, finché non viene ritrovato morto crivellato di proiettili quattordici anni dopo il furto, nel giardino di casa. Di fianco al cadavere un biglietto, con poche semplici parole.

L’IRA Non Dimentica – Nota vicino al cadavere di Vicars

Che sia stato realmente l’IRA (l’Esercito della Repubblica d’Irlanda), o l’ennesimo tentativo di depistaggio, forse non lo sapremo mai.

 

Chi ha rubato i gioielli della Corona irlandese?

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The Witch – Trama e teorie

Un po’ The Village, un po’ Picnic ad Hanging Rock, The Witch, opera prima di Robert Eggers, è prima di tutto un racconto. Una storia che mescola sapientemente folklore, religione (leggasi fanatismo), natura (quella che non ha pietà), ed una famiglia di esuli abbandonati a loro stessi.

La strega, quella che da il titolo al film, la vediamo praticamente subito. Poco dopo il prologo. E ci si aspetterebbe il classico film con la bellissima di turno che si tramuta nella solita vecchia malvagia ed incartapecorita, sconfitta solitamente da un prode avventuriero.

E invece no.

In questa storia niente va come deve andare. I personaggi cominciano a dire cose strane, gli animali si comportano in modo strano, gli eventi prendono una piega strana. Qui tutto è strano.

I gemellini giocano sempre con un nero caprone, Black Phillip, che a dir loro sembra parlargli. C’è un coniglio foriero di sventura che si palesa sempre nei momenti più infausti. C’è un corvo assetato di sangue e latte che non la smette di allungare la sua nera ombra sulla famiglia inerme. C’è un bosco dove sorge la casa di una strega ancella del demonio.

O forse no.

 

 

The Witch – Trama

New England, 1630 circa. Un uomo del Lancashire di nome William è stato appena bandito da una comunità puritana ed è costretto ad abbandonare il villaggio insieme alla sua famiglia – la moglie Katherine, l’adolescente figlia Thomasin, il figlio minore Caleb ed i due gemellini MercyJonas –  a causa di dissensi di ordine religioso. I sei sventurati, sorretti dalla fede, riescono a costruire una fattoria e ad arare un campo di granturco; la vita sembra arridergli quando nasce il piccolo Samuel, la cui venuta è vista come un segno del Signore misericordioso.

Affidato alle cure di Katherine, un giorno la ragazzina porta Samuel al limitar del bosco e, in un attimo di distrazione, che dura letteralmente un battito di ciglia, il neonato svanisce nel nulla, forse rapito da una strega che dimora le fronde degli alberi.

 

 

 

The VVitch

The Witch è una storia, ed il sottotitolo originale del film, A New-England Folktale, tradotto orrendamente in italiano con Vuoi ascoltare una favola? – roba da appendere gli addetti al marketing per i pollici e lasciarli divorare dai corvi – ce lo ricorda ad ogni fotogramma. Una storia tratta da diari e cronache originali, che ci mostrano non quello che è, ma quello che sembra essere. La realtà non per quella che dovrebbe essere, ma per quella che appare.

La Storia, quella che ci insegnano a scuola, dice molto semplicemente che i coloni inglesi sono arrivati nel nuovo continente carichi di buoni propositi, hanno convertito gli indigeni locali ed hanno innalzato l’america alla luce del Signore. Stop. In realtà le cose sono andate diversamente. Male. E sin dal principio. Si tratta di estremisti religiosi (leggasi nuovamente fanatici) che attraversano migliaia di miglia d’oceano, migliaia di miglia di niente, per approdare in una terra aliena, in cui non sono benvoluti.

Il problema però non sono tanto le popolazioni locali – nel film all’inizio si vedono chiaramente tre indiani Wampanoag integrati con la comunità religiosa – né tanto meno la natura selvaggia.

Il vero nemico è la solitudine.

Quel senso di abbandono che attanaglia ogni villaggio, unico baluardo dell’essere umano per centinaia di chilometri. L’essere stranieri in terra straniera, con Dio come unica salvezza e senso di una vita votata all’austerità e alle privazioni. Poi qualcosa scatta, la fede viene meno, ed il sonno della ragione genera mostri.

