Tag: Teorie

D&R: Quanto ci metterebbe un buco nero a divorare il Sole?

Un buco nero è una regione dello spaziotempo con un campo gravitazionale così intenso e forte da attrarre al suo interno qualsiasi cosa. Si tratta del naturale collasso di alcuni tipi di stelle, dotate di una massa straordinariamente elevata, che sono presenti al centro di ogni galassia – e sì, anche nella nostra ce n’è uno. Nulla sfugge alla fame dei buchi neri: non la luce, non i pianeti, non le stelle.

Ma quanto ci metterebbe un buco nero a divorare il Sole?

 

Il buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea fotografato dal satellite Chandra della NASA.

 

I buchi neri si dividono in base alla loro massa in quattro categorie.

Classe Massa Raggio
Buco nero supermassiccio ~106–109MSole ~0.001–400 AU
Buco nero di massa intermedia ~103MSole ~103 km ≈ RTerra
Buco nero stellare ~3-30 MSole ~30 km
Micro buco nero fino a ~MLuna fino a ~0.1 mm

Un buco nero supermassiccio non lascerebbe alcuno scampo ad una stella simile al Sole, divorandola in un sol boccone, o disintegrandola in pochi giorni.

Nel caso il Sole finisse all’interno dell’orizzonte degli eventi (superficie entro cui non vi è più possibilità per qualsiasi cosa di sfuggire alla forza gravitazionale) di un buco nero di massa intermedia, verrebbe lentamente inglobato partendo dalla sua superficie, sottraendogli a poco a poco i gas. Questo processo può durare anche svariati milioni di anni. Se invece venisse colpito in pieno, la nostra stella verrebbe fondamentalmente dilaniata di netto: il gas all’interno ed all’esterno del sole diverrebbero parte integrante del buco nero, che si circonderebbe così di un disco luminoso a cingere il nero più assoluto. Questi eventi sono estremamente rari, ma sono già accaduti in passato.

Se invece il Sole transitasse nei pressi di un buco nero stellare, questi lo divorerebbe molto lentamente. Ci potrebbero volere miliardi di anni affinché una stella del genere possa consumarsi in questo modo.

Un micro buco nero, invece, se passasse attraverso il Sole, probabilmente non creerebbe nessun danno particolare. Se invece gli transitasse nei pressi, la stella verrebbe divorata in un periodo che si potrebbe prolungare per un tempo indefinito. Il Sole evolverà tra circa 10 miliardi di anni in una nana bianca, e successivamente in un diamante di dimensioni planetarie: quando verrà quel giorno, probabilmente il buco si sarà già allontanato abbastanza per non essere più una minaccia.

 

 

 

E se il Sole diventasse dall’oggi al domani un buco nero, cosa succederebbe alla Terra?

Assolutamente niente.

Il nostro sistema solare si base sulle forze gravitazionali del Sole, non sulla sua grandezza. Se un buco nero della sua stessa massa prendesse il suo posto, le leggi fisiche che regolano le orbite dei pianeti resterebbero immutate.

Anche se moriremmo tutti assiderati, non ci sposteremmo di un millimetro.

 

 

Domanda inviata da Lamberto.


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D&R: A che velocità si espande l’universo?

L’universo è nato circa 13,82 miliardi di anni fa, da un grande ammasso estremamente caldo e denso. Poi tutto ha cominciato ad espandersi, le galassie si sono allontanate l’una dalle altre, e tutto è diventato come lo conosciamo oggi. La dilatazione dell’universo continua ancora oggi, e lo farà per diversi miliardi di anni ancora. Ma a che velocità scorre questa espansione?

La prima stima abbastanza precisa viene effettuata nel 2012, quando il telescopio spaziale Spitzer della NASA in orbita dal 2003, seguendo il moto di 90 variabili Cefeidi – una particolare classe di stelle note per la loro correlazione tra periodo di variabilità e luminosità assoluta – calcola la velocità di espansione del nostro universo in 74,3±2,1 km/s su megaparsec (il parallasse di un secondo arco, o parsec, è un’unità di lunghezza astronomica che equivale a circa 3 milioni di anni luce).

 

La Teoria del Big Bang è facilmente comprensibile se si immagina l’universo come un palloncino. All’inizio tutte le galassie sono vicine, ma con l’espansione si allontanano tra loro sempre di più.

 

Una stima più precisa viene pubblicata sulla rivista scientifica Astronomy and Astrophysics nel 2013 da parte del Lawrence Berkeley National Laboratory. Grazie ad un particolare strumento, il BOSS (Baryon Oscillation Spectroscopic Survey, traducibile con Indagine Spettroscopica dell’Oscillazione dei Barioni), che misura la distribuzione della materia oscura, il gruppo di ricerca guidato da Andreu Font-Ribera scopre che la velocità di espansione dell’universo è attestabile intorno ai 68 km/s su megaparsec.

[…] Se guardiamo indietro all’universo, quando aveva meno di un quarto della sua età attuale, avremmo visto un paio di galassie separate da un milione di anni luce andare alla deriva ad una velocità di 68 chilometri al secondo. La stessa velocità con la quale si espande ora l’universo. E il margine di errore dei nostri calcoli è più o meno di un solo chilometro e mezzo al secondo. – Andreu Font-Ribera, caporicercatore del Lawrence Berkeley National Laboratory

Bisogna ricordare che l’universo tende ad aumentare la velocità di espansione in maniera esponenziale; in pratica, è come se ci lanciammo con uno skateboard lungo una discesa ripida: più andiamo avanti, più la velocità aumenta.

Ma come finirà l’universo? C’è chi pensa che i corpi celesti si allontaneranno all’infinito, ed il gelo siderale coprirà ogni cosa, rendendolo incompatibile con qualsiasi forma di vita; altri studiosi immaginano che un giorno tutto tornerà indietro restringendosi di nuovo, tornando a formare un’enorme massa al centro di tutto. Tutto ciò avverrà, seguendo la teoria del Big Freeze, tra 10^10^76 anni (10.000 miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di anni), quando tutta la materia verrà inglobata dai buchi neri. Ma non disperate!

Quel giorno, probabilmente, ci saremo già estinti da un pezzo.

 

Domanda inviata da Lamberto


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Dimmi che seno hai e ti dirò chi sei

È davvero possibile che dalla forma del seno di una ragazza se ne possa comprendere la personalità? Sembra proprio di sì.

Nei secoli in molti si sono cimentati in questa tutt’altro che spiacevole ricerca, che affonda le sue radici nell’arte divinatoria della sternomanzia. Nel 18° secolo la sternomanzia raggiunge in suo periodo d’oro in Spagna, quando i divinatori dichiarano di poter leggere il futuro osservando le linee e la forma del petto umani; a quanto sembra, i vaticini più precisi si hanno col seno femminile, che può essere studiato in un’ottica – passatemi il termine – più tridimensionale di quella maschile. Dai futuri matrimoni alle guerre imminenti, niente sfugge all’occhio sempre attento dei divinatori. Negli anni la tecnica si è affinata, e numerosi psicologi, sessuologi e senologi si sono sentiti il dovere di dire la loro.

Ovviamente i loro studi lasciano un po’ il tempo che trovano.

 

 

I due più grandi esperti nella correlazione tra seno e personalità femminili sono l’italiano Piero Lorenzoni, autore del libro Di che seno sei? – Come catalogare le donne e riconoscerne il carattere dalla forma del seno ed il giapponese Mitsugu Shiga, autore di Marugoto Wakaru Onna no Ecchi (Tutto quello che volevate sapere sul sesso femminile) con 40 anni di ricerche alle spalle. Ecco le loro conclusioni.

