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Duke il cane eletto sindaco – Di nuovo

Chelsea Lauren

Si dice spesso che qui in Italia abbiamo un sacco di politici cani. Negli USA hanno un cane politico, rieletto da poco sindaco per la terza volta. 😀

Siamo a Cormorant Township, in Minnesota, USA, un paese di un migliaio di anime imperlato da decine di laghi e bacini. La settimana scorsa si sono svolte le elezioni per il nuovo sindaco, ed a vincere, per la terza volta di fila, è stato Duke, 9 anni, un cane dei Pirenei.

È l’unico cane eletto sindaco negli Stati Uniti! – Becky Ulven, cittadino di Cormorant

Duke è stato eletto con la totalità dei voti, tranne uno, che è andato alla sua diretta sfidante, Lassie. La sua fidanzata.

Sebbene possa sembrare una notizia di poco conto, l’eco generata ha portato un incremento del turismo nella cittadina ed una straordinaria visibilità mediatica; inoltre Duke è, a detta di tutti, un esempio di lealtà e saggezza, inspiratore della brava gente di Cormorant.

Non si tratta però del primo caso di animale eletto sindaco.

Rabbit Hash dal 1999 si avvicendano solo sindaci cani, a partire da Goofy, seguito da Junior ed infine Lucy Lou, una splendida quanto capace border collie.

Lajitas il primo cittadino è stato per diversi anni Clay Henry III, una capra alcolizzata. Nonostante il vizio di bere troppa birra ha sempre rivestito onorevolmente la sua carica.

Sunol a governare la città è stato invece il meticcio Bosco Ramos, incrocio tra un labrador ed un rottweiler, a dimostrazione che anche chi ha umili origini può puntare in alto se crede in sé stesso. Per il suo impegno nel ricostruire il paese a seguito di un violento incendio, è stata eretta una statua a lui dedicata.

 

Bosco Ramos

 

Inusuale la vittoria alle comunali di April la mucca, nella cittadina di Eastsound, passata a miglior vita pochi mesi fa.

L’ultimo animale ad aver ricoperto la carica di primo cittadino è di Talkeetna, dove non apprezzano né i cani né i topi; il sindaco è Stubbs, un gatto. Con le sue nove vite si prospetta avrà il mandato più lungo di sempre.

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The Witch – Trama e teorie

Un po’ The Village, un po’ Picnic ad Hanging Rock, The Witch, opera prima di Robert Eggers, è prima di tutto un racconto. Una storia che mescola sapientemente folklore, religione (leggasi fanatismo), natura (quella che non ha pietà), ed una famiglia di esuli abbandonati a loro stessi.

La strega, quella che da il titolo al film, la vediamo praticamente subito. Poco dopo il prologo. E ci si aspetterebbe il classico film con la bellissima di turno che si tramuta nella solita vecchia malvagia ed incartapecorita, sconfitta solitamente da un prode avventuriero.

E invece no.

In questa storia niente va come deve andare. I personaggi cominciano a dire cose strane, gli animali si comportano in modo strano, gli eventi prendono una piega strana. Qui tutto è strano.

I gemellini giocano sempre con un nero caprone, Black Phillip, che a dir loro sembra parlargli. C’è un coniglio foriero di sventura che si palesa sempre nei momenti più infausti. C’è un corvo assetato di sangue e latte che non la smette di allungare la sua nera ombra sulla famiglia inerme. C’è un bosco dove sorge la casa di una strega ancella del demonio.

O forse no.

 

The Witch

 

Trama

New England, 1630 circa. Un uomo del Lancashire di nome William è stato appena bandito da una comunità puritana ed è costretto ad abbandonare il villaggio insieme alla sua famiglia – la moglie Katherine, l’adolescente figlia Thomasin, il figlio minore Caleb ed i due gemellini MercyJonas –  a causa di dissensi di ordine religioso. I sei sventurati, sorretti dalla fede, riescono a costruire una fattoria e ad arare un campo di granturco; la vita sembra arridergli quando nasce il piccolo Samuel, la cui venuta è vista come un segno del Signore misericordioso.

Affidato alle cure di Katherine, un giorno la ragazzina porta Samuel al limitar del bosco e, in un attimo di distrazione, che dura letteralmente un battito di ciglia, il neonato svanisce nel nulla, forse rapito da una strega che dimora le fronde degli alberi.

 

 

The Witch

 

The VVitch

The Witch è una storia, ed il sottotitolo originale del film, A New-England Folktale, tradotto orrendamente in italiano con Vuoi ascoltare una favola? – roba da appendere gli addetti al marketing per i pollici e lasciarli divorare dai corvi – ce lo ricorda ad ogni fotogramma. Una storia tratta da diari e cronache originali, che ci mostrano non quello che è, ma quello che sembra essere. La realtà non per quella che dovrebbe essere, ma per quella che appare.