La famiglia, tra accuse ed atti di stregoneria, si sbriciola dalle fondamenta. Il capofamiglia William è un colono fallito, un padre fallito, un marito fallito, un cacciatore fallito ed un agricoltore fallito. Non che non ci metta la buona volontà, semplicemente ogni cosa che fa si tramuta in cenere. Thomasin sta cominciando a sbocciare, con quella sensualità appena accennata, candida, tipica dell’adolescenza. I gemellini sono due esseri amorfi, infagottati in decine di panni per farli stare al caldo, e per un nonnulla ridono (ghignano). Troppo. Ridono sempre. Come un trapano che ti fora il cervello, come unghie sulla lavagna. Caleb viene colpito da una strana febbre – un maleficio, forse? – che lo fiacca lentamente nello spirito e nel corpo.

La scena del suo delirio sul letto di morte è quanto di più inquietante abbia mai visto in un film.

Davvero.

 

 

Teorie e considerazioni

Se non avete ancora visto il film evitate di leggere queste righe.

Le teorie su ciò che accade nel film sono sostanzialmente due. Nella prima, quella razionale, tutto viene spiegato con la muffa del mais, come suggerito in molti punti della pellicola. Si tratta di un potente allucinogeno, così che quella che abbiamo visto non è la storia com’è andata ma come l’hanno vissuta i protagonisti. Quello che vediamo non è mai successo, e nulla è mai stato reale: tutto fila liscio fino al “contagio”, dopodiché la follia prende il sopravvento, in un gorgo di violenza e macabra disperazione, in cui è più semplice dare la colpa delle disgrazie ad un essere soprannaturale che all’incapacità dell’animo umano di accettare la solitudine.

Nella seconda teoria quello che vediamo è ciò che è accaduto realmente. La strega esiste davvero, ha deviato le menti della povera famiglia finché il diavolo in persona non si è manifestato nella figura del nero caprone, culminata col piegarsi della giovane Thomasin al bacio dell’oscuro signore.

 

 

Quindi la strega non esiste. Forse.

Sapete perché non me ne frega niente se la strega esiste davvero? Perché loro credono che esista. Non importa se sia colpa della muffa o che sia la figlia del male la causa di tutte le disgrazie.

La questione è che ci credono loro.

Così mentre per noi spettatori, alla fin fine, che la strega sia reale o no conta poco, loro hanno vissuto un incubo. Un incubo reale. In cui gli animali sussurrano frasi di morte, le streghe uccidono gli infanti, ed una famiglia si dilania dall’interno.

E sì, quando Thomasin arriva ad ascrivere il proprio nome sul grimorio maledetto, vergandolo col sangue, e si addentra nel bosco accompagnata dal demonio Black Phillip, beh allora, alla fine, quando tutto sembra perduto, alla strega ci ho creduto anch’io.

 

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D&R: Perché le capre hanno quegli occhi così strani ed inquietanti?

A ben vedere, gli occhi delle capre sono davvero grotteschi. Così diversi dai nostri e dalla maggior parte degli animali. Siamo abituati a quelli con le pupille verticali dei gatti, o a quelli a palla dei carlini, ma le fessure verticali delle capre, come si spiegano? Perché le capre hanno quegli occhi così strani ed inquietanti?

La stessa domanda deve essersela posta anche qualcuno alla University of California di Berkeley, dove nel 2015 viene avviato il primo studio in merito, che ha scansionato e registrato centinaia di pupille animali.

La pupilla è fondamentalmente un buco, situato al centro dell’iride, dove la luce viene catturata e ci permette di vedere il mondo attorno a noi. Negli esseri umani è circolare, come nella maggior parte del mondo animale, ma esistono numerosi esempi bizzarri.

 

 

Le seppie, ad esempio, presentano pupille a mo’ di lettera W, alcune rane le hanno a forma di cuore, mentre i gechi come l’interno dei vecchi rasoi.