 

 

Seno molto grande (a melone)

Una ragazza dal seno esplosivo ama il cibo e adora essere ammirata. Ha un atteggiamento positivo nei confronti della vita ed è molto legata al partner; non ammette di essere tradita. È abituata a lavorare sodo e a raggiungere grandi risultati, ma non riesce ad eccellere.

 

Seno florido (a pompelmo)

Una ragazza con un seno florido, ma non eccessivo, risulta particolarmente erotica, ma non riesce a trovare il partner ideale. È una sognatrice.

 

Seno a pera

Una ragazza col seno piriforme è indipendente, intelligente ed ha una forte personalità. Ama con tutta sé stessa.

 

Seno a triangolo

Una ragazza con un seno così ha un animo ribelle e battagliero, pronto a difendere i più deboli.

 

Seno ad arancia

Una ragazza col seno grande poco meno di un’arancia è accattivante, adora conversare ed è affiatata in ogni tipo di rapporto.

 

Seno a limone

Una ragazza col seno a mo’ di limone possiede una grande autoironia. Ama una vita senza sorprese, in cui tutto può essere progettato.

 

Seno piccolo (a ciliegia)

Una ragazza col seno piccolo si dimostra divertente ed intelligente. Nobile d’animo, è sempre sincera con tutti.

 

Piccola curiosità: nel mondo le donne col seno più florido si trovano in Russia, mentre quelle col seno più piccolo in Giappone. In Italia siamo nella media.

 

Mappa della grandezza del seno nel mondo

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Sensabaugh Tunnel

Nel mondo esistono molti luoghi che spaventano gli incauti viaggiatori, e tra questi merita certamente una menzione il tunnel di Sensabaugh. Omicidi, riti satanici ed apparizioni spettrali sono solo alcuni degli eventi descritti da centinaia di internauti che hanno osato avvicinarvisi. Sensabaugh Tunnel è un luogo fuori dal mondo, in cui le automobili si spengono di colpo, e risuona agghiacciante l’urlo di una donna intrappolata nel buio per l’eternità.

 

 

A ridosso della Big Elm Road di Kingsport, USA, Sensabaugh Tunnel si staglia poco distante da una grande costruzione chiamata Rotherwood Mansion. Costruito intorno al 1920, ad oggi è solo lo spettro della solida costruzione che fu: le mura interne sono imbrattate da una moltitudine di graffiti, ed il cemento è crepato in molti punti. Il tunnel non appartiene ad un’arteria cittadina importante, così solo gli abitanti del luogo lo attraversano. Anche perché, diversi anni fa, nel suo freddo abbraccio ha avuto luogo un omicidio.

Girano molte storie sulla vera natura del delitto. Ed in ognuna c’è un bambino. La più famosa è quella che segue.

Un senzatetto, sfiancato dalla fame e dalla fatica, chiede asilo bussando alla porta della famiglia Sensabaugh, che abita nella zona del tunnel. I Sensabaugh sono persone dal cuore gentile, ed accolgono in casa il poveretto, offrendogli cibo ed un letto caldo dove passare la notte. L’uomo, però, non si accontenta, e nottetempo cerca di rubare dei preziosi gioielli che appartengono alla proprietaria. Il signor Edward Sensabaugh, svegliatosi di soprassalto, afferra la sua pistola e la punta contro il malvivente, che lesto afferra dalla culla il bambino appena nato della coppia. Col cuore in gola, Edward non può far altro che lasciar scappar via il ladro, che usa il figlio come scudo umano. Il senzatetto, al sicuro nel tunnel, abbandona il bambino nel torrente che scorre lungo la struttura, condannandolo a morte certa, e si dilegua nella nebbia.

Altre versioni della storia narrano che i Sensabaugh vivono beati vicino al tunnel, finché un giorno Edward, in un raptus di follia, stermina la famiglia e ne getta i corpi nel torrente. Un’ultima versione racconta di una ragazza incinta rapita ed uccisa nel tunnel.

Si dice che il bambino morto infesti il tunnel, e che spaventi ancora oggi le coppiette che cercano un posto sicuro in cui appartarsi. In molti giurano di aver intravisto il signor Sensabaugh avvicinarsi con passi pesanti nello specchietto retrovisore delle proprie auto. Nessuno si è fermato ad aspettarlo.

Negli anni si sono avvicendati molti avventurieri pronti a sfidare i fantasmi del Sensabaugh Tunnel. Tra questi, gli esperti della Southern States Paranormal Research Society hanno concluso che l’attività paranormale è pressoché nulla. In aggiunta a ciò, hanno avanzato una curiosa ipotesi riguardo i suoni agghiaccianti provenienti dalla struttura: negli anni ’40 Edward Sensabaugh è il legittimo proprietario del tunnel, che viene puntualmente imbrattato dagli adolescenti del circondario. Ora, stando a quanto spiega la SSPRS, Edward è un ottimo imitatore di animali, e si nasconde alla fine del tunnel intonando litanie ferali per far fuggire i fastidiosi ospiti dalla sua proprietà. Negli anni le storie di animali spaventosi si sarebbero succedute, portando la gente a credere più al fantasma di un bambino morto che ad un semplice padrone di casa in vena di scherzi.

A sostegno della falsità del mito del Sensabaugh Tunnel ci sono anche numerose testimonianze di persone che abitano nei suoi pressi, e che vi transitano praticamente ogni giorno.

Vivo a Kingsport, Tennessee, a cinque minuti dal Tunnel. Non è mai successo niente. Io ed i miei amici ci siamo passati forse un migliaio di volte e non è mai accaduto niente di insolito. Mi sarebbe piaciuto, ma sfortunatamente non è successo. – orthotricycle

Ma se è tutto falso, come spiegare la moltitudine di autisti terrorizzati che scappano via dal tunnel in preda al panico? Autosuggestione, probabilmente.

Probabilmente.

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Il mostro marino di Terranova

Fare il marinaio non è affatto una cosa facile. Il mare non perdona neppure la più piccola disattenzione: marinaio non si può diventare, bisogna nascerci. Avere un’affinità con le onde sin da piccoli, comprendere che dinanzi non si ha soltanto un’infinita tavola salata, ma un ecosistema che vive, che respira. E che può uccidere. Mostri silenti nascosti negli abissi più profondi, protagonisti di storie fantastiche raccontate nelle taverne dei porti. Quella di oggi narra l’incontro con una creatura ritenuta per secoli la più pericolosa degli oceani, il terrore dei sette mari: il calamaro gigante di Terranova.

Per generazioni orde di mostri marini hanno abitato la fantasia e la cultura dei marinai, ma a parte i frequenti avvistamenti, nessuno è mai stato in grado di portare a riva una singola prova di quanto visto in mare aperto. L’argomento è sempre stato denigrato dagli scienziati e dai biologi, che reputavano queste storie, per l’appunto, come storie frutto di qualche birra o qualche grog di troppo. Finché, nel 1837, al largo del Canada, si poté affermare con certezza che almeno uno di questi mostri esisteva realmente, ed era pericoloso. Maledettamente pericoloso.

È i 26 ottobre 1837, ed il timido sole canadese si affaccia etereo nell’aria gelida di St. John, il porto della punta sudest di Terranova. Tra la nebbia, in mezzo al mare, ci sono tre figure su una dory, una barca da pesca di sei metri: sono i due esperti marinai Daniel Squires e Theophilus Piccot ed il figlio dodicenne di Piccot, Tom, desideroso di imparare tutti i trucchi del mestiere del padre. Imbardati tra le pesanti giacche a vento, i tre remano placidamente, in direzione di una cala ricca di aringhe chiamata Conception Bay. Durante il viaggio, però, notano che c’è qualcosa di strano nell’acqua, come se di punto in bianco si fosse formato un’enorme ammasso di alghe. La dory si avvicina lentamente, sino a quasi carezzare quella strana cosa violacea. Se davvero si tratta di alghe, sono certamente le più strane che Daniel e Theophilus abbiano mai visto in vita loro. Spinti dalla curiosità, uno dei due colpisce la superficie liscia e viscida con il gancio di bordo.

