Tag: Teorie

The Witch – Trama e teorie

Un po’ The Village, un po’ Picnic ad Hanging Rock, The Witch, opera prima di Robert Eggers, è prima di tutto un racconto. Una storia che mescola sapientemente folklore, religione (leggasi fanatismo), natura (quella che non ha pietà), ed una famiglia di esuli abbandonati a loro stessi.

La strega, quella che da il titolo al film, la vediamo praticamente subito. Poco dopo il prologo. E ci si aspetterebbe il classico film con la bellissima di turno che si tramuta nella solita vecchia malvagia ed incartapecorita, sconfitta solitamente da un prode avventuriero.

E invece no.

In questa storia niente va come deve andare. I personaggi cominciano a dire cose strane, gli animali si comportano in modo strano, gli eventi prendono una piega strana. Qui tutto è strano.

I gemellini giocano sempre con un nero caprone, Black Phillip, che a dir loro sembra parlargli. C’è un coniglio foriero di sventura che si palesa sempre nei momenti più infausti. C’è un corvo assetato di sangue e latte che non la smette di allungare la sua nera ombra sulla famiglia inerme. C’è un bosco dove sorge la casa di una strega ancella del demonio.

O forse no.

 

 

Trama

New England, 1630 circa. Un uomo del Lancashire di nome William è stato appena bandito da una comunità puritana ed è costretto ad abbandonare il villaggio insieme alla sua famiglia – la moglie Katherine, l’adolescente figlia Thomasin, il figlio minore Caleb ed i due gemellini MercyJonas –  a causa di dissensi di ordine religioso. I sei sventurati, sorretti dalla fede, riescono a costruire una fattoria e ad arare un campo di granturco; la vita sembra arridergli quando nasce il piccolo Samuel, la cui venuta è vista come un segno del Signore misericordioso.

Affidato alle cure di Katherine, un giorno la ragazzina porta Samuel al limitar del bosco e, in un attimo di distrazione, che dura letteralmente un battito di ciglia, il neonato svanisce nel nulla, forse rapito da una strega che dimora le fronde degli alberi.

 

 

 

The VVitch

The Witch è una storia, ed il sottotitolo originale del film, A New-England Folktale, tradotto orrendamente in italiano con Vuoi ascoltare una favola? – roba da appendere gli addetti al marketing per i pollici e lasciarli divorare dai corvi – ce lo ricorda ad ogni fotogramma. Una storia tratta da diari e cronache originali, che ci mostrano non quello che è, ma quello che sembra essere. La realtà non per quella che dovrebbe essere, ma per quella che appare.

La Storia, quella che ci insegnano a scuola, dice molto semplicemente che i coloni inglesi sono arrivati nel nuovo continente carichi di buoni propositi, hanno convertito gli indigeni locali ed hanno innalzato l’america alla luce del Signore. Stop. In realtà le cose sono andate diversamente. Male. E sin dal principio. Si tratta di estremisti religiosi (leggasi nuovamente fanatici) che attraversano migliaia di miglia d’oceano, migliaia di miglia di niente, per approdare in una terra aliena, in cui non sono benvoluti.

Il problema però non sono tanto le popolazioni locali – nel film all’inizio si vedono chiaramente tre indiani Wampanoag integrati con la comunità religiosa – né tanto meno la natura selvaggia.

Il vero nemico è la solitudine.

Quel senso di abbandono che attanaglia ogni villaggio, unico baluardo dell’essere umano per centinaia di chilometri. L’essere stranieri in terra straniera, con Dio come unica salvezza e senso di una vita votata all’austerità e alle privazioni. Poi qualcosa scatta, la fede viene meno, ed il sonno della ragione genera mostri.

La famiglia, tra accuse ed atti di stregoneria, si sbriciola dalle fondamenta. Il capofamiglia William è un colono fallito, un padre fallito, un marito fallito, un cacciatore fallito ed un agricoltore fallito. Non che non ci metta la buona volontà, semplicemente ogni cosa che fa si tramuta in cenere. Thomasin sta cominciando a sbocciare, con quella sensualità appena accennata, candida, tipica dell’adolescenza. I gemellini sono due esseri amorfi, infagottati in decine di panni per farli stare al caldo, e per un nonnulla ridono (ghignano). Troppo. Ridono sempre. Come un trapano che ti fora il cervello, come unghie sulla lavagna. Caleb viene colpito da una strana febbre – un maleficio, forse? – che lo fiacca lentamente nello spirito e nel corpo.

La scena del suo delirio sul letto di morte è quanto di più inquietante abbia mai visto in un film.

Davvero.

 

 

Teorie e considerazioni

Se non avete ancora visto il film evitate di leggere queste righe.

Le teorie su ciò che accade nel film sono sostanzialmente due. Nella prima, quella razionale, tutto viene spiegato con la muffa del mais, come suggerito in molti punti della pellicola. Si tratta di un potente allucinogeno, così che quella che abbiamo visto non è la storia com’è andata ma come l’hanno vissuta i protagonisti. Quello che vediamo non è mai successo, e nulla è mai stato reale: tutto fila liscio fino al “contagio”, dopodiché la follia prende il sopravvento, in un gorgo di violenza e macabra disperazione, in cui è più semplice dare la colpa delle disgrazie ad un essere soprannaturale che all’incapacità dell’animo umano di accettare la solitudine.

Nella seconda teoria quello che vediamo è ciò che è accaduto realmente. La strega esiste davvero, ha deviato le menti della povera famiglia finché il diavolo in persona non si è manifestato nella figura del nero caprone, culminata col piegarsi della giovane Thomasin al bacio dell’oscuro signore.

 

 

Quindi la strega non esiste. Forse.

Sapete perché non me ne frega niente se la strega esiste davvero? Perché loro credono che esista. Non importa se sia colpa della muffa o che sia la figlia del male la causa di tutte le disgrazie.

La questione è che ci credono loro.

Così mentre per noi spettatori, alla fin fine, che la strega sia reale o no conta poco, loro hanno vissuto un incubo. Un incubo reale. In cui gli animali sussurrano frasi di morte, le streghe uccidono gli infanti, ed una famiglia si dilania dall’interno.

E sì, quando Thomasin arriva ad ascrivere il proprio nome sul grimorio maledetto, vergandolo col sangue, e si addentra nel bosco accompagnata dal demonio Black Phillip, beh allora, alla fine, quando tutto sembra perduto, alla strega ci ho creduto anch’io.

 

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D&R: Perché le capre hanno quegli occhi così strani ed inquietanti?

A ben vedere, gli occhi delle capre sono davvero grotteschi. Così diversi dai nostri e dalla maggior parte degli animali. Siamo abituati a quelli con le pupille verticali dei gatti, o a quelli a palla dei carlini, ma le fessure verticali delle capre, come si spiegano? Perché le capre hanno quegli occhi così strani ed inquietanti?

La stessa domanda deve essersela posta anche qualcuno alla University of California di Berkeley, dove nel 2015 viene avviato il primo studio in merito, che ha scansionato e registrato centinaia di pupille animali.

La pupilla è fondamentalmente un buco, situato al centro dell’iride, dove la luce viene catturata e ci permette di vedere il mondo attorno a noi. Negli esseri umani è circolare, come nella maggior parte del mondo animale, ma esistono numerosi esempi bizzarri.