Ce ne sono di cose strane là fuori. […] È un dibattito aperto da un po’ di tempo, perché è la prima cosa che sei spinto ad osservare in un animale. Dove si trovano i suoi occhi e che forma hanno le sue pupille. – Martin Banks, ricercatore della University of California

I ricercatori della University of California hanno così studiato 214 specie diverse, registrandone abitudini alimentari, il ciclo sonno/veglia, la posizione nella catena alimentare. E sono giunti alle conclusioni che le pupille sono legate alla necessità dell’animale di focalizzare la propria attenzione su un certo numero di fattori.

Detto più semplicemente, gli animali con pupille verticali come i gatti, sono predatori che tendono agguati, e che hanno bisogno di concentrare la propria attenzione non sull’ambiente circostante, ma sulla preda, come se guardassero attraverso il mirino di un fucile di precisione. Pupille rotonde, come le nostre, sono legate ad animali predatori che cacciano attivamente più prede alla volta, e sono più alti di molti altri consimili. Di contro, pupille orizzontali permettono di avere una visione periferica maggiore, e sono riservate agli animali predati: si possono controllare più punti da dove il nemico potrebbe attaccare senza muovere la testa.

La posizione degli occhi, poi, avalla le precedenti conclusioni: i predatori li hanno in posizione centrale, mentre le prede di lato, per aumentare il campo visivo.

C’è un’altra cosa bizzarra che nessuno sembra aver mai notato.

Quando abbassano la testa al suolo [per brucare l’erba], i loro occhi si muovono mantenendo il parallelismo con la terra. Ed è una cosa straordinaria, perché gli occhi ruotano in direzione opposta nella testa. – Martin Banks, ricercatore della University of California

Ho speso un sacco di tempo con i cavalli, e li ho visti mangiare, guardarsi attorno, e non l’avevo mai notato. È una semplice osservazione che tutti possono fare, ma che la scienza non ha mai fatto. – Jenny Read, scienziato della Newcastle University

Le capre, in pratica, hanno pupille orizzontali che permettono all’animale di avere una visuale quasi completa di tutto ciò che lo circonda, anche nei momenti in cui è più indifeso, come ad esempio durante il pasto.

Oppure, secondo credenze a metà tra la religione ed il folklore, le capre guardano il mondo con gli occhi del diavolo.

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UFO avvistato in Canada

È stato avvistato a febbraio 2016 un UFO in Ontario, Canada. La particolarità di questo disco volante è che all’improvviso è letteralmente svanito nel nulla.

 

 

Il video che ritrae la manifestazione è stato pubblicato dall’utente V-For-Victor (V4V) su YouTube. Lo youtuber racconta che i tre strani oggetti volanti si muovevano affiancati in una strana formazione, e che sparivano e riapparivano all’improvviso.

Non ho idea di quanto gli UFO fossero grandi o distanti da me. Sembravano enormi. Non c’era alcun suono strano nell’aria, né ronzii né motori… I colori degli UFO erano sul giallo/arancione, come quello dei fanali delle auto. – V4V

L’incidente è attualmente valutato dal MUFON, associazione ufologica internazionale che tenta di spiegare razionalmente gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati, che non crede alle parole dello youtuber. E la credibilità di V4V, in effetti, è un po’ scarsa: in due post diversi dichiara di aver filmato i dischi volanti prima il 19 febbraio, poi il 21.

Per far luce sul mistero, viene contattato dall’HuffPost l’esperto in effetti speciali Marc Dantonio che, visionato il filmato, rilascia quanto segue:

Un video davvero interessante. Comunque, ho notato qualcosa di strano nel momento in cui gli oggetti svaniscono nel “cielo”. Ho scritto “cielo” perché, secondo me, non si tratta realmente del cielo. Ho intravisto, ad un certo punto del video, il riflesso di una finestra. Sono convinto si tratti solo di luci riflesse in un vetro, e la loro “scomparsa” è solo la luce accesa nella stanza e proiettata sul vetro. – Marc Dantonio all’HuffPost

Una semplice burla – fatta anche male – o l’ennesimo fenomeno ufologico inspiegabile? A voi l’ardua sentenza. 🙂

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“Sei tale e quale a tua madre” – Quando le figlie sono identiche alle mamme

“Sei tale e quale a tua madre”, quanto volte ve l’hanno detto, se siete ragazze, o quante volte l’avete pensato della vostra compagna? Non tutti gli uomini, poi, amano la propria suocera, e sapere che un giorno la propria mogliettina adorata possa somigliarle è un vero e proprio incubo. Uno studio condotto dal Daily Mail si pone una semplice domanda: quanto si somigliano davvero mamma e figlia? Davvero tanto.