E questa esplode.

 

 

Otto enormi tentacoli con un’infinità di grottesche ventose sferza l’aria attorno la barca, nel lugubre tentativo di spezzarla in due. Due braccia serpiformi, lunghe almeno due volte i tentacoli, fanno ribollire l’acqua in una danza macabra, mentre fauci nere già si aprono ad accogliere l’umano pasto.

La dory scivola velocemente verso il fondo. Mentre i due uomini tentano di svuotare la barca dall’acqua con ogni mezzo possibile, il piccolo Tom afferra saldamente un’accetta, e con sangue freddo dilania di netto il braccio ed il tentacolo che avviluppano il natante, spingendo il mostro alla fuga. Tra i flutti scuri i tre distinguono un enorme occhio, che li fissa con gelido odio, prima che questi scompaia per sempre negli abissi.

Daniel, Theophilus e Tom tornano in tutta fretta a riva, con gli arti amputati del mosto ancora incollati alla scialuppa. La parte recisa del tentacolo misura oltre 2,70 metri. L’enorme braccio, purtroppo, non potrà essere valutato: i cani affamati lo divoreranno.

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Il mistero del faro delle Isole Flannan – Eilan More

Una luce strappa la notte ogni trenta secondi, poi di nuovo il nulla. La storia di oggi narra di uno dei più misteriosi racconti del mare, al pari di quello della Mary Celeste, che ha come sfondo un’isola abbandonata a sé stessa e della scomparsa dei tre uomini che hanno il compito di gestirne il faro: questa è la storia del mistero del faro delle Isole Flannan.

I fari ai giorni nostri, ma sopratutto in quelli addietro, sono sempre stati ammantati da un alone di affascinante solitudine. Non dobbiamo pensare a quelli di oggi, completamente automatizzati, che sono sì belli da vedere ma si riducono, non molto poeticamente, a poco più che cemento e circuiti. Per entrare appieno nella nostra storia dobbiamo invece volgere la fantasia a quelli di una volta, che rappresentavano l’unica luce nel buio dei marinai per sfuggire alle gelide mani della morte liquida che scorreva sotto di loro. Lo sa bene Dylan Dog, nell’albo 251 Il guardiano del faro, e ne comprende appieno l’essenza Booker DeWitt in Bioshock Infinite, il faro è molto di più di quello che sembra: è qualcosa di vivo, di cui aver rispetto e, sopratutto, timore.

 

 

Le Isole Flannan, conosciute anche come Seven Hunters (I Sette Cacciatori) o Na h-Eileanan Flannach in gaelico, sono un gruppo di sette isolotti al largo della costa scozzese, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico. La loro storia inizia nel 1600, quando il Vescovo Flann decide dopo anni di predicazione di ritirarvisi in solitudine, con solo i gabbiani e le onde del mare a fargli compagnia, e si conclude una decina d’anni più tardi, quando l’uomo muore lasciando come unico segno del suo passaggio una modesta cappella. Negli anni che seguono nuove rotte commerciali navali spingono sempre più commercianti a tentare la sorte dell’oceano burrascoso delle Flannan, e molti marinai purtroppo trovano la morte tra i suoi scogli. Preoccupati del crescente numero di vittime del mare in tempesta, nel 1895 la Northern Lighthouse Board (Sovrintendenza Settentrionale dei Fari) decide di avviare la costruzione di un grande faro, poco distante dalla cappella di Flannan, sull’isolotto principale: Eilean Mor.

 

 

L’edificazione della struttura si rivela più complessa del previsto, e tra le enormi difficoltà dovute in larga parte alle condizioni meteorologiche, alla fine viene completata nel 1899. I faristi, scelti con meticolosa attenzione dalla Northern Lighthouses Board, devono essere di comprovata caratura morale, dai nervi saldi, in grado di adattarsi ad ogni situazione e che, ovviamente, sappiano sopportare a lungo la solitudine. Alla fine la scelta ricade su quattro uomini:

  • James Ducat, il capo guardiano, con un’esperienza ventennale come farista
  • Thomas Marshall, marinaio di lungo corso
  • Donald McArthur, farista occasionale, anche lui marinaio di grande esperienza
  • Joseph Moore, con un passato da guardiano di fari

La Northern Lighthouses Board impone una serie di regole molto ferree, data la natura delicata del lavoro, ma consente ai quattro guardiani di gestirsi con una certa autonomia: sull’isola, in ogni momento, devono necessariamente esserci almeno tre faristi, e gli uomini si accordano per turni di sei settimane a Eilean Mor e due di riposo sulla terraferma. Definiti gli accordi e rifornita la struttura, il 7 dicembre 1899 il faro delle Isole Flannan viene finalmente inaugurato, e la sua calda luce squarcia le tenebre dell’atollo scozzese.

Eravamo ormai soli, la nave era tornata in Scozia. Quella notte accendemmo la grande lampada per la prima volta.

Fu un’emozione indescrivibile! Qualcosa di invisibile sembrava legarci a quanti erano sul mare. Sapevamo bene cosa significhi per un marinaio vedere una luce amica, che indica la rotta sicura.

C’era qualcosa di strano nell’aria. Niente di terribile o spaventoso, per carità, solo uno strano silenzio in mezzo al fragore del mare, una pace che noi non riuscivamo a comprendere. – Joseph Moore racconta la sua prima notte al faro

La nave incaricata di rifornire la struttura è la Hesperus, che ogni 15 giorni circa sbarca all’unico approdo dell’isola portando con sé giornali, viveri, beni di prima necessità ed un turnista pronto a prendere il posto di uno dei faristi. Non sempre il mare è clemente, e così la nave è costretta a rimandare spesso il suo viaggio, ma gli uomini sull’isola sono stati temprati dall’acqua di centinaia di mari, e sopportano facilmente i lunghi giorni tutti uguali. Il tempo passa, e ci ritroviamo al 6 dicembre 1900, quando al faro giunge Ducat, pronto a prendere il posto di Moore. Questi si allontana sulla nave e saluta i suoi colleghi, che diventano un puntino nel blu, per poi scomparire nel nulla.

Non li rivedrà mai più.

 

 

La scoperta

La SS Archtor è un vascello a vapore inglese, guidato dall’esperto comandante Thomas John Holman, che transita in prossimità delle Isole Flannan il 15 dicembre 1900. La visibilità non è ottimale, ma più che del buio della notte, Holman è preoccupato per qualcosa che non c’é. La luce del faro. La sentinella dell’Archtor resta immobile a fissare il nulla, in attesa di due piccoli bagliori, ma attende invano; il faro è spento. Holman, giunto sulla terraferma due giorni dopo, comunica alla guardia costiera che la struttura di Ellian Mor non è in funzione, ma purtroppo per lui le autorità hanno altro a cui pensare: l’Archtor si è appena arenata sulla Carphie Rock, vicino Anstruther, Scozia, ed Holman deve rispondere dell’incidente davanti al giudice – per la cronaca, il capitano verrà ritenuto responsabile dell’accaduto per incuria, ma data la sua condotta precedente verrà soltanto ammonito verbalmente. La Northern Lighthouses Board non viene a conoscenza della segnalazione – o non vuole intervenire –  e la sorte del faro viene accantonata fino al prossimo viaggio della Hesperus, programmato per il 21 dicembre. Un vento forte ed una burrasca impietosa costringono la nave a rimandare di molto il viaggio d’approvvigionamento, che avviene finalmente solo il 26 dicembre, il giorno di Santo Stefano.