La Storia, quella che ci insegnano a scuola, dice molto semplicemente che i coloni inglesi sono arrivati nel nuovo continente carichi di buoni propositi, hanno convertito gli indigeni locali ed hanno innalzato l’america alla luce del Signore. Stop. In realtà le cose sono andate diversamente. Male. E sin dal principio. Si tratta di estremisti religiosi (leggasi nuovamente fanatici) che attraversano migliaia di miglia d’oceano, migliaia di miglia di niente, per approdare in una terra aliena, in cui non sono benvoluti.

Il problema però non sono tanto le popolazioni locali – nel film all’inizio si vedono chiaramente tre indiani Wampanoag integrati con la comunità religiosa – né tanto meno la natura selvaggia.

Il vero nemico è la solitudine.

Quel senso di abbandono che attanaglia ogni villaggio, unico baluardo dell’essere umano per centinaia di chilometri. L’essere stranieri in terra straniera, con Dio come unica salvezza e senso di una vita votata all’austerità e alle privazioni. Poi qualcosa scatta, la fede viene meno, ed il sonno della ragione genera mostri.

La famiglia, tra accuse ed atti di stregoneria, si sbriciola dalle fondamenta. Il capofamiglia William è un colono fallito, un padre fallito, un marito fallito, un cacciatore fallito ed un agricoltore fallito. Non che non ci metta la buona volontà, semplicemente ogni cosa che fa si tramuta in cenere. Thomasin sta cominciando a sbocciare, con quella sensualità appena accennata, candida, tipica dell’adolescenza. I gemellini sono due esseri amorfi, infagottati in decine di panni per farli stare al caldo, e per un nonnulla ridono (ghignano). Troppo. Ridono sempre. Come un trapano che ti fora il cervello, come unghie sulla lavagna. Caleb viene colpito da una strana febbre – un maleficio, forse? – che lo fiacca lentamente nello spirito e nel corpo.

La scena del suo delirio sul letto di morte è quanto di più inquietante abbia mai visto in un film.

Davvero.

 

The Witch

 

Teorie e considerazioni

Se non avete ancora visto il film evitate di leggere queste righe.

Le teorie su ciò che accade nel film sono sostanzialmente due. Nella prima, quella razionale, tutto viene spiegato con la muffa del mais, come suggerito in molti punti della pellicola. Si tratta di un potente allucinogeno, così che quella che abbiamo visto non è la storia com’è andata ma come l’hanno vissuta i protagonisti. Quello che vediamo non è mai successo, e nulla è mai stato reale: tutto fila liscio fino al “contagio”, dopodiché la follia prende il sopravvento, in un gorgo di violenza e macabra disperazione, in cui è più semplice dare la colpa delle disgrazie ad un essere soprannaturale che all’incapacità dell’animo umano di accettare la solitudine.

Nella seconda teoria quello che vediamo è ciò che è accaduto realmente. La strega esiste davvero, ha deviato le menti della povera famiglia finché il diavolo in persona non si è manifestato nella figura del nero caprone, culminata col piegarsi della giovane Thomasin al bacio dell’oscuro signore.

 

the-witch

 

Quindi la strega non esiste. Forse.

Sapete perché non me ne frega niente se la strega esiste davvero? Perché loro credono che esista. Non importa se sia colpa della muffa o che sia la figlia del male la causa di tutte le disgrazie.

La questione è che ci credono loro.

Così mentre per noi spettatori, alla fin fine, che la strega sia reale o no conta poco, loro hanno vissuto un incubo. Un incubo reale. In cui gli animali sussurrano frasi di morte, le streghe uccidono gli infanti, ed una famiglia si dilania dall’interno.

E sì, quando Thomasin arriva ad ascrivere il proprio nome sul grimorio maledetto, vergandolo col sangue, e si addentra nel bosco accompagnata dal demonio Black Phillip, beh allora, alla fine, quando tutto sembra perduto, alla strega ci ho creduto anch’io.

 

The Witch

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Abbandonato da Disney – Parte 2

Ecco a voi il secondo capitolo della saga Abandoned by Disney (Abbandonato da Disney), iniziata qualche mese fa sulla Bottega del Mistero. Percorriamo insieme i grotteschi corridoi del parco di divertimenti di Treasure Island!

 

Abbandonato da Disney

 

Abbandonato da Disney – Parte 2

Probabilmente qualcuno di voi avrà sentito che la Disney Corporation è responsabile di almeno una vera e propria città fantasma “in vita”.