Il Daily Mail ha chiesto a 5 donne e alle loro figlie di posare di fronte alla macchina fotografica, per poi confrontare le immagini al computer e verificare quanto e se una ragazza, col passare degli anni, assomiglierà alla madre. Ecco gli scatti.

 

Sara Pearson, 62 anni, e sua figlia Clemmie, 30. Entrambe di Londra, gestiscono un’agenzia di pubbliche relazioni.

 

Rhonda Mackintosh, 45 anni, e Darcey, 15. La prima è un ingegnere capo, la seconda una studentessa. Vivono a Glasgow.

 

Frances Dunscombe, 83 anni, e Tineka Fox, 57. La prima è una modella, la figlia è casalinga. Vivono nel Surrey.

 

Esther Savage, 73 anni, e Wendy Brake, 43. Casalinga e pediatra, vivono sull’Isle of Sheppey.

 

Josie O’Rourke, 48 anni, e Jodie Clark, 24. La prima è vicedirettrice di un editore, la seconda è un’organizzatrice di eventi. Vivono rispettivamente a Hasting e Stratford.

Forse le foto non rendono giustizia. Provate a vedere il meshup creato unendo i volti di madre e figlia, e forse vi ricrederete.

 

 

Certo cinque coppie di donne sono un po’ pochine per uno studio serio, ma la prossima volta che conoscete una ragazza, prima di chiederle di sposarvi, fidatevi di un consiglio.

Guardate prima com’è la madre. 🙂

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La donna aliena di Marte

Curiosity, il rover atterrato su Marte il 6 agosto 2012, ha raccolto in questi anni migliaia di immagini straordinarie del pianeta rosso. Tra queste, ve ne sono alcune dense di mistero e fantastiche congetture, come quella che ritrae una donna aliena intenta a scrutare l’orizzonte.

Scoperta casualmente nel luglio del 2015 dall’utente YouTube UFOovni2012, la foto mostra quella che a prima vista sembra solo una distesa di rocce e poco più.

 

 

In realtà, al centro ed in bella vista, c’è una donna aliena, fasciata in un lungo abito nero.

 

 

La figura femminile porta lunghi capelli corvini sciolti dietro la schiena, sono ben visibili entrambe le braccia ed il florido seno e sembra guardare dritta dinnanzi a sé. Qualcuno ha ipotizzato che possa trattarsi di una statua eretta da un’antica civiltà, ma se così fosse sarebbe stata erosa da tempo: in baso al calcolo delle ombre si tratta di un’aliena alta poco meno di 10 centimetri. Sembra un’assurdità, ma bisogna ricordare che l’astronauta William Rutledge, al seguito della fantomatica missione Apollo 20 (quest’ultima smentita da evidenti contraddizioni tecniche, ma tutt’ora spacciata per vera da alcuni ufologi e trasmissioni tipo Mistero di Italia 1) dichiara di aver visto con i propri occhi tubi artificiali di vetro con dei piccoli scheletri nelle vicinanze di circa 5 centimetri semisepolti sulla superficie lunare.

Abbiamo già trattato un caso simile, Ominide sulla Luna scovato su Google Moon, che si è rivelato solo un caso di pareidolia ma, al di là dell’attendibilità di Rutledge, questa foto è autentica e disponibile sul sito della Nasa.

La cosa più inquietante di tutte è che si potrebbe trattare di una vera aliena, molto simile nelle fattezze a noi. E sta fissando attentamente Curiosity.

Come se stesse scrutando in realtà tutti noi.


Che cos'è in realtà la donna aliena di Marte fotografata da Curiosity?