La Hesperus si avvicina al porticciolo, e sin da subito uno strano, brutto presentimento affiora lungo la schiena di Moore: solitamente i faristi sono molto impazienti di rivedere un loro compagno tornare, e facce nuove con cui scambiare almeno quattro chiacchiere prima di tornare alla monotonia del faro, ma quel giorno sulla banchina non c’è nessuno. Solo il vento che sibila tra gli scogli.

 

 

Il capitano Jim Harvie allora suona la sirena della nave, sperando in una risposta; forse i faristi non si sono accorti del vascello, e sono occupati nella manutenzione della struttura. Gli uomini dell’equipaggio restano con le orecchie aperte, corde di violino tese fino alla rottura, ma dall’isola non c’è risposta. Senza nessuno a raccogliere la cima dall’isola, l’attracco diviene particolarmente difficoltoso, ma in qualche modo alla fine la Hesperus riesce a gettare l’ancora.

Moore corre incontro al faro, che lo fissa silente come l’imponente simulacro di un dio oramai morto, e grida a squarciagola il nome dei suoi compagni.

Silenzio.

Apre in fretta il portone, scappa da una stanza all’altra, ma dei suoi amici non c’è traccia. Tutto è così familiare, al suo posto, immobile, e questo non fa altro che accrescere l’orrore. Solo una sedia è capovolta, come se chi ci fosse seduto sopra si fosse alzato all’improvviso e sia corso via. Negli armadietti mancano due impermeabili, mentre il terzo è ancora al suo posto (in base al protocollo i faristi devono sempre indossare gli impermeabili quando escono dalla struttura). Moore non sa cosa fare, si affaccia dalla balaustra della lampada per scrutare l’isola, ma non c’è anima viva. Raccoglie così il diario, che i quattro avevano deciso di compilare per registrare il loro lavoro e ritagliarsi un piccolo angolo di normalità in quell’ambiente così alieno, asettico, e non riesce a capacitarsi di quanto legge.

12 dicembre

Vento di tempesta da Nord-NordOvest. Mare in tempesta. Non ho mai visto nulla di simile. Onde altissime lambiscono il faro. Tutto in ordine. James Ducat è nervoso.

Ore 21:00. La tempesta infuria ancora, vento incessante. Siamo bloccati qui dentro. Nave di passaggio suona la sirena. Si potevano scorgere le luci delle cabine. Ducat tranquillo, McArthur piange.

13 dicembre

La tempesta è continuata per tutta la notte. Vento da Ovest a Nord. Ducat è tranquillo. McArthur sta pregando.

Ore 12:00. Mezzogiorno, una giornata grigia. Io, Ducat e McArthur abbiamo pregato.

15 dicembre

Il temporale è cessato. Il mare è calmo. Dio veglia su tutto.

Moore e McCormack, l’altro uomo sbarcato con lui sull’isola a cercare i faristi, tornano alla nave dal capitano Harvie ed affranti non possono che constatare che i tre guardiani sono scomparsi nel nulla. Harvie ordina che Moore prenda due membri dell’equipaggio con sé per attivare il faro, mentre lui tornerà sulla terraferma ad informare le autorità.

Un terribile incidente è avvenuto alle Flannan. I tre guardiani del faro, Ducat, Marshall ed il farista occasionale sono scomparsi dall’isola. Al nostro arrivo questa mattina non è stato trovato alcun segno di vita sull’atollo. Abbiamo sparato un razzetto ma, non essendoci alcuna risposta, ho inviato Moore, che è giunto alla struttura senza trovarvi i faristi. Gli orologi fermi ed altri indizi suggeriscono che l’incidente sia accaduto circa una settimana fa. Quei pover’uomini devono essersi schiantati sulla scogliera o sono affogati tentando di assicurare una gru o qualcosa del genere. La notte stava scendendo, e non potevamo permetterci di attendere oltre il destino dei tre guardiani. Ho lasciato Moore, MacDonald, Buoymaster ed altri due marinai sull’isola per provvedere al faro finché non organizzerete nuovi approvvigionamenti. Non tornerò ad Oban fino a vostro ordine. Ho lasciato questa disposizione a Muirhead nell’eventualità non siate in casa. Rimarrò nell’ufficio del telegrafo stanotte, fino all’ora di chiusura, se vorrete contattarmi.

Il capitano della Hesperus. – Telegramma del capitano Harvie alla Northern Lighthouse Board, 26 dicembre 1900

Mentre Harvie contatta la Northern Lighthouses Board in Scozia, Moore e gli altri quattro uomini con lui tentano di ricostruire l’accaduto. Il diario dimostra che fino all’ora di pranzo del 15 dicembre tutto era più o meno tornato alla normalità dopo la violenta tempesta dei giorni precedenti, pertanto qualsiasi cosa sia accaduta deve essere avvenuta probabilmente quel pomeriggio stesso.

 

 

L’inchiesta

Il 29 dicembre sbarca sull’isola il sovrintendente Robert Muirhead, che si occupa ufficialmente del caso. La zona Est dell’isola è intatta, mentre quella Ovest mostra i segni violenti del passaggio di una terribile tempesta. Una cassa è andata completamente distrutta, ed il suo contenuto è sparso in giro; alcuni tratti delle rotaie che portano al faro sono stati scardinati dal cemento, ed un masso di oltre una tonnellata vi si è schiantato in mezzo mentre un argano ha una cima strappata che penzola aggrovigliata 10 metri più sotto. È impossibile che i faristi non si siano accorti di tutti questi danni, e dato che il diario si ferma al mattino del 15 dicembre, è probabile che siano stati provocati intorno all’ora di pranzo dello stesso giorno.

Muirhead, dopo aver interrogato Moore ed ispezionato da cima a fondo l’isola, arriva a compilare il rapporto, che almeno legalmente mette la parola fine alla storia.

Dalle prove da me raccolte sono soddisfatto nel dichiarare che i tre uomini erano al lavoro nell’immediato dopo pranzo di sabato 15 dicembre, quando sono scesi per assicurare una cassa sostenuta da cime per l’ormeggio, cime da sbarco, eccetera, fissata ad una fenditura della roccia a 34 metri sul livello del mare, e che un’onda immensa ha colpito lo scoglio, li ha inghiottiti e con una forza devastante li ha spazzati via. – Conclusioni di Muirhead sul caso delle Isole Flannan

Nonostante la spiegazione di Muirhead, le famiglie dei faristi non accettano la morte dei propri cari: Ducat lascia una moglie e quattro bambini, e McArthur una moglie e due bambini, che non hanno nessuna intenzione di crederli affogati nel bel mezzo dell’oceano, a centinaia di chilometri da casa.

 

 

Teorie alternative

Le teorie sulla sorte dei tre guardiani del faro sono molteplici, ma nessuna è realmente riuscita a spiegarne la fine; inoltre vi sono diverse storie che alimentano dettagli completamente errati, come ad esempio la famosa ballata del 1912 Flannan Isle.

Così, come ci siamo lanciati alla porta,

abbiamo visto solo una tavola imbandita

per la cena, con carne, formaggio e pane;

ma tutto è integro; e nessuno c’è,

come se, appena sedutisi a mangiare,

o anche ad assaggiare,

l’allarme era scattato, ed in fretta si sono alzati

ed hanno lasciato il pane e la carne,

ed a capotavola una sedia

rovesciata sul pavimento. – Estratto dalla ballata Flannan Isle di Wilfrid Wilson Gibson

Moore, infatti, è esplicito su questo punto.