Disney costruì il parco divertimenti di “Treasure Island” nella Baia di Baker alle Bahamas. All’inizio non era certo una città fantasma! Le navi da crociera della Disney dovevano fermarsi al villaggio e lasciare i turisti lì per rilassarsi in quel lusso.

Questa cosa è REALTÀ. Cercatela.

Disney spese $ 30.000.000 per costruire quel posto… Sì, trenta milioni di dollari.

Poi l’abbandonarono a se stessa.

Disney diede la colpa alle acque poco profonde (troppo basse per manovrare in modo sicuro le loro navi) e in aggiunta la colpa fu gettata anche sul dipendenti: affermando che, dal momento che erano delle Bahamas, erano troppo pigri per lavorare su turni regolari.

E qui finisce la parte ufficiale della storia. Non è stato a causa della sabbia, né ovviamente perché “gli stranieri sono pigri”. Si tratta di banali scuse.

Dubito sinceramente che fossero il vero motivo per l’abbandono dei lavori. Perché no, dite?

A causa del Palazzo di Mowgli.

Vicino alla città costiera di Emerald Isle in Nord Carolina, Disney avviò la costruzione del “Palazzo di Mowgli” alla fine degli anni ’90. L’idea era di costruire un parco divertimenti in tema giungla con, l’avrete certamente capito, un PALAZZO al centro di tutto.

Se non avete di chi sia Mowgli, allora potreste ricordare meglio la storia de “Il libro della giungla”. Se non l’avete letto o visto da qualche altra parte, potreste ricordare il film d’animazione della Disney di qualche decennio fa.

Mowgli è un bambino abbandonato nel bel mezzo della giungla, che in sostanza viene cresciuto da alcuni animali e allo stesso tempo minacciato da altri.

Il palazzo di Mowgli si rivelò un progetto controverso sin dall’inizio. La Disney comprò parecchi terreni a peso d’oro, e vi fu pure uno scandalo riguardo alcuni degli acquisti. Il governo locale intimò l’esproprio delle case della gente, poi li sfrattò e vendette le proprietà alla Disney. Accadde persino che una casa, che era stata appena costruita, venne immediatamente demolita, praticamente senza spiegazione alcuna.

Si credette che la terra sequestrata dal governo fosse destinata a qualche fantomatico progetto autostradale. Sapendo bene che cosa stava succedendo, la gente cominciò a chiamarla “Autostrada di Topolino”.

Poi ci fu la prima bozza. Un gruppo di mezzecalzette della Disney tenne una riunione in città. Lo scopo era di far credere a tutti che il progetto avrebbe portato giovamento all’intera popolazione. Quando mostrarono la concept art, ovvero questo gigantesco Palazzo Indiano… circondata dalla GIUNGLA… in cui figuravano uomini e donne con vesti ed equipaggiamento tribali… beh, tutti si incazzarono un bel po’.

Stiamo parlando di un grande Palazzo Indiano, di Giungla e Vesti Tribali, non solo nel centro di una zona relativamente benestante, ma anche un po’ “xenofoba” del sud degli Stati Uniti. Decisamente un brutto azzardo, per l’epoca.

Una persona della folla cercò di saltare sul palco, ma fu subito fermata dalla sicurezza dopo essere riuscito a fracassarsi sul ginocchio uno dei pannelli con la presentazione.

Disney prese quella comunità ed in pratica fece la stessa cosa, spezzandola in due. Le case furono rase al suolo, la terra fu ripulita e nessuno poteva dire o fare niente di niente. Le televisioni locali e i giornali gettavano fango sul parco, all’inizio, ma delle malsane connessioni tra le società pubblicitarie della Disney e le imprese locali fecero la loro parte e l’opinione cambiò in un batter d’occhio.

Ma torniamo a noi, a Treasure Island, e alle Bahamas. Disney sperperò milioni per il parco divertimenti, e poi lo abbandonò. La stessa cosa accadde con il Palazzo di Mowgli.

L’opera era compiuta. I visitatori non mancavano. Le comunità circostanti erano inondate dal traffico e dalle seccature comunemente associate con l’afflusso di turisti persi e arrabbiati.

Poi più nulla.

Disney chiuse tutto e nessuno sapeva cosa diavolo fosse successo. Ma erano tutto sommato contenti. La sconfitta della Disney era una sorpresa decisamente divertente per una grossa fetta di popolazione che si era apposta al progetto sin dall’inizio.

Onestamente una volta sentito della chiusura del parco non ci pensai più. Io vivo a circa quattro ore da Emerald Isle, per cui tutto ciò che ho sentito in proposito furono solo voci e non ho avuto alcuna esperienza diretta.

Poi lessi un articolo di qualcuno che aveva esplorato il parco divertimenti di Treasure Island, pubblicando un intero blog riguardo tutte le varie cose assurde che aveva trovato lì. Roba semplicemente… abbandonata lì. Oggetti fracassati, deturpati, probabilmente rovinati dagli ex dipendenti irati per aver perso il lavoro.