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La stazione spaziale aliena di KIC 8462852

C’è una stella nel firmamento che ha un nome strano: KIC 8462852, che assomiglia più o meno al nostro Sole. Si trova nella costellazione del Cigno, e dista 1.480 anni luce dalla Terra. Probabilmente tutte queste informazioni non vi diranno nulla, ma si tratta della stella più misteriosa dell’universo, perché sembra che ospiti una stazione spaziale aliena.

La Missione Kepler, missione NASA Discovery #10, è stata specificatamente progettata per monitorare una porzione della nostra regione della Via Lattea e scoprire dozzine di pianeti simili alla Terra vicino o nella zona abitabile e determinare quante delle miliardi di stelle della nostra galassia posseggano pianeti. – Kepler Mission Quickguide

Nel settembre del 2015 il telescopio spaziale Kepler registra delle strane anomalie in una stella della costellazione del Cigno, KIC 8462852, che gli astronomi non riescono a spiegarsi razionalmente. Quando un esopianeta – ovvero al di fuori del Sistema Solare – ruota intorno ad una stella, Kepler registra una variazione di luminosità della stessa dovuta al passaggio del corpo celeste; questi dati possono essere usati per calcolare la grandezza di un pianeta, il suo moto e molto altro. La straordinarietà di KIC 8462852 è che, per diversi giorni, viene oscurata da qualcosa di non meglio definito. Se la stella fosse giovane si potrebbe trattare di detriti che, sotto l’effetto gravitazionale dell’astro, creerebbero in futuro un nuovo sistema, ma non è questo il caso.

Non abbiamo mai visto niente che rassomigli a questa stella. È strana. Pensavamo che si trattasse di dati errati o fluttuazioni del modulo, ma era tutto in ordine. – Tabetha Boyajian, assegnista di ricerca della Yale University

Sono state avanzate numerose ipotesi per spiegare questa singolarità, ma nessuna è in grado di convincere pienamente gli studiosi. Si scoprono, oltre a numerosi ed improvvisi cali di luminosità sporadici, anche due eventi più importanti, a circa 750 giorni di distanza. Nel primo evento la luminosità si riduce del 15%, mentre nel secondo del 22%; in proporzione Giove non riuscirebbe ad oscurare che poco più dell’1% del nostro Sole: quello che transita nei pressi di KIC 8462852 non è un pianeta.

Ed è incredibilmente grande.

 

 

Le ipotesi, come abbiamo detto, sono varie, ma nessuna è davvero la risposta esauriente che tutti gli astronomi cercano. In questo clima di incertezza l’astronomo Jason Wright ha azzardato che si tratti di una stazione spaziale aliena, o di una sfera di Dyson.

Quando [Tabetha Boyajian] mi ha mostrato i dati, ero affascinato da quanto pazzeschi fossero. Gli alieni dovrebbero essere l’ultima ipotesi da considerare, ma questa cosa sembra proprio quello che ti aspetteresti da una civiltà extraterrestre. – Jason Wright

Per ora il SETI ha puntato le proprie antenne su KIC 8462852, alla ricerca di onde radio che testimonino la presenza di intelligenza aliena nello spazio.

Non ci resta che aspettare.

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Who put Bella in the Wych Elm? – Il cadavere nell’albero

Ci sono quattro ragazzi che si divertono ad arrampicarsi su un albero. Lo fanno perché sono degli ornitologi dilettanti, e credono che sul grande olmo che hanno adocchiato ci sia un bel nido di uccelli. Uno di loro sale in cima, si appende ai rami, ma il legno cede, dato che la pianta in realtà è morta da già da un pezzo, ed il ragazzo sprofonda nel tronco secco. Dove trova un teschio umano. Questa è la storia di Bella, e del suo misterioso omicidio.

 

 

È il 18 aprile 1943, e quattro ragazzi inglesi di Stourbridge, che rispondono ai nomi di Robert Hart, Thomas Willetts, Bob FarmerFred Payne, si sono dati appuntamento sulla Wychbury Hill, una collinetta a pochi chilometri dalla cittadina, per andare a caccia di nidi di uccelli. Trovano tra gli altri un olmo che non sembra messo tanto bene; come molti degli alberi lì intorno è oramai morto da tempo, ma sembra dare rifugio ad una famiglia di uccelli. Farmer, il più agile ed esile dei quattro, comincia la scalata dell’olmo, ma cade e si ritrova all’interno del tronco, dove scopre un teschio umano.