 

 

Le seppie, ad esempio, presentano pupille a mo’ di lettera W, alcune rane le hanno a forma di cuore, mentre i gechi come l’interno dei vecchi rasoi.

Ce ne sono di cose strane là fuori. […] È un dibattito aperto da un po’ di tempo, perché è la prima cosa che sei spinto ad osservare in un animale. Dove si trovano i suoi occhi e che forma hanno le sue pupille. – Martin Banks, ricercatore della University of California

I ricercatori della University of California hanno così studiato 214 specie diverse, registrandone abitudini alimentari, il ciclo sonno/veglia, la posizione nella catena alimentare. E sono giunti alle conclusioni che le pupille sono legate alla necessità dell’animale di focalizzare la propria attenzione su un certo numero di fattori.

Detto più semplicemente, gli animali con pupille verticali come i gatti, sono predatori che tendono agguati, e che hanno bisogno di concentrare la propria attenzione non sull’ambiente circostante, ma sulla preda, come se guardassero attraverso il mirino di un fucile di precisione. Pupille rotonde, come le nostre, sono legate ad animali predatori che cacciano attivamente più prede alla volta, e sono più alti di molti altri consimili. Di contro, pupille orizzontali permettono di avere una visione periferica maggiore, e sono riservate agli animali predati: si possono controllare più punti da dove il nemico potrebbe attaccare senza muovere la testa.

La posizione degli occhi, poi, avalla le precedenti conclusioni: i predatori li hanno in posizione centrale, mentre le prede di lato, per aumentare il campo visivo.

C’è un’altra cosa bizzarra che nessuno sembra aver mai notato.

Quando abbassano la testa al suolo [per brucare l’erba], i loro occhi si muovono mantenendo il parallelismo con la terra. Ed è una cosa straordinaria, perché gli occhi ruotano in direzione opposta nella testa. – Martin Banks, ricercatore della University of California

Ho speso un sacco di tempo con i cavalli, e li ho visti mangiare, guardarsi attorno, e non l’avevo mai notato. È una semplice osservazione che tutti possono fare, ma che la scienza non ha mai fatto. – Jenny Read, scienziato della Newcastle University

Le capre, in pratica, hanno pupille orizzontali che permettono all’animale di avere una visuale quasi completa di tutto ciò che lo circonda, anche nei momenti in cui è più indifeso, come ad esempio durante il pasto.

Oppure, secondo credenze a metà tra la religione ed il folklore, le capre guardano il mondo con gli occhi del diavolo.

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UFO avvistato in Canada

È stato avvistato a febbraio 2016 un UFO in Ontario, Canada. La particolarità di questo disco volante è che all’improvviso è letteralmente svanito nel nulla.

 

 

Il video che ritrae la manifestazione è stato pubblicato dall’utente V-For-Victor (V4V) su YouTube. Lo youtuber racconta che i tre strani oggetti volanti si muovevano affiancati in una strana formazione, e che sparivano e riapparivano all’improvviso.

Non ho idea di quanto gli UFO fossero grandi o distanti da me. Sembravano enormi. Non c’era alcun suono strano nell’aria, né ronzii né motori… I colori degli UFO erano sul giallo/arancione, come quello dei fanali delle auto. – V4V

L’incidente è attualmente valutato dal MUFON, associazione ufologica internazionale che tenta di spiegare razionalmente gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati, che non crede alle parole dello youtuber. E la credibilità di V4V, in effetti, è un po’ scarsa: in due post diversi dichiara di aver filmato i dischi volanti prima il 19 febbraio, poi il 21.

Per far luce sul mistero, viene contattato dall’HuffPost l’esperto in effetti speciali Marc Dantonio che, visionato il filmato, rilascia quanto segue:

Un video davvero interessante. Comunque, ho notato qualcosa di strano nel momento in cui gli oggetti svaniscono nel “cielo”. Ho scritto “cielo” perché, secondo me, non si tratta realmente del cielo. Ho intravisto, ad un certo punto del video, il riflesso di una finestra. Sono convinto si tratti solo di luci riflesse in un vetro, e la loro “scomparsa” è solo la luce accesa nella stanza e proiettata sul vetro. – Marc Dantonio all’HuffPost

Una semplice burla – fatta anche male – o l’ennesimo fenomeno ufologico inspiegabile? A voi l’ardua sentenza. 🙂

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“Sei tale e quale a tua madre” – Quando le figlie sono identiche alle mamme

“Sei tale e quale a tua madre”, quanto volte ve l’hanno detto, se siete ragazze, o quante volte l’avete pensato della vostra compagna? Non tutti gli uomini, poi, amano la propria suocera, e sapere che un giorno la propria mogliettina adorata possa somigliarle è un vero e proprio incubo. Uno studio condotto dal Daily Mail si pone una semplice domanda: quanto si somigliano davvero mamma e figlia? Davvero tanto.

Il Daily Mail ha chiesto a 5 donne e alle loro figlie di posare di fronte alla macchina fotografica, per poi confrontare le immagini al computer e verificare quanto e se una ragazza, col passare degli anni, assomiglierà alla madre. Ecco gli scatti.

 

Sara Pearson, 62 anni, e sua figlia Clemmie, 30. Entrambe di Londra, gestiscono un’agenzia di pubbliche relazioni.

 

Rhonda Mackintosh, 45 anni, e Darcey, 15. La prima è un ingegnere capo, la seconda una studentessa. Vivono a Glasgow.

 

Frances Dunscombe, 83 anni, e Tineka Fox, 57. La prima è una modella, la figlia è casalinga. Vivono nel Surrey.

 

Esther Savage, 73 anni, e Wendy Brake, 43. Casalinga e pediatra, vivono sull’Isle of Sheppey.

 

Josie O’Rourke, 48 anni, e Jodie Clark, 24. La prima è vicedirettrice di un editore, la seconda è un’organizzatrice di eventi. Vivono rispettivamente a Hasting e Stratford.

Forse le foto non rendono giustizia. Provate a vedere il meshup creato unendo i volti di madre e figlia, e forse vi ricrederete.

 

 

Certo cinque coppie di donne sono un po’ pochine per uno studio serio, ma la prossima volta che conoscete una ragazza, prima di chiederle di sposarvi, fidatevi di un consiglio.

Guardate prima com’è la madre. 🙂

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La donna aliena di Marte

Curiosity, il rover atterrato su Marte il 6 agosto 2012, ha raccolto in questi anni migliaia di immagini straordinarie del pianeta rosso. Tra queste, ve ne sono alcune dense di mistero e fantastiche congetture, come quella che ritrae una donna aliena intenta a scrutare l’orizzonte.

Scoperta casualmente nel luglio del 2015 dall’utente YouTube UFOovni2012, la foto mostra quella che a prima vista sembra solo una distesa di rocce e poco più.

 

 

In realtà, al centro ed in bella vista, c’è una donna aliena, fasciata in un lungo abito nero.