Cavolo, gli abitanti del posto probabilmente avranno fatto la loro parte nel distruggere quel luogo. La rabbia verso Treasure Island era certamente paragonabile a quello espressa per il Palazzo di Mowgli.

Inoltre giravano voci che dicevano che la Disney avesse liberato il “contenuto” dei loro acquari nelle acque locali, quando hanno chiuso… inclusi gli squali.

Chi non avrebbe voluto dare un’occhiata a quei tesori?

Comunque, quello che voglio dire è che questo blog su Treasure Island mi ha fatto riflettere. Anche se erano passati molti anni dalla sua chiusura, ho pensato che sarebbe stato forte fare un po’ di ‘”Esplorazione Urbana” al Palazzo di Mowgli. Scattare qualche foto, scrivere della mia esperienza, e probabilmente vedere se c’era qualcosa che potevo portare a casa come souvenir.

Non vi dirò che mi sono gettato a capofitto nell’impresa, dato che alla fine ci ho messo un anno tra la scoperta dell’articolo su Treasure Island e l’approdo ad Emerald Isle.

Nel corso di quell’anno, ho fatto un sacco di ricerche sul parco… o, per meglio dire, ci ho provato.

Naturalmente, nessun sito ufficiale o altra risorsa della Disney fa menzione del luogo. Oblio completo.

Ancor più strano, però, era che nessuno prima di me aveva apparentemente pensato di fare un blog riguardo il luogo o anche di pubblicare una foto. Televisioni e giornali locali non menzionavano il parco, ovviamente soffocati dal giogo della Disney. Non avrebbero mai sbandierato ai quattro venti una cosa del genere, no?

Recentemente però ho scoperto che le aziende possono chiedere a Google, per esempio, di rimuovere dei link dai risultati di ricerca… anche senza motivo. Ripensandoci, non è che nessuno abbia mai parlato del villaggio; piuttosto, le loro parole si sono perse nel marasma di internet.

Così alla fine sono riuscito a trovare il posto con grande difficoltà. Tutto quello che avevo era una mappa vecchia come il cucco che avevo ricevuto per posta negli anni ’90. Era un articolo promozionale inviato alle persone che erano state da poco a Disney World e suppongo che, dato che ci ero stato alla fine anni ’80, si trattasse di una mappa piuttosto “aggiornata”.

In realtà non avevo intenzione di usarla. Era finita insieme ai libri e ai fumetti della mia infanzia. Me ne ricordai solo dopo alcuni mesi dall’inizio delle mie ricerche, e anche allora ci ho messo un altro paio di settimane per trovare lo scatolone dove i miei genitori avevano stipato la roba vecchia.

Ma alla fine CE L’HO FATTA. Gli abitanti del posto non mi furono di alcun aiuto, perché da un lato la maggior parte si era trasferita sulla costa… dall’altro, i vecchi residenti, alla domanda “Dove posso trovare il palazzo di M-” mi interrompevano sghignazzandomi in faccia e facendomi brutti gesti .

La strada che percorsi in auto mi portò attraverso un percorso insolitamente lungo e reclamato da lungo tempo dalla natura. Piante tropicali che erano cresciute in maniera massima si mescolavano con la flora locale che in realtà APPARTENEVA a quel luogo e aveva cercato di reclamare la propria terra natia.

Ero eccitatissimo quando raggiunsi i cancelli di accesso del parco divertimenti. Enormi porte monolitiche di legno, i cui supporti ai lati sembravano essere stati tagliati da sequoie giganti. Il cancello stesso era stato scavato in più punti dai picchi e corroso alla base dagli insetti che vi avevano trovato rifugio.

Appeso al cancello c’era un pezzo di metallo, un rottame raccolto a caso, con scarabocchiate sopra poche parole in nero. “ABBANDONATO DA DISNEY”. Certamente opera di qualche vecchio abitante del luogo o ex dipendente con l’intento di mostrare una flebile protesta.

I cancelli erano abbastanza aperti per poterle attraversare a piedi, ma non in auto, quindi recuperai la fotocamera e la mappa, sul cui retro era disegnata la mappa del parco, e mi incamminai.

I pavimenti erano invasi dalla vegetazione quanto la strada d’ingresso. Una palma si ergeva incolta e abbandonata, tra mucchi delle sue stesse noci di cocco alla base. I banani si elevavano allo stesso modo in mezzo alla poltiglia dei loro frutti, marci e divorati dagli insetti. C’era questa sorta di dicotomia tra ordine e caos, che frapponeva piante floreali perenni accuratamente disposte a fastidiose erbacce alte e maleodoranti funghi anneriti.