Gli utensili da cucina erano tutti in ordine e lucidati, segno che quando sono spariti doveva essere già passata l’ora di pranzo. – Joseph Moore

Le teorie, come dicevamo, sono molte, ma le più plausibili sono le seguenti.

Una, avanzata nel 1955, fa notare come Eilean Mor sia sede di un’intensa attività geologica. Nello specifico, un’immensa grotta sotterranea raccoglie l’acqua dell’alta marea ma, durante le forti tempeste, esplode in un’enorme fiotto liquido verso la superficie. Vedendo dal faro in lontananza alcune onde pronte ad abbattersi sull’isola, McArthur sarebbe corso via – ecco il perché della sedia ribaltata e del terzo impermeabile ancora al suo posto –  ad avvertire i colleghi che si trovavano all’esterno. La mareggiata avrebbe colto tutti all’improvviso, scaraventandoli via. Questa teoria però non spiega perché, una volta giunto sull’isola, Moore abbia trovato le porte ed il cancello chiusi, poiché se McArthur aveva davvero così urgenza di scappare fuori dal faro senza l’impermeabile di protezione, è illogico pensare che abbia avuto l’accortezza di chiudersi le porte alle spalle.

Alcuni credono che uno dei tre uomini abbia ucciso gli altri in un impeto di follia, e ne abbia gettato i corpi in mare. Distrutto dal rimorso, si sarebbe poi lasciato cadere tra i flutti. Questa teoria è interessante, e spiega molti punti oscuri, ma i tre guardiani del faro erano uomini di alta moralità e nervi d’acciaio, e nessuno di loro aveva lamentato crisi psichiche prima.

Qualcuno specula che i tre siano stati rapiti dagli alieni ma, come altre storie che abbiamo raccontato qui sulla Bottega del Mistero, questa ipotesi lascia un po’ il tempo che trova.

Altra teoria è quella che ha come protagonista un fantomatico mostro degli abissi, plausibilmente un enorme serpente di mare, giunto sull’isola per banchettare con i poveri faristi. Anche qui, se volete crederci siete liberi di farlo.

L’ultima teoria è quella più affascinante, e narra di uno spirito locale, il Fantasma dei Sette Cacciatori, che recluta le proprie vittime tra le isole del Nord della Scozia. Il 15 dicembre avrebbe fatto visita a Eilan Mor per rapire i tre uomini tra le sue fila.

Il mistero, dopo oltre cento anni, resta immutato.


Che fine hanno fatti i tre guardiani del faro delle Isole Flannan?

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I cinque bambini scomparsi della famiglia Sodder

Quanto dolore può sopportare una madre? Una madre che fino all’istante della sua morte non saprà mai la fine che hanno fatto i suoi figli. Questa è la storia della famiglia Sodder, e dei loro bambini misteriosamente scomparsi nel nulla durante un incendio.

Siamo a Fayetteville, una cittadina del West Virginia, USA, la notte della vigilia di Natale 1945. I Sodder sono una famiglia numerosa, di origini italiane, composta da George e Jennie ed i loro dieci figli, che vanno dai 3 ai 23 anni. Una grande famiglia organizzatissima, così composta:

  • papà George, trasportatore di carbone impiegato nelle miniere vicino Fayetteville
  • mamma Jennie, instancabile massaia
  • Joe, arruolato nell’esercito e non ancora tornato a casa
  • John, 23 anni, minatore
  • Marian, 17 anni, commessa
  • George Jr, 16 anni, minatore
  • Maurice, 14 anni
  • Martha, 12 anni
  • Louis, 9 anni (ne compirà 10 a Natale)
  • Jennie, 8 anni
  • Betty, 5 anni
  • Sylvia, 3 anni

In casa si respira aria di Natale, ma lì fuori è un brutto mondo, appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, che ha lasciato dietro di sé una lunga scia di morte e devastazione. Non a Fayetteville, dove le miniere di carbone non si sono mai fermate, e hanno garantito alla popolazione della cittadina americana di sopravvivere più o meno indenne al progressivo imbrutirsi del conflitto. Certo, si tratta pur sempre di un lavoro massacrante, sottopagato, col rischio di morire come topi ogni giorno, ma è comunque un lavoro che George, con i due figli John e George Jr, esegue con perizia e dedizione.

Arriva finalmente la sera, e mentre il padre ed i figli maggiori non vorrebbero fare altro che buttarsi a letto, Marian ha portato ai fratellini un bel po’ di giocattoli, che ovviamente i piccoli Sodder accettano con grande entusiasmo. Alla fine mamma Jennie arriva ad un compresso: i bambini potranno restare alzati fino a tardi solo se poi metteranno tutto in ordine. Distrutti dai giochi finalmente anche loro si appisolano, e tutti possono andare a dormire, gettandosi lentamente tra le braccia di Morfeo.

Finché non squilla il telefono.

Poco dopo mezzanotte il telefono al pianterreno squilla febbrilmente. La signora Sodder scende a rispondere, e dall’altro capo del filo c’è una donna che chiede di un uomo che Jennie non conosce. Resta un po’ allibita, e spiega alla donna che probabilmente ha sbagliato numero. Per tutta risposta, dal telefono arriva una risata agghiacciante. Poi tutto tace. Solo uno stupido scherzo, pensa Jennie, e se ne torna a dormire.

Mentre fa per risalire, però, si accorge che le imposte non sono chiuse, e attraverso di esse nota che la luce all’ingresso è ancora accesa. Anche la porta non è chiusa a chiave. Va bene, è stata una giornata movimentata, probabilmente i bambini non hanno rimesso proprio tutto in ordine, ma è una cosa da niente. Imposte chiuse, luce spenta, porta sigillata, finalmente la signora Sodder può andarsene a letto serena. Poi, un rumore secco sul tetto.

Sembra come se qualcosa abbia colpito in pieno il tetto della casa e fosse rotolato giù, come se un uccello, un grosso uccello, ci sia sbattuto contro e fosse svenuto cadendo di sotto. Jennie resta qualche secondo immobile, con i sensi all’erta, ma non succede niente. Sarà stato di certo un brutto tiro del sonno che avanza, meglio tornarsene a dormire. Non è passato molto tempo, l’orologio segna 01:30, e la signora Sodder si risveglia di soprassalto. Sente un odore forte, pungente, acre, come qualcosa di bruciato.

La casa sta andando a fuoco.

Jennie sveglia il marito ed insieme radunano in fretta e furia i figli. John e George Jr sono i primi ad uscire fuori, seguiti da Marian con la piccola Sylvia in braccio, ed infine i genitori. George si rende subito conto che mancano all’appello cinque bambini, e le fiamme stanno divorando velocemente la casa.

Bisogna fare qualcosa, e farla in fretta.

George tenta di rientrare in casa, ma la porta principale è lambita dalle fiamme. Allora spacca un vetro al pian terreno, ferendosi al braccio, ma al di là del fumo tutto è in preda al fuoco, e non è possibile passarci attraverso. Prova a liberare la porta gettandoci sopra un barile d’acqua piovana, ma il freddo dell’inverno ha congelato tutto, rendendo ogni suo sforzo inutile. Il tempo scorre inesorabile. Il signor Sodder si ricorda di avere una scala lì vicino, e potrebbe usarla per salire direttamente al primo piano. Solo che la scala non c’è, è sparita nel nulla. Si aggrappa con tutte le sue forze ad un disperato tentativo di scalare la casa a mani nude, ma inutilmente. C’è ancora una cosa che potrebbe tentare: usare il camion che usa per il trasporto del carbone come base d’appoggio, ma la temperatura è troppo rigida, ed il furgone non ne vuole sapere di partire.