 

 

La figura femminile porta lunghi capelli corvini sciolti dietro la schiena, sono ben visibili entrambe le braccia ed il florido seno e sembra guardare dritta dinnanzi a sé. Qualcuno ha ipotizzato che possa trattarsi di una statua eretta da un’antica civiltà, ma se così fosse sarebbe stata erosa da tempo: in baso al calcolo delle ombre si tratta di un’aliena alta poco meno di 10 centimetri. Sembra un’assurdità, ma bisogna ricordare che l’astronauta William Rutledge, al seguito della fantomatica missione Apollo 20 (quest’ultima smentita da evidenti contraddizioni tecniche, ma tutt’ora spacciata per vera da alcuni ufologi e trasmissioni tipo Mistero di Italia 1) dichiara di aver visto con i propri occhi tubi artificiali di vetro con dei piccoli scheletri nelle vicinanze di circa 5 centimetri semisepolti sulla superficie lunare.

Abbiamo già trattato un caso simile, Ominide sulla Luna scovato su Google Moon, che si è rivelato solo un caso di pareidolia ma, al di là dell’attendibilità di Rutledge, questa foto è autentica e disponibile sul sito della Nasa.

La cosa più inquietante di tutte è che si potrebbe trattare di una vera aliena, molto simile nelle fattezze a noi. E sta fissando attentamente Curiosity.

Come se stesse scrutando in realtà tutti noi.


Che cos'è in realtà la donna aliena di Marte fotografata da Curiosity?

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La stazione spaziale aliena di KIC 8462852

C’è una stella nel firmamento che ha un nome strano: KIC 8462852, che assomiglia più o meno al nostro Sole. Si trova nella costellazione del Cigno, e dista 1.480 anni luce dalla Terra. Probabilmente tutte queste informazioni non vi diranno nulla, ma si tratta della stella più misteriosa dell’universo, perché sembra che ospiti una stazione spaziale aliena.

La Missione Kepler, missione NASA Discovery #10, è stata specificatamente progettata per monitorare una porzione della nostra regione della Via Lattea e scoprire dozzine di pianeti simili alla Terra vicino o nella zona abitabile e determinare quante delle miliardi di stelle della nostra galassia posseggano pianeti. – Kepler Mission Quickguide

Nel settembre del 2015 il telescopio spaziale Kepler registra delle strane anomalie in una stella della costellazione del Cigno, KIC 8462852, che gli astronomi non riescono a spiegarsi razionalmente. Quando un esopianeta – ovvero al di fuori del Sistema Solare – ruota intorno ad una stella, Kepler registra una variazione di luminosità della stessa dovuta al passaggio del corpo celeste; questi dati possono essere usati per calcolare la grandezza di un pianeta, il suo moto e molto altro. La straordinarietà di KIC 8462852 è che, per diversi giorni, viene oscurata da qualcosa di non meglio definito. Se la stella fosse giovane si potrebbe trattare di detriti che, sotto l’effetto gravitazionale dell’astro, creerebbero in futuro un nuovo sistema, ma non è questo il caso.

Non abbiamo mai visto niente che rassomigli a questa stella. È strana. Pensavamo che si trattasse di dati errati o fluttuazioni del modulo, ma era tutto in ordine. – Tabetha Boyajian, assegnista di ricerca della Yale University

Sono state avanzate numerose ipotesi per spiegare questa singolarità, ma nessuna è in grado di convincere pienamente gli studiosi. Si scoprono, oltre a numerosi ed improvvisi cali di luminosità sporadici, anche due eventi più importanti, a circa 750 giorni di distanza. Nel primo evento la luminosità si riduce del 15%, mentre nel secondo del 22%; in proporzione Giove non riuscirebbe ad oscurare che poco più dell’1% del nostro Sole: quello che transita nei pressi di KIC 8462852 non è un pianeta.

Ed è incredibilmente grande.

 

 

Le ipotesi, come abbiamo detto, sono varie, ma nessuna è davvero la risposta esauriente che tutti gli astronomi cercano. In questo clima di incertezza l’astronomo Jason Wright ha azzardato che si tratti di una stazione spaziale aliena, o di una sfera di Dyson.

Quando [Tabetha Boyajian] mi ha mostrato i dati, ero affascinato da quanto pazzeschi fossero. Gli alieni dovrebbero essere l’ultima ipotesi da considerare, ma questa cosa sembra proprio quello che ti aspetteresti da una civiltà extraterrestre. – Jason Wright

Per ora il SETI ha puntato le proprie antenne su KIC 8462852, alla ricerca di onde radio che testimonino la presenza di intelligenza aliena nello spazio.

Non ci resta che aspettare.

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Who put Bella in the Wych Elm? – Il cadavere nell’albero

Ci sono quattro ragazzi che si divertono ad arrampicarsi su un albero. Lo fanno perché sono degli ornitologi dilettanti, e credono che sul grande olmo che hanno adocchiato ci sia un bel nido di uccelli. Uno di loro sale in cima, si appende ai rami, ma il legno cede, dato che la pianta in realtà è morta da già da un pezzo, ed il ragazzo sprofonda nel tronco secco. Dove trova un teschio umano. Questa è la storia di Bella, e del suo misterioso omicidio.

 

 

È il 18 aprile 1943, e quattro ragazzi inglesi di Stourbridge, che rispondono ai nomi di Robert Hart, Thomas Willetts, Bob FarmerFred Payne, si sono dati appuntamento sulla Wychbury Hill, una collinetta a pochi chilometri dalla cittadina, per andare a caccia di nidi di uccelli. Trovano tra gli altri un olmo che non sembra messo tanto bene; come molti degli alberi lì intorno è oramai morto da tempo, ma sembra dare rifugio ad una famiglia di uccelli. Farmer, il più agile ed esile dei quattro, comincia la scalata dell’olmo, ma cade e si ritrova all’interno del tronco, dove scopre un teschio umano.

I quattro, pietrificati, non sanno che pesci pigliare. Osservano il cranio, così reale, così tangibile. Decidono di non rivelare niente a nessuno. Il patto di silenzio dura poco, perché Willets, il più giovane, spinto dalla paura racconta tutto al padre, che ovviamente avverte subito la polizia. Gli investigatori di Warwickshire esaminano con cura la zona, e trovano il teschio descritto dal ragazzo nel tronco e frammenti di stoffa e ossa delle dita nascoste nelle vicinanze. Il professore di patologia James Webster ha l’ingrato compito di redigere un profilo fisico della vittima. Con quel poco che ha, conclude che si tratta di una donna sotto la quarantina, abbandonata nell’albero circa un anno e mezzo prima, pochi minuti dopo la morte. La causa della dipartita è l’asfissia: nella bocca vengono ritrovati lembi di taffettà usata, probabilmente, per imbavagliarla. La polizia non ha molti elementi su cui basarsi: l’unica speranza è che qualcuno possa riconoscere la vittima dal calco dei denti, e così vengono interrogati prima tutti i dentisti della regione, infine i dati vengono comparati a livello nazionale. Nessun riscontro.

Qualche tempo dopo il ritrovamento, sei mesi circa, appaiono degli enigmatici graffiti in molti luoghi nei pressi di Warwickshire; cartelli stradali, edifici, colonne, vengono vergati con una frase, sempre la stessa, che forse vuole suggerire molto più di quanto si immagina: Chi ha nascosto Bella nell’olmo? (originale: Who put Bella down the wych elm?).

 

 

Qualcosa non torna. Forse il misterioso graffitaro – ma potrebbero anche essere più d’uno – vuole suggerire alle autorità di cercare una donna di nome Bella. Le indagini si muovono in questa direzione ma nessuna donna, né ufficialmente né nell’underground della regione, corrisponde alla descrizione.