Tutto ciò che rimaneva di eventuali strutture esterne era legno spaccato e marcio, e vari pezzi carbonizzati di chissà cosa. Quello che probabilmente era stato uno stand informativo o un bar all’aperto era ora semplicemente un cumulo di detriti assortiti, deturpato dal vandalismo passato e vittima del tempo.

La cosa più interessante della zona era una statua di Baloo, il simpatico orso del Libro della Giungla, che si ergeva in una sorta di cortile davanti all’edificio principale. Era congelato nel gesto di mostrare un’espressione gioviale, ovviamente con lo sguardo fisso nell’infinito, adornato da un ebete sorriso a denti stretti, mentre tutta la sua “pelliccia” era coperta di guano e dei rampicanti ne ricoprivano la piattaforma.

Mi sono avvicinato all’edificio principale – il PALAZZO – solo per trovare la parte esterna dell’edificio coperta di graffiti , dove la vernice originale non era scrostata o scheggiata. Le porte principali non erano aperte, ma letteralmente scardinate e probabilmente portate via.

Sopra di esse, o meglio sull’arcata che sovrastava il vuoto che le sostituiva, qualcuno aveva dipinto di nuovo “ABBANDONATO DA DISNEY”.

Vorrei poter raccontare tutte le cose impressionanti che ho visto all’interno del Palazzo. Statue dimenticate, registratori di cassa abbandonati, una vera e propria società segreta di barboni senzatetto… ma no.

L’interno dell’edificio era così desolato, spoglio, da farmi pensare che la gente avesse rubato anche le decorazioni di stucco dalle pareti. Tutto quello che era troppo grande da rubare… registratori di cassa, scrivanie, giganteschi alberi di cartapesta… erano ammassati lì in mezzo generando una mostruosa eco, che amplificava ogni mio passo, come il lento rat-a-tat di un mitragliatrice.

Seguendo la mappa del piano ho esplorato tutti i posti che potevano sembrare in qualche modo interessanti.

La cucina era esattamente come uno se la può immaginare… un’area adibita alla preparazione di cibo industriale con tutti gli elettrodomestici e tanto spazio, senza badare a spese. Ogni superficie di vetro era fracassata, ogni porta rimossa, ogni superficie metallica ammaccata. L’intero posto puzzava di piscio stantio.

L’enorme freezer, neanche lontanamente freddo, presentava file e file di scaffali vuoti. Dei ganci erano infissi nel soffitto, probabilmente per appendere pezzi di carne, ed entrando a dare un’occhiata, giurerei di averli visti oscillare.

Ogni gancio oscillava in una direzione casuale, ma i loro movimenti erano così lenti ed impercettibili che era quasi impossibile vederli. Ho pensato che il loro danzare fosse dovuto ai miei passi, così ne ho afferrato uno e l’ho lasciato andare facendo attenzione a non muoverlo, ma nel giro di pochi secondi ha ricominciato a oscillare di nuovo.

I bagni erano più o meno nello stesso stato. Proprio come il parco di “Treasure Island”, qualcuno aveva metodicamente distrutto ogni gabinetto con noci di cocco e altri attrezzi. C’era circa un centimetro di acqua putrida, stagnante e puzzolente sul pavimento, quindi non sono rimasto lì a lungo.

Quello che era davvero strano è che l’acqua in tutti i bagni e i lavandini (e nei bidet nel bagno delle donne, perché sì, sono entrato anche lì) perdeva acqua, filtrava o semplicemente scorreva. Ero certo che avessero chiuso le tubature molto, MOLTO tempo prima.

Il resort era stato progettato con un’infinità di stanze, ma ovviamente non ho avuto il tempo di guardarle tutte. Le poche che ho esplorato erano devastate quasi allo stesso modo, e non mi aspettavo di trovarci niente di eccezionale. Ad un certo punto, però, ho avuto l’impressione che da qualche parte ci fosse una radio o una televisione accesa, perché mi era parso di sentire in lontananza una flebile conversazione.

Era poco più di un sussurro, probabilmente il mio respiro che riecheggiava nel silenzio, o l’eco dell’acqua che gocciolava, che mi tirava un brutto scherzo, ma potrei giurare di aver sentito questa conversazione…

1: “Non ci credevo.”
2: [Risposta incomprensibile]
1: “Non lo sapevo… Non lo sapevo…”
2: “Tuo padre ti aveva messo in guardia.”
1: [Risposta incomprensibile, o singhiozzi]

Lo so, lo so, è ridicolo. Sto solo scrivendo quello che credo di aver sentito, perché sono certo che ci fosse un apparecchio acceso da qualche parte – oppure peggio, un gruppo di barboni pronti ad aprire un buco nello stomaco con un coltello.