I quattro, pietrificati, non sanno che pesci pigliare. Osservano il cranio, così reale, così tangibile. Decidono di non rivelare niente a nessuno. Il patto di silenzio dura poco, perché Willets, il più giovane, spinto dalla paura racconta tutto al padre, che ovviamente avverte subito la polizia. Gli investigatori di Warwickshire esaminano con cura la zona, e trovano il teschio descritto dal ragazzo nel tronco e frammenti di stoffa e ossa delle dita nascoste nelle vicinanze. Il professore di patologia James Webster ha l’ingrato compito di redigere un profilo fisico della vittima. Con quel poco che ha, conclude che si tratta di una donna sotto la quarantina, abbandonata nell’albero circa un anno e mezzo prima, pochi minuti dopo la morte. La causa della dipartita è l’asfissia: nella bocca vengono ritrovati lembi di taffettà usata, probabilmente, per imbavagliarla. La polizia non ha molti elementi su cui basarsi: l’unica speranza è che qualcuno possa riconoscere la vittima dal calco dei denti, e così vengono interrogati prima tutti i dentisti della regione, infine i dati vengono comparati a livello nazionale. Nessun riscontro.

Qualche tempo dopo il ritrovamento, sei mesi circa, appaiono degli enigmatici graffiti in molti luoghi nei pressi di Warwickshire; cartelli stradali, edifici, colonne, vengono vergati con una frase, sempre la stessa, che forse vuole suggerire molto più di quanto si immagina: Chi ha nascosto Bella nell’olmo? (originale: Who put Bella down the wych elm?).

 

 

Qualcosa non torna. Forse il misterioso graffitaro – ma potrebbero anche essere più d’uno – vuole suggerire alle autorità di cercare una donna di nome Bella. Le indagini si muovono in questa direzione ma nessuna donna, né ufficialmente né nell’underground della regione, corrisponde alla descrizione.

Nel 1944 viene ritrovato il corpo senza vita di una prostituta di Birmingham. Nel rapporto dell’omicidio viene sottolineato che circa tre anni prima un’altra prostituta, Bella, era scomparsa misteriosamente nel nulla. Nonostante la segnalazione, gli inquirenti non sono in grado di stabilire se si tratti della stessa donna dell’albero.

La vittima, che ora viene comunque soprannominata Bella, sembra uscita dal nulla. Nessuno ne ha segnalato la scomparsa, e nessuno riesce a fornire indizi utili alla polizia. Il caso si impantana e, come molti altri di persone scomparse o omicidi irrisolti, diventa un cold case, cioè non viene più seguito attivamente.

Passano due anni.

Del caso si interessa la professoressa di antropologia Margaret Murray, che ipotizza che Bella sia stata uccisa durante un antico e grottesco cerimoniale, a metà tra il sacro e profano. Le dita della vittima, sparpagliate tutte intorno all’albero, potrebbero condurre al manufatto magico mano della gloria.

 

 

La mano della gloria è un portafortuna che consta nella mano di un impiccato disseccata e conservata in salamoia, che fa in realtà parte di un oggetto molto più complesso: si prende il grasso di un malfattore condannato alla forca, e lo si scioglie a mo’ di candela; quest’ultima viene infilata nella mano della gloria come un candeliere, che acquisterebbe così il potere di paralizzare chiunque si ritrovi rischiarato dalla sua eterea luce. Molte donne incinte del XVII secolo sono state uccise in Europa per fabbricare questo manufatto – il grasso del condannato si poteva sostituire col dito di un bambino mai nato – aspramente conteso tra i ladri più spietati.