Nel 1944 viene ritrovato il corpo senza vita di una prostituta di Birmingham. Nel rapporto dell’omicidio viene sottolineato che circa tre anni prima un’altra prostituta, Bella, era scomparsa misteriosamente nel nulla. Nonostante la segnalazione, gli inquirenti non sono in grado di stabilire se si tratti della stessa donna dell’albero.

La vittima, che ora viene comunque soprannominata Bella, sembra uscita dal nulla. Nessuno ne ha segnalato la scomparsa, e nessuno riesce a fornire indizi utili alla polizia. Il caso si impantana e, come molti altri di persone scomparse o omicidi irrisolti, diventa un cold case, cioè non viene più seguito attivamente.

Passano due anni.

Del caso si interessa la professoressa di antropologia Margaret Murray, che ipotizza che Bella sia stata uccisa durante un antico e grottesco cerimoniale, a metà tra il sacro e profano. Le dita della vittima, sparpagliate tutte intorno all’albero, potrebbero condurre al manufatto magico mano della gloria.

 

 

La mano della gloria è un portafortuna che consta nella mano di un impiccato disseccata e conservata in salamoia, che fa in realtà parte di un oggetto molto più complesso: si prende il grasso di un malfattore condannato alla forca, e lo si scioglie a mo’ di candela; quest’ultima viene infilata nella mano della gloria come un candeliere, che acquisterebbe così il potere di paralizzare chiunque si ritrovi rischiarato dalla sua eterea luce. Molte donne incinte del XVII secolo sono state uccise in Europa per fabbricare questo manufatto – il grasso del condannato si poteva sostituire col dito di un bambino mai nato – aspramente conteso tra i ladri più spietati.

Si deve mozzare dal corpo di un criminale morto al cappio; metterla sotto sale con l’urina di un uomo, una donna, un cane, un cavallo ed una giumenta; affumicarla con erbe e fieno per un mese; lasciarla appesa ad una quercia per tre notti di seguito, fissarla ad un bivio, quindi alla porta di una chiesa per una notte, vegliata dal suo creatore dal portico – e se l’orrore non vi ha fatto rifuggire dal portico… la mano è completa, ed è tutta vostra. – Manoscritto che accompagna la mano della gloria del Whitby Museum di North Yorkshire, Inghilterra

Poco tempo dopo le dichiarazioni di Murray viene trovato in un vicino villaggio di Lower Quinton il corpo senza vita di un uomo, tale Charles Walton, inchiodato a terra da un forcone. La stampa, neanche a dirlo, va a nozze con la notizia, suggerendo che la regione sia divenuta teatro di oscuri rituali magici. La popolazione locale resta atterrita dalle idee dei giornali, e l’eco giunge fino a Scotland Yard, che decide così  di interessarsi alla vicenda, purtroppo senza risultati.

Le svolte più significative si hanno nel 1953.

La prima vede protagonista Una Mossop, che rivela alla polizia che suo cugino Jack Mossop le ha confessato di aver ucciso la donna insieme ad un olandese, van Ralt, conosciuto per caso al Lyttelton Arms, un pub di Hagley. Secondo Una Mossop, assieme a van Ralt, al locale, c’è una donna, anche lei olandese. Dopo una serata a base di birra, van Ralt chiede aiuto a Jack perché la sua amica, ubriaca, è svenuta in auto: l’olandese vuole farle uno scherzo, e la nasconde nell’olmo, affinché la mattina successiva si renda conto della notte brava. Forse la ragazza è già morta a causa dell’alcool, o forse è van Ralt ad ucciderla – non si sa se volontariamente o meno – tappandole la bocca col taffettà, fatto sta che Una Mossop è convinta che il cugino sia il colpevole. Purtroppo, nel frattempo Jack Mossop è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché tormentato dalla visione di una donna che lo fissa da un albero, e muore diverso tempo prima che il teschio nell’olmo venga ritrovato.

La seconda vede protagonista un’altra donna, che dice di chiamarsi Anna, che contatta il giornale locale Express and Star Wolverhampton dichiarando di conoscere l’identità dell’assassino di Bella. Anna viene interrogata dalle autorità, e spinge gli ispettori verso una nuova pista, quella dello spionaggio. La donna afferma che Bella sia stata uccisa perché trovatasi al centro di un intrigo che coinvolgeva una spia tedesca, un ufficiale inglese, un olandese ed un’artista da music hall. La teoria di Anna si regge in piedi, in quanto per lungo tempo le fattorie inglesi della regione sono state obiettivi primari dell’intelligence nazista. L’omicidio di Bella sarebbe quindi un grottesco tentativo di una spia nazista di ricreare una mano della gloria per guidare i tedeschi negli attacchi aerei a Birmingham della Seconda Guerra Mondiale.

Per circa trenta anni non si viene a capo di nulla, finché nel nel 1968 lo scrittore Donald McCormick non pubblica Murder by Witchcraft, in cui racconta la sua teoria sulla morte di Bella. McCormick afferma che la donna sia stata una spia nazista, Clarabella, il cui nome in codice sarebbe stato, senza molta fantasia, Clara. Clara si sarebbe paracadutata sulle West Midlands nel 1941 e, impossibilitata a stabilire un contatto radio, sarebbe scomparsa nel nulla. La storia di McCormick è affascinante ma si tratta, per l’appunto, solo di una bella storia.

Che forse però ha un fondo di verità.

In base agli archivi della sezione MI5, i servizi segreti inglesi, nel 1941 viene paracadutato sul Cambridgeshire un agente della Gestapo, di nazionalità ceca, che risponde al nome di Josef Jakobs. Nel suo file si scopre la foto di una donna, una cantante di cabaret tedesca, Clara Bauerle. Jakobs afferma durante l’interrogatorio – è stato arrestato nel gennaio 1941 – che Bauerle sia la sua amante nonché reclutatrice dell’esercito nazista, paracadutatasi poco dopo di lui e dispersa in azione. Il settore MI5 scopre che Bauerle è nata a Stoccarda, in Germania, nel 1906, e che all’epoca dei fatti avrebbe avuto 35 anni.

Tutto sembra tornare: Bella potrebbe essere Bauerle, ha circa 35 anni, è una cantante di cabaret (Anna sostenne che fosse un’artista da music hall), ha conoscenze nell’esercito tedesco ed è una spia. Forse Jakobs, se interrogato dalla polizia di Stourbridge, saprebbe fare luce sul mistero del teschio nell’olmo, ma purtroppo per lui viene zittito da un plotone di esecuzione il 15 agosto 1941, ultimo condannato a morte della Torre di Londra.

Il mistero del cadavere nell’olmo, dopo oltre settant’anni, non ha ancora una soluzione.

 

 


Chi ha nascosto Bella nell'olmo?

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I Minion e le torture naziste

I Minion sono dei simpatici personaggi gialli nati dalle geniali menti della Illumination Entertainment, coprotagonisti imbranati della serie Cattivissimo Me e da quest’anno al cinema in un divertentissimo spinoff. Qualcuno però afferma che la loro genesi non sia solo farina del sacco degli autori della Illumination, ma che le loro origini siano molto, molto più inquietanti. E se i Minion fossero in realtà ispirati a bambini vittime di esperimenti nazisti?