Tornato alle porte di accesso al Palazzo, ero ormai certo di aver perso tempo, non avendo trovato niente di davvero interessante da raccontare.

Mentre guardavo fuori dalla porta, notai qualcosa di interessante nel cortile a cui evidentemente non avevo fatto caso prima. Qualcosa che mi avrebbe dato almeno QUALCOSA di cui vantarmi per tutti i problemi che mi ero creato, almeno una foto.

C’era una statua davvero realistica di un pitone, lunga più di due metri e mezzo, che “prendeva il sole” acciambellata su un piedistallo proprio al centro della zona. Era quasi il tramonto, e la luce abbracciava il tutto in una fotografia PERFETTA.

Mi avvicinai al pitone e scattai una foto. Poi mi alzai in punta di piedi e ne scattai un’altra. Mi avvicinai ancor di più, per catturare i dettagli del muso.

Fu allora che lentamente, con tutta calma, il pitone sollevò la testa, mi fissò negli occhi, si voltò, e scivolò dal piedistallo, attraverso l’erba, fino a sparire tra gli alberi.

In tutti i suoi due metri e mezzo di lunghezza. La testa era già tra le sterpaglie, mentre la coda era ancora avvolta sul piedistallo.

Quelli della Disney avevano liberato i loro animali esotici nel parco. Proprio lì, sulla mia mappa, c’era il “Rettilario”. Che stupido. Avevo letto degli squali a “Treasure Island”, e avrei dovuto SAPERE che avevano fatto la stessa identica cosa.

Ero sbalordito, semplicemente stupefatto. Dovetti restare a bocca aperta per un bel po’, finché non la chiusi di scatto; battei le palpebre quasi a volermi risvegliare da uno strano sogno ed indietreggiai.

Anche se oramai il serpente era lontano, volevo evitare di correre rischi e percorsi la strada per tornare all’edificio.

Ci vollero un paio di respiri profondi e di schiaffi sulla faccia per tornare in me dopo quello che era successo.

Cercai un posto per sedermi, avevo le gambe molli e tremule. Ma naturalmente, NON C’ERA alcun posto dove sedermi, a meno di non riposare su un tappeto di schegge di vetro e foglie marce o affidarmi ad un tavolo di ben dubbia solidità.

Avevo intravisto delle scale vicino nell’atrio del palazzo e decisi di andarmi a sedermi lì, finché non mi fossi sentito meglio.

La scala era abbastanza lontano dall’entrata da essere relativamente pulita, a parte la polvere. Tolsi un pezzo di metallo dal muro, con ancora una volta dipinta sopra la frase “ABBANDONATO DA DISNEY” a cui mi ero ormai abituato. Misi il rottame sulle scale e mi ci sedetti sopra per sporcarmi un po’ di meno.

La scala portava verso il basso, sotto il livello stradale. Usando il flash della mia fotocamera come torcia improvvisata, potei vedere che la scalinata terminava con una porta di rete metallica chiusa da un lucchetto. Vi si poteva leggere un cartello… un cartello VERO… con le parole “SOLO MASCOTTE! GRAZIE!”.

Questo mi risollevò un po’ il morale, per due motivi: primo, nella zona riservata alle mascotte ci doveva essere stato sicuramente qualcosa di interessante, in passato; secondo, il lucchetto era ancora intatto. Nessuno era sceso laggiù. Né i vandali, né i saccheggiatori, nessuno.

Questo era l’unico posto che potevo effettivamente “esplorare” e in cui forse potevo trovare qualcosa di interessante da fotografare o portarmi a casa. Ero arrivato al Palazzo con l’idea che se alla fine mi fossi portato qualche ricordino a casa non sarebbe certo stato un problema perché – beh – era roba “abbandonata”.

Non ci volle molto per rompere il lucchetto. O per meglio dire, non ci volle molto per rompere la piastra di metallo sul muro alla quale il lucchetto era stato agganciato. Il tempo e la ruggine avevano fatto la maggior parte del lavoro sporco, e fui in grado di piegare la piastra metallica abbastanza da tirare via le viti dalla parete – una cosa a cui nessun altro evidentemente aveva pensato, o non aveva comunque ancora fatto.

L’area riservata alla mascotte era un cambiamento sorprendente e molto ben accetto rispetto al resto dell’edificio appena esplorato. Prima di tutto, ogni seconda o terza lampada del soffitto era accesa, anche se la sua luce tremava e si affievoliva a caso. Inoltre, nulla era stato rubato o rotto in alcun modo, anche se il tempo e l’abbandono si facevano sicuramente sentire.

