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La tortura bianca

Di metodi di tortura, ripresi dall’antichità, ne abbiamo già parlato. Quella di oggi, invece, è una sottile tortura psicologica, che può durare anche anni, portando la vittima sull’orlo della pazzia: la tortura bianca.

La tortura bianca (شكنجه سفيد) è una sevizia tipica dell’Iran, applicata sopratutto a prigionieri politici. Si tratta di esporre il prigioniero ad una deprivazione sensoriale a larga scala, partendo da quella visiva: tutto ciò con cui si è in contatto è bianco. Ci si ritrova rinchiusi in una camera quadrata insonorizzata dipinta di bianco, senza finestre, con porte a scomparsa e luci in diversi punti per evitare di gettare ombre. Tutto è tristemente, asetticamente bianco. Le guardie sono invisibili, nascoste all’esterno della cella, ed utilizzano calzari imbottiti per non fare rumore. Lì fuori potrebbe anche esplodere un ordigno nucleare, e nessuno nella stanza se ne accorgerebbe. Col passare dei giorni si perde l’uso degli altri sensi: ogni cosa nella cella è liscia, desensibilizzando il tatto; si viene nutriti solo con riso in bianco, insapore, perdendo così il gusto e l’olfatto; come già scritto non si sente alcun rumore, affievolendo l’udito.

 

 

L’alienazione arriva dopo poche settimane, portando allucinazioni e follia: qualsiasi cosa pur di sfuggire quell’enorme, infinito candore.

Uno degli esempi più noti di vittima della tortura bianca è quello di Seyyed Ebrahim Nabavi, uno dei più importanti ed autorevoli giornalisti iraniani, seviziato nel Carcare di Evin (Iran) come prigioniero politico, e liberato nel 2004.

Da quando ho lasciato Evin non riesco più a dormire senza assumere sonniferi. È orribile. La solitudine non ti abbandona mai, anche una volta che vieni liberato. Tutte quelle porte che ti si chiudono dentro… Ecco perché la chiamano la tortura bianca. Ottengono quello che vogliono senza colpirti fisicamente. Conoscono abbastanza di te per manipolarti con quello che ti dicono: possono farti credere che il presidente è stato deposto, che hanno rapito tua moglie, che qualcuno di cui ti fidavi ha rivelato loro delle menzogne su di te. Comincia a rompersi qualcosa dentro. E quando ciò avviene, ti hanno in pugno. E allora confessi tutto. – Seyyed Ebrahim Nabavi in un’intervista del 2004 a Human Rights Watch

Altro caso famoso è quello di Amir Fakhravar, uno studente rapito a soli 17 anni dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana, che ha trovato il coraggio di raccontare la sua storia.

Non riuscivamo a scorgere alcun colore, tutto nella cella era bianco, il pavimento, i nostri vestiti e persino la luce accesa 24 ore al giorno era bianca. Ci nutrivano solo con riso in bianco. Non vedevamo alcun colore e non sentivamo alcuna voce. Fui imprigionato per otto mesi, finché non riuscii più a ricordare neanche i volti di mio padre e mia madre. – Amir Fakhravar

Si potrebbe pensare che la tortura bianca sia appannaggio di paesi mediorientali, che molti considerano arretrati decenni rispetto agli occidentali. In realtà casi del genere avvengono anche da noi, come ad esempio nella cattolicissima Irlanda del Nord, o nella “colonna della libertà”, gli Stati Uniti.

Un esempio simile alla tortura bianca fa da sfondo al numero 212 del maggio 2004 di Dylan Dog, Necropolis.

 

 

Se volete cercare di comprendere minimamente come ci si sente nella cella bianca, fate questo piccolo esperimento: tappatevi le orecchie con delle cuffie insonorizzate, sedetevi a terra ad un metro da una parete bianca e fissatela più che potete. Provate a parlare, se vi va, tanto non riuscireste a sentirvi. Fissate solo la parete. Finché non sprofonderete anche voi nell’abisso bianco che vi circonda.

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Scafismo – La più brutale tortura di tutti i tempi

L’umanità si è sempre prodigata a migliorare sé stessa, le sue tecniche, le sue tecnologie, le sue arti. Abbiamo alzato gli occhi da terra a scrutare il cielo, e nei millenni siamo anche riusciti a quasi toccare le stelle con una mano. Ma mai abbiamo speso tanta fantasia e creatività nello sviluppare la sofferenza umana. Quella di oggi è probabilmente la più brutale tecnica di tortura di tutti i tempi: lo scafismo.

Conosciuto anche come la tortura delle barche (The Boats), lo scafismo affonda le sue origini nella civiltà persiana, descritto per la prima volta dai Greci antichi, che ne parlavano colmi di terrore e ribrezzo.

La vittima viene denudata e legata all’interno di una barca. Un’altra imbarcazione viene posta sopra la precedente, a creare un grottesco sarcofago ligneo, da cui spuntano solo la testa, le mani ed i piedi del condannato, lasciati intenzionalmente al di fuori della struttura. I torturatori preparano una miscela di latte e miele, e costringono l’uomo a berne grandi quantità: in poco tempo questi svilupperà una diarrea incontrollabile. I Persiani, particolarmente metodici, ci tengono a fare le cose per bene: miele viene cosparso sul corpo, con particolare attenzione agli occhi, alle orecchie, alla bocca e all’ano. Il malcapitato a questo punto viene lasciato a galleggiare nel suo simulacro su un letto d’acqua stagnante, esposto al sole che picchia.

In balia degli insetti.

 

 

A sciami insetti di ogni genere si avventano sulla vittima, attratti dal profumo del miele e dall’olezzo delle feci, divorando la carne un millimetro alla volta. Ogni giorno gli aguzzini costringono la vittima a bere di nuovo la miscela di latte e miele, per evitare che muoia di disidratazione o stenti e prolungarne così l’intensa agonia. La morte sopraggiunge dopo diversi giorni, spesso dopo settimane, durante le quali il condannato non può far altro che urlare al mondo la sua sofferenza: le cause della tanto agognata dipartita solo di solito lo shock settico dato dalle infezioni e, in alcuni casi, i morsi degli insetti e le punture delle vespe.

La vittima giace nelle barche, la sua carne viene lasciata a marcire nelle feci, divorata dai vermi finché una lenta ed orribile morte non la prenderà. – Giovanni Zonara, cronista e teologo bizantino, XII secolo

Il supplizio, come già scritto, può durare diversi giorni. Mithridates, un giovane soldato persiano dell’armata del Re Artaserse II Mnemone, muore dopo una lunga agonia nelle barche, in accordo con quanto riportato da Plutarco nella Vita di Artaserse.

Quando l’uomo sembrò morto, la barca di sopra venne tolta, e la sua carne venne ritrovata divorata, e sciami di mostruose creature volavano intorno e, se così possiamo dire, crescevano al suo interno. In questo modo Mithridates, dopo diciassette giorni di sofferenza, infine perì. – Plutarco, Vita di Artaserse

A volte, la morte è un sollievo ben maggiore della vita stessa.

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