Marian intanto corre dai vicini per chiamare i vigili del fuoco, ma i pompieri hanno difficoltà a capire dove si trova la loro casa. Arrivano alle 08:00 del mattino, ma la casa si è sbriciolata tra le fiamme in meno di 45 minuti. Non c’è più niente da fare.

La polizia arriva sul luogo dell’incendio, ed in due ore conclude che sia stato scatenato da un corto circuito. George però non accetta questa ipotesi, perché l’impianto è stato rimesso a nuovo da poco, e quando le fiamme hanno cominciato a divampare le luci in casa erano ancora accese. Il filo del telefono, poi, è stato reciso di netto, per evitare di chiamare i soccorsi. Ma com’è possibile, se solo un’ora prima dell’incendio la signora Sodder ha risposto ad una telefonata?

I misteri, purtroppo, non si estinguono con l’incendio: i corpi dei cinque piccoli Sodder non si trovano da nessuna parte. Non possono essersi salvati, è impossibile. Ma se sono morti tra le fiamme i loro corpi dovrebbero essere lì, o almeno quello che ne resta. Invece niente, svaniti nel nulla.

La polizia non si occupa granché del caso, ed i bambini vengono dichiarati ufficialmente morti.

 

 

George e Jennie non credono alla storia dei corpi distrutti completamente dalle fiamme, e tentano di tutto per portare alla luce la realtà. Poco tempo dopo, un’altra casa vicino a quella dei Sodder va a fuoco, e tra le macerie vengono rinvenuti sette scheletri: per Jennie è la prova che sia impossibile che i loro bambini siano davvero morti nell’incendio.

Nel 1949 George, con una squadra di volontari, setaccia la sua proprietà palmo a palmo, rinvenendo pezzi di ossa umane ed organi. Analizzati in laboratorio, gli organi vengono etichettati come semplici fegati di manzo, gettati intorno alla casa dei Sodder per gettare discredito sulla polizia locale. Le ossa, invece, appartengono alle vertebre e a due piccoli pezzi della mano di un bambino. Un esperto afferma che potrebbero appartenere ad un individuo di 14 o 15 anni, più o meno dell’età di Maurice. Anni dopo un altro esperto forense dichiarerà che le ossa non presentano segni di bruciature ed appartengono ad un individuo tra i 16 ed i 22 anni. Probabilmente sono state sottratte dal vicino cimitero e nascoste nel terreno dei Sodder, ma non ci sono spiegazioni per un simile gesto.

Nel 1951 i Sodder comprano un enorme cartellone alle porte della città con le foto dei loro bambini scomparsi, offrendo un premio in denaro di $ 5.000 (una cifra davvero ragguardevole per l’epoca) per chiunque sia in grado di svelare il mistero. Qualche anno dopo, non ricevendo risposte utili alle indagini, il premio verrà alzato a $ 10.000, anche stavolta senza nessun riscontro.

 

 

Avvistamenti

Un autista di autobus dichiara di aver visto nei pressi della casa dei Sodder delle palle di fuoco poco prima che l’incendio avvampasse. Le sue dichiarazioni verranno sostenute dal ritrovamento, la primavera successiva, di un piccolo guscio verde simile a quello utilizzato per la costruzione delle bombe al napalm.

Una donna giura di aver visto i cinque bambini scomparsi in un’auto che si allontanava dal luogo dell’incendio, mentre questo era in corso.

La proprietaria di un bar segnala di aver visto i piccoli Sodder la mattina dopo la loro scomparsa, nel suo locale a 50 miglia ad ovest di Fayetteville. I bambini, dopo aver fatto colazione, sarebbero saliti su un’auto con una targa della Florida.

Una donna dichiara di aver visto quattro dei cinque bambini nel suo hotel di Charleston, in South Carolina. Erano accompagnati da due uomini e due donne che le negano ferocemente di parlare con i piccoli. Il gruppo parlava in italiano e si fermò solo per la notte.

 

Sospetti

Uno strano individuo viene fermato per aver rubato la scala dal garage e probabilmente, con l’intenzione di tagliare i fili dell’elettricità per non farsi scoprire, ha tagliato per sbaglio i fili del telefono. La scala viene rinvenuta poco distante dalla casa dei Sodder, lungo l’argine di un fiume. L’uomo non verrà mai indagato, se non per furto. Nessuno verrà mai indagato di niente.

 

Teorie

La teoria più accreditata è che si sia trattato di un rapimento. In molti credono che a Fayetteville vi sia una vera e propria tratta dei bambini, sulla quale la polizia locale corrotta chiude un occhio. Un paio di mesi prima dell’incendio, un uomo di Fayetteville si presenta dai Sodder per vendergli una polizza sulla vita. Al rifiuto della coppia, l’individuo li mette in guardia: se non firmano la loro casa verrà data alle fiamme ed i loro bambini scompariranno nel nulla. Lo stesso uomo farà parte della commissione che dichiarerà l’incendio accidentale.

Alcuni investigatori fanno notare che il signor Sodder è attivo nel trasporto del carbone, un business che da sempre fa gola alla mafia. Molti pensano che sia stata la mafia a rapire i bambini e a trasferirli in Sicilia. Il cognome originale dei Sodder è in realtà l’italiano Soddu, presente sopratutto in Sardegna, ed una famiglia con lo stesso cognome abita a Cinisi, in provincia di Palermo, in Italia.

C’è la possibilità che i bambini siano realmente periti nell’incendio, ma è praticamente impossibile che il fuoco li abbia divorati completamente in meno di un’ora.

 

Il caso Louis Sodder

Nel 1967 un detective scrive un articolo sulla storia dei Sodder. Qualche mese dopo George e Jennie ricevono una foto nella loro cassetta postale: da un lato c’è il volto di un giovane, dalla fisionomia siciliana, e sul retro un messaggio scritto a mano.

Louis Sodder. I love brother Frankie. Ilil Boys. A90135

Probabilmente si tratta di uno scherzo di pessimo gusto, ma mamma e papà Sodder credono fermamente che quello ritratto nella foto sia davvero il loro piccolo Louis, oramai cresciuto. Viene assunto un investigatore privato che cerca di trovare l’origine della foto, ma di lui si perderanno le tracce. Un altro mistero che si va ad aggiungere a questa inquietante storia. Ad oggi l’identità dell’uomo nella foto è sconosciuta, così come il significato della frase. L’unico indizio è quel codice, 90135, che corrisponde al Codice di Avviamento Postale di Palermo, in Italia.

 

 

Il mistero rimane

George Sodder muore nel 1969, mentre la moglie Jennie si spegne nel 1989, senza conoscere la verità dietro la scomparsa dei loro figli. Cinque bambini sono scomparsi nel nulla, forse con il silenzio della polizia comprato dalla mafia. Un altro mistero che probabilmente non avrà mai una soluzione. Ad imperitura memoria della tragedia che ha colpito la famiglia Sodder, è stata innalzata una grande lapide, su cui troneggiano a chiare lettere le ultime volontà di George e Jennie.

DOPO TRENT’ANNI NON È TROPPO TARDI PER INVESTIGARE

La vigilia di Natale del 1945 la nostra casa è stata distrutta da un incendio e cinque dei nostri figli, dai 5 ai 14 anni, sono stati rapiti. Gli ufficiali di polizia hanno imputato le fiamme ad un corto circuito, anche se le luci erano ancora accese dopo che l’incendio era divampato.

L’inchiesta ufficiale afferma che i bambini sono morti tra le fiamme anche se le ossa o altri resti non sono mai state ritrovati e non c’era odore di carne bruciata né durante né dopo l’incendio.