I tavoli avevano blocchi per appunti e penne, c’erano orologi… anche un marcatempo sulla parete, completo di cartellini timbrati. Le sedie erano sparse in giro e c’era anche una piccola sala pausa, con un vecchio televisore ancora acceso su un canale statico, cibo marcio e bevande scadute da chissà quando.

Era come trovarsi in uno di quei film post-apocalittici dove tutto è lasciato alla rinfusa durante un’evacuazione.

Mentre camminavo per i corridoi sotterranei, simili ad un labirinto, il luogo si faceva sempre più interessante. Procedendo oltre, vidi che le scrivanie e i tavoli erano stati rovesciati, le carte erano sparse e quasi fuse con il pavimento umido, e un grande tappeto di muffa stava ricoprendo lentamente l’originale color cremisi del pavimento, ormai marcio.

Ogni cosa era viscida e marcia. Tutto ciò che era di legno si disintegrava al tatto divenendo poltiglia, e gli articoli di vestiario appesi a dei ganci in una delle camere si sfaldavano in fili umidi nel tentare di tirarli giù dal gancio.

Una cosa che mi turbava era che la luce era sempre più rada ed inaffidabile mentre mi addentravo nell’umida e soffocante profondità del luogo.

Alla fine raggiunsi una porta a strisce nere e gialle con su scritto “ATTREZZATURE PERSONAGGI 1”.

La porta sembrava fissata. Era probabilmente l’area dove si tenevano i costumi, e non mi sarei fatto scappare l’occasione di scattare una fotografia di quel contorto pasticcio puzzolente. Per quanto mi sforzassi, da qualunque angolo o e qualsiasi cosa facessi, la porta non si smosse di un millimetro.

Almeno finché rinunciai all’impresa e feci per allontanarmi. Fu allora che si udì un leggero schiocco sordo, e la porta si aprì lentamente.

All’interno, la stanza era completamente buia. Nero come la notte. Usai il flash della fotocamera per cercare un interruttore della luce nel muro vicino la porta, ma niente da fare.

Intento nella mia ricerca, persi parte della mia eccitazione iniziale, alquanto infastidito da un forte ronzio elettrico. File e file di lampade in alto si illuminarono all’improvviso, tremolando, spegnendosi e riaccendendosi, come le altre che avevo da poco passato.

Ci volle un secondo affinché i miei occhi si abituassero alla luce, e sembrava che per stesse aumentando tanto da far saltare di lì a poco tutti i neon… ma appena pensai che esse avessero raggiunto quella fase critica, le lampade si affievolirono un po’e si stabilizzarono definitivamente.

La camera era esattamente come avevo immaginato. Vari costumi dei personaggi Disney appesi alle pareti, montati e completi, simili a strani cadaveri da fumetto, impiccati a cappi invisibili.

C’era un intero scaffale di perizomi e vestiti di “nativi” attaccati ai ganci sul retro.

Quello che trovai strano, e che volevo fotografare subito, era un costume di Topolino al centro della stanza. A differenza degli altri, giaceva sulla schiena al centro del pavimento, come la vittima di un omicidio. La pelliccia sul costume era marcia e ammuffita.

Quel che era ancora più strano però, era il colore del costume. Una sorta di negativo fotografico del vero Topolino. Nero dove avrebbe dovuto essere bianco e bianco dove avrebbe dovuto essere nero, con i pantaloni normalmente rossi di colore azzurro.

Guardarlo era scoraggiante, al punto che fino alla fine non ebbi il coraggio di fotografarlo.

Scattai foto dei costumi appesi alle pareti da diverse angolazioni: dall’alto, dal basso, di lato, al fine di mostrare un’intera fila di volti putridi ed immobili, tra i quali alcuni con gli occhi di plastica mancanti.

Poi decisi di allestire una scena per uno scatto. La testa di uno dei costumi marci dei personaggi, poggiata sullo sporco pavimento viscido.

Afferrai allora la testa di Paperino e delicatamente la tolsi dal muro, in modo che non mi si sfaldasse tra le mani.

Mentre guardavo negli occhi quella testa ammuffita, il rumore di qualcosa che si fracassava mi fece sobbalzare.

Guardai giù, ai miei piedi, e tra le mie scarpe c’era un teschio. Era caduto dalla testa della mascotte e si era frantumato in mille pezzi ai miei piedi; solo il volto vuoto e la mascella erano rimasti intatti, rivolti verso l’alto a fissarmi.

Lasciai cadere la testa di Paperino immediatamente, ovviamente, e mi avvicinai alla porta. Mentre ero in piedi sulla soglia, fissai nuovamente il cranio sul pavimento.

Bisognava scattargli una foto, capite? DOVEVO farlo, per una serie di ragioni che possono sembrare stupide, ma solo se non ci si ferma a riflettere.