 

 

Ad avanzare questa strana quanto macabra ipotesi è Luciano Gonzales, che in suo post di Facebook lascia un inquietante messaggio ai suoi amici, poi condiviso decine di migliaia di volte sul web.

Lo sapevate? “Minions” (dal tedesco “minion” => “schiavo”) era il nome con cui erano chiamati i bambini ebrei adottati dagli scienziati nazisti per i loro esperimenti che passavano gran parte della loro vita nella sofferenza, e dato che non parlavano tedesco le loro parole erano per i tedeschi dei suoni divertenti. – Luciano Gonzales

La foto non lascia adito a dubbi: bambini ebrei vestiti come una sorta di palombari, in fila indiana su una barca in mezzo al mare, probabilmente asserviti agli scienziati nazisti pronti a gettarli tra i flutti per la causa del regime. Più a sinistra quello che sembra il capitano della nave, certamente un gerarca, che sorride beffardo. Certo, la somiglianza c’è, e la storia, per quanto orrenda, potrebbe anche stare in piedi.

Ma per fortuna è tutto falso.

Cominciamo dai fatti più evidenti: il termine minion deriva dall’inglese, non dal tedesco, e più che schiavo significa tirapiedi, servitore; quelli nella foto non sono bambini, si capisce anche dal fatto che siano troppo alti per essere dei fanciulli; il capitano a sinistra non è tedesco, indossa infatti un’uniforme della marina inglese. E non siamo neanche durante la seconda guerra mondiale.

La foto è del 1908 ed appartiene al Royal Navy Submarine Museum, e rappresenta semplicemente una pattuglia di palombari inglesi in tenuta da salvataggio sul ponte esterno di un sottomarino. Negli anni a cavallo del 1900 le tenute da palombaro sono tutte molto simili, con il tipico casco con visiera rotonda, come testimoniano numerose immagini dell’epoca.

 

 

Lo stesso Luciano Gonzales si è scusato modificando il post originale e spiegando che nessun utente gli ha mai chiesto le fonti della sua asserzione, e che in realtà l’idea non è stata sua ma che girasse già da tempo sul web con l’uscita di Cattivissimo Me. Che le sue scuse siano in buona fede lo lascio decidere a voi.

Questo è un tipico esempio della legge di Godwin, che ironizza sul fatto che in una qualunque discussione su internet ci sarà sempre qualcuno che, prima o poi, metterà in mezzo il nazismo. La legge recita così:

Mano a mano che una discussione su Usenet si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler si avvicina ad 1 – Mike Godwin, legale della Wikimedia Foundation

In pratica, di qualsiasi cosa si parli, ci sarà certamente un idiota pronto a collegare l’argomento con Hitler ed il nazismo. O se vogliamo attingere dalla nostra cultura popolare, possiamo citare un classico proverbio italiano: la mamma dei fessi è sempre incinta.

 

 


Credete che i Minion siano ispirati ad eventi accaduti durante il nazismo?

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Il mistero del massacro di Hinterkaifeck

Hinterkaifeck è una piccola fattoria incastonata tra le città tedesche di Ingolstadt e Schrobenhausen, nei pressi di Gröbern, in cui vive la famiglia Gruber. Questa è la storia di come, in una fredda giornata di marzo, verranno trovati tutti uccisi con un piccone: il mistero del massacro di Hinterkaifeck.

 

 

Nel piccolo villaggio d Kaifeck la vita scorre tranquilla, dettata da susseguirsi dei giorni dedicati all’agricoltura e all’allevamento di bestiame, che assicurano alla brava gente della cittadina una vita dignitosa e salutare. Tra le tante fattorie ce n’è una costruita un po’ in disparte, a poca distanza da un’enorme foresta che si estende a perdita d’occhio tutt’intorno alla proprietà. Qui vi abita la famiglia Gruber, così composta:

  • Andreas, 63 anni, il capofamiglia;
  • Cäzilia, 72 anni, sua moglie;
  • Viktoria Gabriel, 35 anni, la loro figlia vedova (il marito Karl è morto in guerra nel 1914);
  • Cäzilia, 7 anni, prima figlia di Viktoria;
  • Josef, 2 anni, secondogenito di Viktoria.

I Gruber hanno ereditato la fattoria Hinterkaifeck da Cäzilia, che nel 1877 aveva sposato Josef Asam Von Hinterkaifeck, che morirà nel 1855. Andreas, quindi, è il secondo marito di Cäzilia (il cui cognome da nubile è Sanhüter). I Gruber sono persone semplici, ma in paese sono in molti a chiedersi perché la loro fattoria sia stata costruita così in disparte, e le malelingue ricamano volentieri storie inquietanti sul loro conto: si dice ad esempio che Andreas sia un uomo violento, che picchia spesso l’anziana moglie e che abusa sessualmente della figlia Viktoria; Josef, sono in molti a crederlo, sarebbe figlio di un incesto. C’è poi qualcosa che non va nella fattoria stessa. Si sentono voci soffocate provenire dalla soffitta, apparizioni misteriose si avvicendano per casa, ed il rumore della neve pestata dai passi di qualcuno quando fuori, in realtà, non c’è nessuno. La cameriera Kreszenz Rieger è distrutta dal terrore, è maledettamente sicura di aver visto un fantasma in soffitta. Così sul finire del 1921 fa le valigie in fretta e furia, ringrazia Andreas per come l’ha tratta in questi anni – evidentemente, almeno con lei, si è sempre comportato egregiamente – e se ne va per sempre. Nonostante lo spiacevole evento, l’inverno scorre tranquillo.

Fino al marzo del 1922.

Un giorno di marzo del 1922 il pastore Hass della vicina missione, trova nel confessionale della chiesa una busta contenente 700 marchi d’oro, donati da Viktoria Gabriel. Hass ovviamente è felice per il gesto, ma qualcuno si chiede cosa abbia spinto la donna a questa opera caritatevole. Forse, si dirà poi, ha qualcosa in comune con quanto accadrà poche settimane dopo.

 

 

La notte tra il 29 ed il 30 marzo nevica molto, e la mattina seguente Andreas fa un giro della proprietà per assicurarsi che non ci siano stati danni provocati dalla neve. Sembra tutto a posto, quando qualcosa attira la sua attenzione: delle impronte. Impronte fresche, nitide, provengono dalla foresta e si aggirano intorno alla fattoria. Andreas è un uomo pratico, così segue le orme per capire da dove provengono; si addentra nel bosco, supera decine di alberi e poi più nulla.

Le tracce svaniscono così, all’improvviso.

Qualcosa non quadra, e l’uomo decide di tornare indietro e vedere se è stato rubato qualcosa: scopre che la serratura del garage è stata forzata. Attraverso questa struttura si ha accesso alle dimore, ma non alla stalla o al granaio. Altre tracce di un ingresso notturno si trovano nei pressi della stanza del generatore anche se, in effetti, non è stato rubato nulla. Andreas chiede ad un suo amico agricoltore, Kaspar Stegmair, se durante la notte ha notato qualcosa di strano, ma questi nega.