In che modo gli agenti di polizia erano coinvolti? Cosa li ha spinti a farci soffrire questa ingiustizia per tutti questi anni? Per quale motivo non ci rivelano la verità e ci costringono ad accettare queste menzogne?

* La sesta foto ci è stata inviata nel 1967, e mostra Louis che ora si trova in un’altra nazione.

 

Quale è stato il destino dei cinque bambini della famiglia Sodder?

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Un cadavere su Google Maps

Google Maps ha reso il mondo un po’ più piccolo e, nel bene o nel male, più a misura d’uomo. Dal nostro cellulare possiamo così ammirare luoghi curiosi come l’isola dei gatti o il luogo più remoto del pianeta, oppure di assistere ad un omicidio.

 

 

Se si digitano su Google Maps le coordinate 52.376552, 5.198303 ci si ritrova nei Paesi Bassi, nel Koningin Beatrixpark di Almere, dove su un piccolo pontile in legno c’è una lunga scia color rubino: quello a cui stiamo assistendo attoniti è senza ombra di dubbio il tentativo di un assassino di sbarazzarsi di un corpo, gettandolo nel fiume del parco.

Ma chi è quest’uomo? Un assassino seriale, che al pari di Dexter dell’omonima serie televisiva affida alle acque i cadaveri di altri serial killer, oppure un marito geloso che trasporta le spoglie della moglie? E noi che fissiamo impietriti la scena, siamo in qualche modo complici o testimoni dell’orrendo delitto?

Certo, siamo in pieno giorno, in un parco pubblico, a pochi metri da una strada trafficata, ma non tutti gli assassini (per fortuna) sono dei geni del male. Potrebbe essere il frutto di un attimo di follia finito tragicamente.

E poi tutto quel sangue, così reale, così tangibile.

 

 

La verità, per fortuna, è un’altra: è solo un cane che si sta asciugando al pallido sole olandese.

Come rivela la rivista Sun, quello nella foto è semplicemente un Golden Retriever, Rama, che dopo una bella nuotata è tornato scodinzolando dalla sua padrona, Jacquelina Koenen.

Appena ho visto l’immagine ho subito capito che si trattava del mio cane. Lui adora l’acqua. È saltato giù dal molo, ha nuotato attorno al ponte e poi è tornato a correre sulla riva. È divertente immaginare che tutti abbiano pensato si trattasse di un omicidio, ma è grandioso che ora sia diventato famoso. – Jacquelina Koenen itnervistata dal Sun

La polizia locale ha confermato la versione.

Google Maps non è nuova ad episodi inquietanti, come quando le sue fotocamere immortalano un mostro in Francia. Lì fuori c’è molto più di quanto possiamo immaginare.

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Il mostro di Montauk

È il 23 luglio 2008 e la brava gente di Montauk resta affascinata ed un po’ impaurita dalle notizie che leggono su The Indipendent, giornale locale della cittadina statunitense. Tra i trafiletti di politica e cronaca cittadina, c’è un’intervista a Jenna Hewitt, una ventiseienne che insieme a tre amiche, qualche giorno prima, dichiara di aver trovato sulla spiaggia i resti putrescenti di quello che potrebbe essere un animale sconosciuto, grottesco ed inquietante: questa è la storia del mostro di Montauk.

 

 

Il 12 luglio 2008 Jenna Hewitt e tre amiche si stanno divertendo sulla sabbia di Ditch Plains, una spiaggia a 3 km dal distretto di Montauk, meta abituale di surfisti all’interno del Rheinstein Estate Park della città di East Hampton. D’improvviso, tra il ritirarsi delle onde dalla battigia, scorgono la carcassa di qualcosa che non ha niente di naturale.

Eravamo in cerca di un posto dove sdraiarci quando abbiamo notato della gente che fissava qualcosa… Non capivamo di cosa si trattasse… Probabilmente qualcosa arrivata da Plum Island. – Jenna Hewitt

La ragazza scatta una foto ai resti, e concede un’intervista al The Indipendent, in cui suggerisce che si tratti di ciò che rimane di una tartaruga senza il guscio o di un qualche esperimento genetico del Plum Island Animal Disease Center, un centro di ricerca sulle malattie animali poco distante dalla spiaggia di Ditch Plains. La notizia assume immediatamente una eco impressionante, dividendo l’opinione pubblica, e non solo, sulla reale natura della carcassa, che viene ribattezzata come il mostro di Montauk nel 2008 dal criptozoologo Loren Coleman.

Il primo esperto ad essere interrogato in materia è William Wise, direttore del Living Marine Resources Institute, che chiede di analizzare i resti trovati sulla spiaggia. Hewitt non è in grado di portare Wise alla carcassa perché, secondo lei, questa sarebbe stata portata via da uno strano individuo sconosciuto. Suo padre si batterà a lungo per confermare che Jenna non conosce dove sia sparito il corpo.

Un ragazzo raccolse i resti e li gettò nella legnaia che teneva in cortile. – Jenna Hewitt

Wise, costretto dagli eventi a basarsi solo sulle foto prodotte da Hewitt, arriva a concludere che si tratti di un falso costruito ad arte, smorzando sul nascere altre teorie che lentamente stanno prendendo piede nel circolo scientifico e tra l’opinione pubblica.

 

Teorie

Che cos’è realmente il mostro di Montauk? Il paleozoologo Darren Naish studia a lungo le foto e conclude che la dentizione sembra appartenere ad un procione; l’acqua e lo sciabordio delle onde hanno fatto il resto, eliminando la maggior parte del pelo dalla carcassa, donandogli un aspetto grottesco. Attualmente questa sembra la teoria più plausibile.

Speculazioni di numerosi giornali parlano di una tartaruga priva del guscio. La rimozione della corazza è però altamente pericolosa, ed è impossibile che avvenga naturalmente senza danneggiare seriamente la spina dorsale dell’animale. Inoltre le testuggini non hanno denti, ben evidenti invece nelle foto del mostro.

Si è parlato anche di un grande roditore, ma il mostro non presenta in grandi incisivi tipici di questa specie.

Il 5 agosto 2008, sul canale statunitense Fox News, il programma Morning Show annuncia che il mostro sia in realtà il cadavere di un capibara, ma è facile smentire la dichiarazione poiché nella foto si vedono chiaramente le unghie dell’animale, mentre i capibara ne sono sprovvisti. Il giorno dopo la stessa trasmissione riporta le dichiarazioni di un uomo che afferma che l’essere misterioso sia in realtà la carcassa di un bulldog scomparsa dal suo cortile qualche giorno prima.

William Wise, direttore dell’istituto di ricerca sulle creature marine della Stony Brook University, ha discusso a lungo della foto con i colleghi: è certo oltre ogni dubbio che si tratti di un falso, creato da qualcuno esperto nella manipolazione del lattice. Messo alle strette, confessa che in maniera minore crede possa trattarsi anche di un cane o un coyote rimasto in acqua per parecchio tempo.

L’ipotesi più affascinante è però quella che immagina il mostro come un esemplare mutato geneticamente nel centro di ricerche di Plum Island. L’esemplare, risultato di esperimenti segreti del governo, sarebbe caduto in mare ed affogato, e portato poi sulla spiaggia dalle onde. Il Plum Island Animal Disease Center è al centro da molti anni di speculazioni e teorie del complotto, poiché la struttura durante la guerra fredda ha svolto esperimenti sulle armi biologiche. Sono in molti a credere che in realtà gli studi non si siano mai fermati.

 

Avvistamenti

Dopo la denuncia di Hewitt, gli avvistamenti di altri esseri simili al mostro di Montauk si susseguono febbrilmente. Eccone alcuni.