Si deve mozzare dal corpo di un criminale morto al cappio; metterla sotto sale con l’urina di un uomo, una donna, un cane, un cavallo ed una giumenta; affumicarla con erbe e fieno per un mese; lasciarla appesa ad una quercia per tre notti di seguito, fissarla ad un bivio, quindi alla porta di una chiesa per una notte, vegliata dal suo creatore dal portico – e se l’orrore non vi ha fatto rifuggire dal portico… la mano è completa, ed è tutta vostra. – Manoscritto che accompagna la mano della gloria del Whitby Museum di North Yorkshire, Inghilterra

Poco tempo dopo le dichiarazioni di Murray viene trovato in un vicino villaggio di Lower Quinton il corpo senza vita di un uomo, tale Charles Walton, inchiodato a terra da un forcone. La stampa, neanche a dirlo, va a nozze con la notizia, suggerendo che la regione sia divenuta teatro di oscuri rituali magici. La popolazione locale resta atterrita dalle idee dei giornali, e l’eco giunge fino a Scotland Yard, che decide così  di interessarsi alla vicenda, purtroppo senza risultati.

Le svolte più significative si hanno nel 1953.

La prima vede protagonista Una Mossop, che rivela alla polizia che suo cugino Jack Mossop le ha confessato di aver ucciso la donna insieme ad un olandese, van Ralt, conosciuto per caso al Lyttelton Arms, un pub di Hagley. Secondo Una Mossop, assieme a van Ralt, al locale, c’è una donna, anche lei olandese. Dopo una serata a base di birra, van Ralt chiede aiuto a Jack perché la sua amica, ubriaca, è svenuta in auto: l’olandese vuole farle uno scherzo, e la nasconde nell’olmo, affinché la mattina successiva si renda conto della notte brava. Forse la ragazza è già morta a causa dell’alcool, o forse è van Ralt ad ucciderla – non si sa se volontariamente o meno – tappandole la bocca col taffettà, fatto sta che Una Mossop è convinta che il cugino sia il colpevole. Purtroppo, nel frattempo Jack Mossop è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché tormentato dalla visione di una donna che lo fissa da un albero, e muore diverso tempo prima che il teschio nell’olmo venga ritrovato.

La seconda vede protagonista un’altra donna, che dice di chiamarsi Anna, che contatta il giornale locale Express and Star Wolverhampton dichiarando di conoscere l’identità dell’assassino di Bella. Anna viene interrogata dalle autorità, e spinge gli ispettori verso una nuova pista, quella dello spionaggio. La donna afferma che Bella sia stata uccisa perché trovatasi al centro di un intrigo che coinvolgeva una spia tedesca, un ufficiale inglese, un olandese ed un’artista da music hall. La teoria di Anna si regge in piedi, in quanto per lungo tempo le fattorie inglesi della regione sono state obiettivi primari dell’intelligence nazista. L’omicidio di Bella sarebbe quindi un grottesco tentativo di una spia nazista di ricreare una mano della gloria per guidare i tedeschi negli attacchi aerei a Birmingham della Seconda Guerra Mondiale.

Per circa trenta anni non si viene a capo di nulla, finché nel nel 1968 lo scrittore Donald McCormick non pubblica Murder by Witchcraft, in cui racconta la sua teoria sulla morte di Bella. McCormick afferma che la donna sia stata una spia nazista, Clarabella, il cui nome in codice sarebbe stato, senza molta fantasia, Clara. Clara si sarebbe paracadutata sulle West Midlands nel 1941 e, impossibilitata a stabilire un contatto radio, sarebbe scomparsa nel nulla. La storia di McCormick è affascinante ma si tratta, per l’appunto, solo di una bella storia.

Che forse però ha un fondo di verità.

In base agli archivi della sezione MI5, i servizi segreti inglesi, nel 1941 viene paracadutato sul Cambridgeshire un agente della Gestapo, di nazionalità ceca, che risponde al nome di Josef Jakobs. Nel suo file si scopre la foto di una donna, una cantante di cabaret tedesca, Clara Bauerle. Jakobs afferma durante l’interrogatorio – è stato arrestato nel gennaio 1941 – che Bauerle sia la sua amante nonché reclutatrice dell’esercito nazista, paracadutatasi poco dopo di lui e dispersa in azione. Il settore MI5 scopre che Bauerle è nata a Stoccarda, in Germania, nel 1906, e che all’epoca dei fatti avrebbe avuto 35 anni.