 

 

La notte tra il  30 ed il 31 marzo Andreas non riesce a prendere sonno, è troppo turbato da quello che ha visto. Non riesce a spiegarsi le impronte e si chiede perché, se qualcuno è entrato davvero in casa loro, non abbia provato a rubare qualcosa. Mentre è a letto sente dei passi in soffitta, e sveglia la moglie preoccupato. Cäzilia non ha sentito niente, ed imputa il tutto ad una semplice suggestione del marito dettata dagli accadimenti della mattina. Andreas non è convinto, ed imbraccia il suo fucile alla ricerca dell’estraneo che turba la serenità della sua casa. Perquisisce la fattoria in lungo e in largo, resta sveglio tutta la notte, ma alla fine deve arrendersi all’evidenza: a parte i Gruber, nel raggio di qualche centinaio di metri, non c’è nessun altro.

La mattina del 31 Andreas fa un nuovo sopralluogo, e rimane impietrito dinanzi ad un giornale semisepolto dalla neve. Nessuno ha chiesto di ricevere un quotidiano, così l’uomo interroga a tal proposito il postino del paese, Josef Mayer, chiedendogli il perché di quella consegna. Josef, però, non ha mai consegnato alcun giornale alla fattoria Hinterkaifeck.

C’è qualcosa che non torna. Qualcosa di inquietante.

Andreas è convinto che insieme alla sua famiglia ci sia qualcuno che vive segretamente nella fattoria. Forse in soffitta, forse nel bosco. Ma c’è, da qualche parte deve esserci. Andreas ne è sicuro. E ne sarà ancora più sicuro quando poche ore dopo scoprirà che qualcuno ha rubato le chiavi del suo scrittoio, che non verranno mai più ritrovate.

Nel pomeriggio si presenta alla porta di casa la nuova cameriera, Maria Baumgartner, 44 anni, pronta a smorzare l’aria carica di tensione che si respira nella proprietà.

 

 

Il 1° aprile la maestra di Cäzilia nota l’assenza della piccola – come già scritto, Andreas Gruber viene immaginato in paese come un uomo molto violento – ma non da’ troppo peso alla cosa. La sera, il falegname Michael Plöckl passa lungo la strada nei pressi di Hinterkaifeck, e qualcuno dalla fattoria gli punta la luce di una torcia elettrica, accecandolo per qualche secondo. Michael resta incuriosito dall’accaduto, e da’ un’occhiata fugace alla proprietà: sembra tutto in ordine, ed il fumo sbuffa sonnacchioso dal camino ad incorniciare, probabilmente, una bucolica serata in famiglia. L’uomo pensa che probabilmente è stato illuminato dalla torcia di Andreas, che in un primo momento non aveva capito chi fosse. Michael, così come era arrivato, si allontana per la sua strada.

La domenica del 2 aprile le donne Gruber non si presentano come di consueto in chiesa, e la cosa non passa inosservata.

Il 3 aprile il postino Josef consegna regolarmente la posta alla fattoria, ma alcuni particolari lo mettono in allerta.

Ho lasciato la posta, come faccio sempre, sul davanzale della cucina. Ho notato che il passeggino non era in cucina, dove lo vedevo di solito, e la porta era socchiusa. – Josef Mayer

Il 4 aprile, alle 9 del mattino, il meccanico Albert Hofner giunge a Hinterkaifeck per riparare la guarnizione della testata del trattore dei Gruber, ma non trova nessuno ad accoglierlo. Il cancello principale è chiuso, così gira intorno alla fattoria, sperando che quello sul retro sia aperto. Chiuso anche quello. La dimora sembra vuota, e questo è strano, perché almeno la signora Cäzilia dovrebbe essere lì, così guarda attraverso le finestre. Tutto è immobile, finché il cane, Spitz, non abbaia dall’interno della casa e le mucche non muggiscono dalla stalla. Albert aspetta un’oretta sotto un melo, a pochi metri dalla casa, e tenta un paio di volte di farsi udire da qualcuno, fischiando.

Stufo di aspettare si avvia verso l’edificio a nord della proprietà, e lì si appresta a riparare il motore. Il lavoro lo impegna per circa quattro ore, ed anche durante questo tempo ha provato a farsi sentire cantando e fischiando. Alla fine accende anche il motore al massimo, ma nessuno sembra accorgersi di niente. Messo a posto il trattore, si avvia di nuovo verso la casa, per comunicare il buon esito della riparazione. Si rende conto però che ora la porta del fienile è completamente spalancata e che il cane, che prima era chiaramente in casa, è ora legato all’esterno; ha una vistosa ferita ad un occhio, e sembra molto più aggressivo del solito. L’uomo si allontana così dalla fattoria nel primo pomeriggio. Lungo la strada incontra Victoria e Maria, le figlie di Lorenz Schlittenbauer – il padre di Josef, avuto da una relazione con Viktoria – e le informa che il motore è stato riparato, ma nella fattoria non sembra esserci anima viva. Lorenz viene a conoscenza del fatto e, preoccupato, manda sulla strada di Hinterkaifeck i due figli, JohannJosef Dick (compagno di scuola di Cäzilia), per incontrare chiunque torni al podere. Non torna nessuno. Lorenz si convince che qualcosa di terribile sia accaduto ai Gruber, ed insieme ai figli e ai vicini Michael Pöll e Jakob Sigl decide di investigare alla fattoria. Mentre i ragazzi restano in cortile, i tre uomini entrano attraverso l’ex sala generatori all’interno della stalla.

Qui trovano quattro cadaveri.

 

 

I corpi sono gettati alla rinfusa uno sopra l’altro, in mezzo alla paglia. Poco distante, il cane abbaia ferocemente. Sporco di sangue, giace a terra un piccone.

Lorenz riesce ad entrare in casa, aprendo la porta chiusa a chiave a Michael e Jakob. Nella stanza della servitù giace il corpo senza vita della cameriera, e nella camera da letto quello del piccolo Josef. Michael e Jakob si allontanano per avvertire la polizia portandosi i figli di Lorenz, che resta in attesa in casa. Da solo, circondato dal puzzo dei cadaveri in decomposizione.

Alle 18:00 il sindaco Greger, con un poliziotto di Hovenwart, giunge sul luogo della strage. Alle 21:30, dopo i primi sopralluoghi effettuati dalla polizia locale, arrivano sei ufficiali inviati da Monaco ad indagare sul caso. Tutte le vittime sono state uccise con un piccone, di proprietà dei Gruber.

Si tratta di una delle mattanze più brutali della storia.

 

 

Dopo gli interrogatori e l’autopsia, sabato 8 marzo i sei corpi vengono finalmente sepolti a Waidhofen.

Dopo che la corte ha approvato l’autopsia sui sei corpi, si sono svolti sabato i funerali. Numerosa ed addolorata era la folla accorsa, che ha voluto tributare alle vittime il suo ultimo saluto. Dai paesi vicini e non 3.000 persone sono giunte. Si è trattato di uno spettacolo disarmante, con le sei bare accompagnate dai ragazzi della scuola. Il Reverendo P. Haas, dopo la benedizione delle salme all’ingresso sud del cimitero, ha visto seppellire i corpi in una fossa comune, i quattro adulti a destra e i due bambini a sinistra. Haas ha citato il racconto biblico di Caino e Abele, definendo l’omicidio un atto terribile agli occhi di nostro Signore, e chiedendosi come un uomo con anche solo una scintilla di fede in Dio nel cuore possa perpetrare un così orribile delitto, reso ancora più grottesco dall’omicidio di bambini innocenti. – Articolo del settimanale Schrobenhausener, 11 marzo 1922

La fattoria Hinterkaifeck viene demolita, per ordine del tribunale, nel 1923. Al suo posto si trova poco distante una lapide a commemorare l’accaduto.