Old Lyme

Nell’aprile 2009 un “uomo con una strana uniforme”, come lo definiscono i testimoni, raccoglie da una spiaggia vicino Old Lyme, Connecticut, un’enorme carcassa biancastra simile al mostro di Montauk.

 

 

Canada, The Ugly One

Nel maggio del 2010 viene rinvenuto nel Nord dell’Ontario, presso un torrente, un cadavere simile al mostro di Montauk dalla testa glabra. Le infermiere che hanno trovato la carcassa non sono state in grado di ritrovarla in un successivo sopralluogo. Le foto vengono caricate sul sito della comunità canadese di Kitchenuhmaykoosib Inninuwug (ᑭᐦᒋᓇᒣᑯᐦᓯᑊ ᐃᓂᓂᐧᐊᐠ), dove gli utenti suggeriscono che si tratti del primo segno che qualcosa di terribile accadrà presto.

Nessuno sa cosa sia, ma i nostri antenati lo chiamano l’Orrendo [originale: The Ugly One]. È stato avvistato raramente, ma quando ciò è successo, è sempre stato un segno nefasto. I nostri antenati dicono che qualcosa di terribile sta per abbattersi su di noi. – Dichiarazioni dei membri del sito Home of the Kitchenuhmaykoosib Inninuwug

 

 

Northville

Il 30 marzo 2011 una creatura viene ritrovata a Northville, negli Stati Uniti, e lo studente che la rinviene, Jason Brown, dichiara fermamente che si tratta di un altro esemplare del mostro.

Scommetto che non si tratta della carcassa di un procione, i denti sembrano suggerirlo, ma dalla foto si capisce che la stazza e l’aspetto in generale suggeriscono che non si tratti di un mammifero. – Jason Brown

 

 

Milford Beach

Nel 2011 una coppia rinviene un cadavere dai tratti suini lungo la spiaggia di Milford, Connecticut. Non si sa che fine abbiano fatto i resti.

 

 

East River

Il 22 luglio 2012 viene rinvenuta un’altra carcassa vicino il ponte di Brooklyn, ribattezzata mostro dell’East River. Fotografata da Denise Ginley, le autorità locali l’hanno identificata come appartenente a un maiale arrostito; i teorici del complotto affermano che la realtà sia molto più inquietante. Anche Ginley non è affatto d’accordo con la versione ufficiale.

Non c’erano zoccoli o piedi biforcuti. Aveva cinque dita su ogni zampa, sia quelle anteriori che quelle posteriori. – Denise Ginley

 

 

Lloyd Neck

Nel 2012 sulla spiaggia di Northwestern Long Island, a Lloyd Neck, un uomo in compagnia del suo cane rinviene i resti di un animale dal cranio scoperto. Purtroppo la risacca porterà via il corpo prima di poterlo recuperare.

 

 

Il mostro di Montauk è l’ennesimo mistero a metà tra criptozoologia e leggenda metropolitana. Un altra storia nascosta nell’ombra che probabilmente non vedrà mai una verità assoluta.


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Black Knight – STS088-724

La Stazione Spaziale Internazionale è una delle più grandi imprese del genere umano, e dato che nel 1998 è da poco stata lanciata in orbita, la maggior parte dei componenti non è stata ancora installata. Gli innesti avvengono direttamente nello spazio, e ci si avvale di numerose missioni (l’ultima dovrebbe essere lanciata nel 2024) per portare fin lassù i moduli da impiantare: la STS-88 è la prima missione Space Shuttle di questo genere, e trasporta Unity, da fissare al modulo russo Zarja. Già che si trovano lassù, gli astronauti ne approfittano per fotografare quello che c’è intorno, e tra le varie immagini scattate ne appaiono sei che mostrano senza ombra di dubbio un oggetto non identificato, ribattezzato Black Knight.

Black Knight (cavaliere nero) è il nome di un oggetto spaziale non identificato immortalato durante la missione spaziale STS-88 nel novembre 1998, un enorme ammasso scuro sull’azzurro del nostro pianeta. Al momento della foto si trova al largo delle coste Sudafricane, in posizione 29.3° S, 8.3° E, nello spazio.

 

 

L’oggetto, a prima vista, sembra proprio una nave aliena. Di colore scuro e spigoloso, Black Knight è senza ombra di dubbio un prodotto artificiale. Sta ora capire se a forgiarlo sia stata una mano umana o extraterrestre.

L’esistenza di Black Knight sale alla ribalta nel maggio 2011, quando la NASA, sul sito del Johnson Space Center, annuncia la cancellazione dal portale di alcune foto, tra cui sei, da STS088-724-65 a STS088-724-70, che mostrano qualcosa che non dovrebbe esserci. Una spiegazione la da Clarck McClelland, un dipendente della NASA addestrato alle operazioni spaziali con 34 anni di esperienza alle spalle, in un articolo del 29 luglio 2008, in cui racconta una sua esperienza in prima persona, che va molto più al di là delle semplici fotografie.

Io, Clark C. McClelland, ex astronauta addestrato allo Space Shuttle, ho osservato personalmente un’entità extraterrestre alta 8/9 piedi [circa 2,60 metri] sui monitor video da 27 pollici mentre ero in servizio al Centro di Controllo dei Lanci del Kennedy Space Center. L’alieno era in piedi sulla baia d’attracco dello Space Shuttle, mentre discuteva con DUE astronauti statunitensi! Ho visto sul monitor anche come il velivolo spaziale si fosse stabilizzato con un’orbita sicura verso la parte posteriore delle capsule del motore principale dello Space Shuttle. Ho osservato l’episodio per circa un minuto e sette secondi. Ci ho messo molto per comprendere quello che stavo realmente osservando. UN ALIENO ed una nave spaziale!

Un mio amico tempo dopo mi ha contattato dicendomi di aver visto un alieno di 8/9 piedi DENTRO LO SCOMPARTIMENTO DELL’EQUIPAGGIO DELLO SHUTTLE! Sì, dentro il NOSTRO Shuttle! In ENTRAMBE le missioni ci sono stati dei contatti extraterrestri SEGRETI! – Clarck McClelland, NASA

Le parole di McClelland sembrano inequivocabili, e le foto sembrano dargli ragione: il Black Knight è realmente un velivolo alieno in orbita attorno alla Terra occupato da extraterrestri alleati della NASA.

O forse no.

Che McClelland sia un ex dipendente della NASA, per di più addestrato al volo spaziale, lo dice solo lui. In internet, specialmente tra i crediti del sito della NASA, il suo nome non compare mai, e questo mi sembra molto strano, dato che lo stesso McClelland dichiara di essere stato il responsabile della sicurezza di 650 missioni, tra cui le Apollo, le Mercury, le Space Shuttle e quelle della ISS. Insomma, di certo non l’ultima ruota del carro, anzi, un ruolo molto complesso e di grande responsabilità, però stranamente mai citato da nessuna parte.

Le foto di Black Knight, inoltre, non sono mai state cancellate dell’agenzia statunitense, come sostengono in molti, bensì è semplicemente cambiato l’indirizzo a cui accedere per consultare le relative schede.

Ufficialmente, le sei foto del Black Knight sono solo detriti spaziali. Probabilmente rottami di qualche satellite artificiale generati da un impatto con un micrometeorite. Oppure, se si guarda con più attenzione, potrebbe anche trattarsi di una semplice coperta termica persa durante un’operazione extra veicolare.

 

 

E voi cosa ne pensate? La NASA è davvero in contatto con forme di vita extraterrestri e ci tiene all’oscuro di tutto?

Che cos'è realmente l'oggetto spaziale Black Knight - STS088-724?

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