Tag: Terra

Yamal – Gigantesche voragini si aprono in Siberia

Yamal, in russo, significa una cosa semplicissima: “Fine del mondo”. Ed il nome è azzeccatissimo. 700 km di terre piegate dai ghiacci perenni. 700 km di niente, solo alberi e neve, sferzati dai venti che fanno scendere le temperature ben oltre i -40°. Abitata solo da pochi allevatori di renne e ancor meno ricercatori, Yamal è giunta all’onore delle cronache negli ultimi tempi per la scoperta di numerose voragini che stanno squarciando il candore della neve siberiana.

Il più grande dei crateri è largo oltre 100 metri, il più piccolo 8, tutti distanti tra loro anche centinaia di chilometri, con profondità a volte anche di 30 metri.

La notizia è stata inizialmente diffusa da TV Zvezda, il canale del Ministero della Difesa Russo ed in seguito riportata dal Washington Post e dal Guardian. La cosa che più incuriosisce è ovviamente l’origine di queste voragini: meteoriti, scosse telluriche, movimenti dei ghiacciai. La Russia è spesso colpita dai meteoriti – il caso più controverso e noto è quello di Tunguska, di cui scriverò prossimamente – ma l’entità del danno e la morfologia sembrano escludere questa ipotesi. Qualcuno ha azzardato che si tratti di esplosioni di gas naturale, ed in effetti ad una trentina di chilometri dalla fossa più grande si trova il giacimento di Bovanenkovo. O forse si tratta semplicemente di pingo, ovvero un’enorme massa ghiacciata che cerca di emergere da sottosuolo spaccando la superficie.

Ma forse la verità è molto più inquietante.

Le voragini, difatti, sembrano trivellate dall’interno. Ovvero come se qualcuno, o “qualcosa”, abbia scavato da sotto terra e sia uscito così in superficie. Attualmente sono in molti a credere che l’origine sia dovuta ad un esplosione atomica, creata forse da testate esplosive malcelate sottoterra.

O magari è solo che all’inferno faceva troppo caldo, ed hanno aperta una porta sul retro.

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L’asteroide 2011 AG5 potrebbe colpire la Terra il 5 febbraio 2040

Il problema dell’umanità è che pensiamo che tutto ciò su cui riusciamo ad allungare la nostra ombra ci appartenga di diritto. Nelle prime colonizzazioni dell’America non ci siamo fatti problemi a sterminarne gli abitanti che, se vogliamo, sarebbero stati gli unici ad arrogarsi il diritto di vivere lì. Questo ci fa sentire grandi, quando in realtà siamo piccoli, microscopici, meno che insignificanti se paragonati alla vastità dell’universo. Ma ogni tanto qualcosa torna a farci scendere dal piedistallo: l’asteroide “(367789) 2011 AG5” potrebbe infatti impattare contro la Terra il 5 febbraio 2040. Mentre su internet già da un paio d’anni molti si dimostrano spaventati, dalla NASA arrivano notizie meno allarmanti: la conoscenza dell’asteroide, in base alle poche notizie che sono oggi in nostro possesso, sembra troppo scarna per stabilire quale sarà il suo effettivo comportamento. 2011 AG5 è solo uno dei 9.000 corpi celesti che si avvicinano più o meno pericolosamente alla Terra (Near Earth Objects), ed è ancora troppo presto per arrivare ad una conclusione sulla sua reale pericolosità. Inoltre l’asteroide presenta un’orbita poco chiara, impossibile da prevedere. Secondo la “Scala Torino” che valuta i rischi d’impatto, la possibilità che il corpo tocchi la Terra nel 2040 è circa 1 su 625.

2011 AG5 è l’oggetto che, secondo le valutazioni odierne, ha le più alte probabilità di impattare con la Terra nel 2040. Tuttavia finora abbiamo studiato bene soltanto la metà della sua orbita, quindi non abbiamo una completa sicurezza sulle conclusioni alle quali ci hanno portato i calcoli.  – Detlef Koschny, divisione missioni nel sistema solare del centro Estec dell’Esa a Noordwijk (Olanda)

 

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La lunga odissea delle paperelle di gomma smarrite nell’oceano

Tornate col pensiero alla vostra infanzia, quando tutto sembrava enorme visto dagli occhi così piccoli di un bambino: bastava sedersi a tavola e questa diveniva per noi  un’intera regione, complice anche quella innocente fantasia che solo i piccoli hanno. E così ogni bicchiere era la torre più alta del regno, ogni fazzoletto un appezzamento di terra coltivato. Se la tavola imbandita sembrava immensa, che dire dell’ora del bagnetto? In quella vasca da bagno ognuno di noi era il Capitano Achab, che sfidava la tempesta perfetta fatta di bollicine di sapone e gridava contro lo schiumeggiare dei flutti. Ed eccola lì, sorniona, indifferente al nostro personale battagliare, lei: la paperella di gomma. Si stagliava gialla, trionfante del suo restare sempre a galla, senza mai cederci il fianco; la nostra Moby Dick da fiocinare. Ed in effetti di solito la battaglia epica finiva con noi che prendevamo la paperella e gliele davamo di santa ragione.

Oggi voglio raccontarvi una curiosa storia di migliaia di paperelle di gomme, disperse per gli oceani di mezzo mondo.

Nel 1992 una nave da trasporto cinese rovesciò un container di 30.000 paperelle di gomma “Friendly Floatees” della compagnia di giocattoli First Years Inc. in una vasca un po’ più grande del normale: l’Oceano Pacifico. Ovviamente era impossibile riuscire a recuperare i pennuti plasticosi dalla nave, ed il capitano si limitò a fare spallucce e navigare verso porti più prosperi. Questa marea gialla però risvegliò la curiosità di due oceanografi, Ebbesmeyer ed Ingraham, che ebbero la brillante idea di monitorare i nostri piccoli amici per capire se le proiezioni matematiche dei flussi oceanici, delle loro correnti e della loro dispersione fossero corrette. Nel decennio successivo, sino al 2001, si sono susseguiti gli avvistamenti delle paperelle, alcune delle quali sono state dotate di microchip e rispedite in mare, in balia delle correnti. Fra il luglio e il dicembre del 2003, la First Years Inc. ha messo una taglia di cento dollari sui giocattoli per chi ne avesse trovato degli esemplari lungo le coste di Islanda, Canada o Nuova Inghilterra e lo avesse spedito al quartier generale di Tacoma. Sebbene grazie a questo stratagemma, che ha valso certamente grande notorietà alla compagnia di giocattoli, siano state recuperate centinaia di esemplari, a tutt’oggi la stragrande maggioranza delle paperelle vaga ancora indisturbata tra le onde del globo, per almeno un’altra settantina di anni, prima di disciogliersi completamente in acqua. L’odissea delle Friendly Floatees ha spinto la NASA ad usarle per svelare le dinamiche con cui si vanno sciogliendo i ghiacci perenni della Groenlandia; molti artisti inoltre hanno creato delle versioni gigantesche dei pennuti, alte anche 30 metri, ancorate nei porti delle città più famose del mondo e ribattezzate “Mamme Papere”.

Provate a riempire di sberle queste, di paperelle di gomma.

È incredibile quanto ti possa insegnare una papera. – Curtis Ebbesmeyer

E se permettete la poesia, mi piace pensare a questi nostri amici di plastica che viaggiano per giorni rinchiusi in un container. Così fuggono via, e non potendo volare, se ne vanno peregrinando per gli oceani, a ricordarci che forse è più bello vivere combattendo le onde dell’oceano che rimare al sicuro in una piccola vasca da bagno.

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