 

 

Ma cos’è successo realmente a Hinterkaifeck?

Il 30 marzo le vittime vengono attirate nella stalla in qualche modo, ed uccise una dopo l’altra. La prima è la signora Cäzilia, seguita da Andreas, Viktoria e dalla piccola Cäzilia. I loro corpi vengono trovati accatastati l’uno sopra l’altro. In una mano della bambina vengono ritrovate ciocche dei suoi stessi capelli, come se se li fosse strappati da sola. Dopo le prime quattro vittime, l’omicida si è spostato in casa, uccidendo la cameriera Maria ed infine Josef. Drammaticamente, l’assassino è rimasto nella fattoria per almeno altri due giorni, dormendo beatamente nel letto della coppia e mangiando i pasti seduto a tavola; ha anche acceso il camino per riscaldarsi – il fumo visto da Michael Plöckl era del fuoco acceso dal killer – ed ha regolarmente sfamato e munto le mucche.

Ma non c’è fine all’orrore.

Quando il meccanico Albert Hofner giunge a Hinterkaifeck per riparare il motore, trova il cane prima chiuso in casa, poi legato fuori. Questo significa che l’omicida è in casa per tutto il tempo in cui Albert lavora nella proprietà, e che lega il cane fuori poco prima che questi ritorni a controllare la struttura. Quando infine vengono ritrovati i corpi, il cane è legato nella stalla, segno che l’assassino è ancora in giro per la proprietà fino a poche ore dalla macabra scoperta. Per tutto questo tempo è rimasto lì, in casa, come se nulla fosse successo.

Ma chi può essere stato?

La polizia di Monaco ha alcune teorie su chi sia il killer, ed interroga i sospettati.

Il più importante è Lorenz Schlittenbauer, che per anni ha intrecciato una relazione con Viktoria Gabriel, avendo da lei anche un figlio. Non si è trattata però di una semplice scappatella: Lorenz voleva sposare Viktoria, ma Andreas si è sempre opposto ferocemente all’unione. Potrebbe quindi trattarsi di un delitto dettato dall’odio di Lorenz per Andreas, ma gli investigatori, nonostante questi si contraddica in molti punti durante gli interrogatori, non trovano prove a suo carico.

Un altro sospettato è Karl Gabriel, marito di Viktoria, ritenuto ucciso durante la Prima Guerra Mondiale. Il suo corpo sui campi di battaglia non è mai stato trovato, e potrebbe così essere tornato a Hinterkaifeck. Saputo del piccolo Josef – che non può essere assolutamente figlio suo – potrebbe in impeto di follia aver sterminato la famiglia perché sentitosi tradito dalla donna che ama. Non ci sono prove, però, che Karl sia sopravvissuto alla Grande Guerra.

Possibile assassino è Josef Bartl. Josef è un uomo malato di mente che nel 1919 rapina la famiglia AdlerEbenhausen, un paese non molto distante da Gröbern. Poco tempo dopo fugge da un ospedale psichiatrico distante circa 70 chilometri dalla fattoria. È possibile che abbia tentato una nuova rapina ai Gruber, sfociata nel sangue; secondo il Pubblico Ministero, solo un uomo pazzo come Bartl può aver pensato di vivere nella casa delle sue vittime tranquillamente. Josef sembra il candidato perfetto, ma gli indizi a suo carico sono scarsi, e l’indagine non arriva lontano.

Forse si è trattato di una rapina organizzata da qualcun altro. La fattoria è in una posizione strategica, abbandonata a sé stessa e incorniciata da una strada non molto trafficata: il luogo perfetto per un furto. Dopo il ritrovamento dei corpi, in casa non sono state trovate che poche banconote, forse la maggior parte è stata sottratta dal malvivente; Andreas trova una serratura scassinata prima del massacro, quindi probabilmente qualcuno ha provato – o è riuscito – ad introdursi nell’abitazione; lo stesso Andreas sente di notte dei passi che si muovono in soffitta, e forse sono gli stessi che aveva sentito anche la vecchia cameriera Kreszenz, segno che probabilmente qualcuno dimora nascosto da qualche parte in casa. I Gruber non sono gente ricca, ma hanno monete, titoli di guerra, materiali da costruzione e per l’agricoltura: perché il ladro non si è impossessato di questi oggetti di valore? Eppure il tempo a disposizione c’era.

Vengono incriminati dell’omicidio due cestai, Paul e Ludwing Blunder, visti girare intorno alla fattoria nei giorni successivi alla strage. Il giorno della scoperta dei corpi viene perpetrata una rapina nella zona di Pobenhausen, poco distante dalla fattoria, e Ludwing viene accusato del fatto. I due fratelli potrebbero aver ucciso i Gruber ed essere scappati a Pobenhausen, dove hanno immediatamente ricominciato a rubare. Non ci sono però prove a loro carico per gli omicidi.

Altro sospettato è il soldato Fritz Negendank, della Legione Straniera. Durante gli interrogatori, si scopre che Fritz conosce molto bene Hinterkaifeck, e sembra non dire tutta la verità. La mancanza di un movente, e la scoperta di un solido alibi per i giorni del massacro, sembrano però scagionarlo da ogni accusa.

Affascinante ipotesi è quella che vede Hinterkaifeck come un arsenale militare segreto. Alcune voci insistenti a Gröbern suggeriscono agli ispettori che nella fattoria siano stoccati i pezzi ancora imballati di due caccia tedeschi Fokker D.III. Si dice anche che vi siano armi perfettamente funzionanti, e che numerosi viandanti sono pronti a giurare di aver sentito rumori di aerei provenire dalla struttura. È possibile che Andreas abbia rubato dei piani di guerra al Reich e che questi abbia inviato un tenente e due sergenti a recuperarli, anche con l’uso della violenza: una divisa da tenente è stata effettivamente ritrovata in casa. Non ci si spiega però perché i tre assassini abbiano passato più di due giorni nella fattoria, se il loro obiettivo era solo recuperare i documenti e scappare.

Ultima teoria è quella che vede protagonista un poltergeist particolarmente violento, che stermina la famiglia Gruber a colpi di piccone. Siete liberi di crederci, ma gli atteggiamenti troppo umani dell’assassino – accendere il fuoco, mangiare, mungere le mucche – scartano facilmente questa ipotesi fantasiosa.

 

 

Hinterkaifeck è uno dei più grandi misteri della storia, reso ancora più grottesco dal modo in cui si è evoluto. Di certo si sa solo che ci sono sei cadaveri, sei innocenti, gettati in una fossa comune e dimenticati da tutti.

Questa è la realtà.


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Distruggiamo la Luna!

Sono passati 46 anni da quel 21 luglio 1969: per la prima volta posiamo piede sulla Luna, ed il nostro satellite, per millenni irraggiungibile, si fa in qualche modo sì più vicino, ma anche meno affascinante. E decisamente più noioso. Diciamoci la verità, oramai la Luna ha stufato. Se ne sta lassù, i poeti non la cantano più, ed i lupi mannari sono roba del passato. Sarebbe meglio farla saltare in aria in mille pezzetti, e godersi lo spettacolo.