Tutto sembra tornare: Bella potrebbe essere Bauerle, ha circa 35 anni, è una cantante di cabaret (Anna sostenne che fosse un’artista da music hall), ha conoscenze nell’esercito tedesco ed è una spia. Forse Jakobs, se interrogato dalla polizia di Stourbridge, saprebbe fare luce sul mistero del teschio nell’olmo, ma purtroppo per lui viene zittito da un plotone di esecuzione il 15 agosto 1941, ultimo condannato a morte della Torre di Londra.

Il mistero del cadavere nell’olmo, dopo oltre settant’anni, non ha ancora una soluzione.

 

 


Chi ha nascosto Bella nell'olmo?

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I Minion e le torture naziste

I Minion sono dei simpatici personaggi gialli nati dalle geniali menti della Illumination Entertainment, coprotagonisti imbranati della serie Cattivissimo Me e da quest’anno al cinema in un divertentissimo spinoff. Qualcuno però afferma che la loro genesi non sia solo farina del sacco degli autori della Illumination, ma che le loro origini siano molto, molto più inquietanti. E se i Minion fossero in realtà ispirati a bambini vittime di esperimenti nazisti?

 

 

Ad avanzare questa strana quanto macabra ipotesi è Luciano Gonzales, che in suo post di Facebook lascia un inquietante messaggio ai suoi amici, poi condiviso decine di migliaia di volte sul web.

Lo sapevate? “Minions” (dal tedesco “minion” => “schiavo”) era il nome con cui erano chiamati i bambini ebrei adottati dagli scienziati nazisti per i loro esperimenti che passavano gran parte della loro vita nella sofferenza, e dato che non parlavano tedesco le loro parole erano per i tedeschi dei suoni divertenti. – Luciano Gonzales

La foto non lascia adito a dubbi: bambini ebrei vestiti come una sorta di palombari, in fila indiana su una barca in mezzo al mare, probabilmente asserviti agli scienziati nazisti pronti a gettarli tra i flutti per la causa del regime. Più a sinistra quello che sembra il capitano della nave, certamente un gerarca, che sorride beffardo. Certo, la somiglianza c’è, e la storia, per quanto orrenda, potrebbe anche stare in piedi.

Ma per fortuna è tutto falso.

Cominciamo dai fatti più evidenti: il termine minion deriva dall’inglese, non dal tedesco, e più che schiavo significa tirapiedi, servitore; quelli nella foto non sono bambini, si capisce anche dal fatto che siano troppo alti per essere dei fanciulli; il capitano a sinistra non è tedesco, indossa infatti un’uniforme della marina inglese. E non siamo neanche durante la seconda guerra mondiale.

La foto è del 1908 ed appartiene al Royal Navy Submarine Museum, e rappresenta semplicemente una pattuglia di palombari inglesi in tenuta da salvataggio sul ponte esterno di un sottomarino. Negli anni a cavallo del 1900 le tenute da palombaro sono tutte molto simili, con il tipico casco con visiera rotonda, come testimoniano numerose immagini dell’epoca.

 

 

Lo stesso Luciano Gonzales si è scusato modificando il post originale e spiegando che nessun utente gli ha mai chiesto le fonti della sua asserzione, e che in realtà l’idea non è stata sua ma che girasse già da tempo sul web con l’uscita di Cattivissimo Me. Che le sue scuse siano in buona fede lo lascio decidere a voi.

Questo è un tipico esempio della legge di Godwin, che ironizza sul fatto che in una qualunque discussione su internet ci sarà sempre qualcuno che, prima o poi, metterà in mezzo il nazismo. La legge recita così:

Mano a mano che una discussione su Usenet si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler si avvicina ad 1 – Mike Godwin, legale della Wikimedia Foundation

In pratica, di qualsiasi cosa si parli, ci sarà certamente un idiota pronto a collegare l’argomento con Hitler ed il nazismo. O se vogliamo attingere dalla nostra cultura popolare, possiamo citare un classico proverbio italiano: la mamma dei fessi è sempre incinta.

 

 


Credete che i Minion siano ispirati ad eventi accaduti durante il nazismo?

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