Già, ma come fare?

Ovviamente è solo un’ipotesi, la Luna è una delle cose più meravigliose che la natura ci abbia donato. Ma se volessimo distruggerla sul serio e levarcela per sempre dall’orbita, come potremmo fare?

Fraser Cain è il creatore del blog di astronomia Universe Today, lanciato nel 1999 e visitato ogni anno da milioni di utenti, e qualche giorno fa ha fatto un paio di conti e ha cercato di comprendere quanta energia sarebbe necessaria per disintegrare il nostro amato satellite.

 

 

Il requisito base per distruggere qualsiasi cosa, dagli atomi alle stelle, è quello di aggirare l’energia di legame. Semplicisticamente, potremmo dire che un oggetto è formato da dei pezzi più piccoli che presentano, se sommati singolarmente, una massa maggiore del prodotto finale; ciò è dovuto al fatto che ogni cosa nell’universo reagisce con quello che la circonda, portando ad una perdita di massa – ad esempio attraverso l’emissione di calore – che non avrebbe se fosse divisa nelle sue componenti più semplici.

Proviamo a fare un esempio: un atomo di elio è formato da due protoni e due neutroni, che hanno singolarmente masse di 1,0073 dalton i primi e 1,0087 i secondi. Fatti i calcoli (1,0073*2+1,0087*2) l’elio dovrebbe avere una massa di 4,0320 dalton, ma in realtà è di 4,0015.

L’energia di legame è quindi la forza necessaria a scomporre qualcosa in parti più piccole, e quella della Luna è 1,2*10^29 joule (quella della Terra è 2,2*10^32).

Per fare un paragone, Fat Boy, la bomba atomica sganciata su Hiroshima (Giappone) ha liberato un’energia di 8*10^13 joule. Per frantumare il nostro satellite servirebbero miliardi di bombe atomiche, detonate tutte nello stesso istante. Praticamente impossibile con i mezzi attuali.

 

 

Proviamo allora con qualcosa che viene dallo spazio: un asteroide. Per scatenare l’energia sufficiente ci vorrebbe un asteroide di dimensioni inimmaginabili, grande centinaia se non migliaia di chilometri. Certo, una soluzione del genere sarebbe fattibile in teoria, ma dove lo andiamo a recuperare un asteroide così grosso? E sopratutto, come lo imbrigliamo e lo spariamo contro la Luna? Neanche questa strada è percorribile.

Sfruttando altre risorse del nostro sistema solare il limite di Roche della Terra potrebbe sbriciolare la Luna in pochi minuti. Il limite di Roche è una linea immaginaria che circonda ogni corpo celeste, al di sotto della quale un altro oggetto viene dilaniato dalle forze di marea che si vengono a creare. Pensiamo ad un bambino che fa il bagnetto nella vasca da bagno, con tutti i suoi giocattoli gommosi e galleggianti al seguito: facciamo un mulinello al centro e lasciamo che i suoi amici di plastica vadano per la propria strada. Se una paperella di gomma si mantiene a debita distanza, il mulinello non le arrecherà danno, ma se questa si avvicina troppo, verrà risucchiata inesorabilmente dal gorgo, sempre più velocemente e vorticosamente. Ora, se il giocattolo non fosse di gomma ma di carta, verrebbe distrutto in mille pezzi: questo è quanto succede quando si supera il limite di Roche. Quello terrestre è di 18.000 chilometri, e se riuscissimo a portare la Luna oltre questa soglia, il nostro pianeta farebbe il resto. Purtroppo non abbiamo i mezzi per spostare un oggetto grande quanto il satellite, che inoltre si allontana da noi di qualche centimetro all’anno, inesorabilmente. Tra qualche milione di anni il satellite maggiore di Marte, Phobos, supererà il limite di Roche e ricadrà sulla superficie del pianeta rosso. Le conseguenze saranno inimmaginabili.

Se la scienza non ci viene in aiuto, proviamo con la fantascienza. Prendendo spunto dal film Austin Power: La spia che ci provava, costruiamo un laserone gigantesco e puntiamolo contro la Luna (anche se nel film avviene il contrario). Come alimentarlo? Il Sole potrebbe venire in nostro aiuto, costruendogli intorno una sfera di Dyson. Una sfera di Dyson è un enorme scudo artificiale che avvolge una stella e ne raccoglie l’energia, che può essere riutilizzata a piacimento – sarebbe come avvolgere una lampadina accesa in una sfera d’acciaio che fosse in grado di assorbirne il calore e la luce. Si tratta di un’idea dell’astronomo, fisico e matematico Freeman John Dyson, attuabile in teoria ma non in pratica: per costruirne una intorno alla nostra stella servirebbe quasi tutta la materia del Sistema Solare, vale a dire buona parte di quello che c’è tra il Sole e Nettuno. Se riuscissimo a costruire lo stesso una sfera di Dyson, potremmo imbrigliare l’energia del Sole per 15 minuti e scaricarla contro il satellite. Basterebbe per sbriciolarlo in un attimo.

 

 

D’accordo, abbiamo distrutto la Luna. E adesso?

I detriti cadrebbero sulla Terra per secoli, e creerebbero un clima inadatto alla vita portando allo sterminio di qualsiasi forma di vita. Senza il nostro satellite gli oceani non avrebbero più le correnti, l’acqua si ritirerebbe spostandosi lungo i poli e l’equatore e distruggendo tutto ciò che gli si parerebbe innanzi. L’asse terrestre, infine, diverrebbe parallelo a quello dell’orbita: il Polo Nord si inclinerebbe al punto di sfiorare l’equatore, portando la Terra a rotolare letteralmente lungo la sua orbita.

E se proprio non resistiamo all’impulso di vedere la Luna distrutta, basta affidarsi al regno della fantasia. Nel manga e anime Dragon Ball (ドラゴンボール) di Akira Toriyama, ad esempio, viene polverizzata da Piccolo (Junior nella versione italiana) con un raggio energetico. In Assassination Classroom (暗殺教室) di Yūsei Matsui il protagonista Korosensei dissolve una parte della Luna lasciandone solo una falce come manifestazione dei suoi poteri ai governi della Terra. In The Time Machine di Simon Wells il satellite viene disintegrato nel 2037, a causa di un’esplosione nucleare.

 

 

Finora abbiamo solo avanzato ipotesi, ma è bene ricordare che nel 1958 la United States Air Force (l’aeronautica militare degli Stati Uniti) ha avviato realmente uno studio per distruggere la Luna. Si tratta del Progetto A119, che prevede la detonazione di un’ordigno nucleare sul satellite – e conseguente distruzione dello stesso – per dimostrare la superiorità degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica, all’epoca potenza indiscussa della corsa allo spazio. Nello stesso anno i sovietici avviano il Progetto E-4, sostanzialmente identico a quello statunitense. Fortunatamente, entrambi i progetti verranno abbandonati l’anno successivo: A119 principalmente per le reazioni negative dell’opinione pubblica, ed E4 per i seri dubbi sulla sicurezza del velivolo di lancio. È interessante notare come la distruzione della Luna, di per sé, venga considerato un problema secondario.

 

 

A conti fatti, ci conviene lasciare la Luna dov’è. Tanto tra qualche milione di anni se ne andrà da sola.

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