Avrei avuto bisogno di una prova di quello che era successo, soprattutto se la Disney avesse in qualche modo fatto sparire tutto. Non avevo alcun dubbio in proposito, Disney aveva una RESPONSABILITÀ in tutto questo.

Fu a quel punto che Topolino, quel negativo fotografico, quel Non-Topolino al centro del pavimento, si alzò in piedi.

Dapprima sulle ginocchia, poi ritto, il costume di Topolino… o chi c’era dentro, stava lì al centro della stanza, la sua maschera si rivolse direttamente a me appena mormorai “No…” ancora e ancora e ancora…

Con mani tremanti, il cuore che batteva all’impazzata, e le gambe che ancora una volta si erano trasformate in gelatina, riuscii a sollevare la fotocamera e a puntarla verso la creatura di fronte a me, che semplicemente mi osservava in silenzio.

Lo schermo della fotocamera digitale visualizzava solo pixel morti dove avrebbe dovuto esserci quella cosa. Era una perfetta silhouette del costume di Topolino. Mentre la fotocamera si muoveva fra le mie mani tremule, i pixel morti incominciarono a diffondersi, seguendo la sagoma di Topolino nel suo movimento.

Poi la macchina fotografica si spense. Lo schermo divenne completamente nero e… si fracassò.

Alzai di nuovo gli occhi verso il costume di Topolino.

“Hey”, disse con voce flebile, perversa, ma identica a quella di Topolino, “Vuoi vedere come si stacca la mia testa?”

Cominciò a tirarsi la testa, mettendo le dita goffe rivestite dai guanti intorno al collo, afferrando con movimenti frenetici, come un uomo ferito che cercasse di tirarsi fuori dalle fauci di un predatore…

E mentre si affondava le sue dita nel collo… così tanto sangue…

Così tanto, denso sangue giallo…

Mi voltai sentendo lo strappo nauseante di stoffa e carne… volevo solo mettere più spazio possibile tra me e quella cosa. Sopra la porta della stanza vidi l’ultimo messaggio, inciso nel metallo con le ossa, o con le unghie…

“ABBANDONATO DA DIO”

Non ho mai recuperato le immagini dalla fotocamera. Non ho più scritto del mio viaggio su un blog. Dopo essere uscito da quel luogo, fuggendo per conservare la mia sanità mentale, se non la mia stessa vita, capii perché la Disney voleva che nessuno sapesse di quel posto.

Il motivo non era che non volevano che qualcuno come me entrasse.

Non volevano che qualcosa come quella uscisse.

 

Topolino

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Carl Newton Mahan, 6 anni, assassino

Alcuni emeriti scienziati e professori universitari affermano che molto di ciò che siamo derivi dai nostri geni. Le nostre azioni passate e future potrebbero essere solo un caotico mare di acidi nucleici e poco altro. Così sin dalla nascita siamo destinati a diventare pittori, avvocati, muratori. O come Carl Mahan, 6 anni, assassini.

 

Carl Newton Mahan

 

Paintsville, Kentucky, sonnacchiosa cittadina mineraria degli Stati Uniti. È il 18 maggio 1929, Carl Newton Mahan, 6 anni, è in giro a far nulla col suo amico, Cecil Van Hoosem, 8 anni. Mentre giocano senza un pensiero al mondo, incappano in dei rottami di ferro. Sembra una cosa come tante altre, pezzi di ferro gettati alla rinfusa, ma i due hanno l’idea di venderli al robivecchi del paese per tirarci su qualche moneta, da spendere in caramelle. Magari riescono a farci uscire i soldi anche per un gelato. Ma uno solo. Chissà se è questo che pensa Cecil, quando strappa di mano all’amico la ferraglia e gliela tira sul volto, pronto a scappare col maltolto. Che sia il dolore, l’orgoglio ferito o chissà cos’altro, Carl non ci vede più dalla rabbia. Torna a casa senza dire una parola, imbraccia il fucile a pompa del padre ed urla a Cecil “Ora ti sparo”.

E lo spara sul serio, uccidendolo sul colpo.

Carl viene immediatamente arrestato con l’accusa di omicidio, e processato lo stesso giorno. Il bambino ha il tempo solo di spiegare l’accaduto e sentire cosa ne pensa l’accusa, prima del sonnellino pomeridiano, che lo vede dormire sul banco degli imputati per tutto il resto del processo. Dopo trenta minuti di camera di consiglio, il verdetto è unanime: Carl Newton Mahan, 6 anni, è colpevole di omicidio di primo grado.

Lo attendono 15 anni di riformatorio.

Ma in molti gridano allo scandalo, e che è assolutamente impensabile poter processare un bambino così piccolo, al di là se sia colpevole o meno: dovrebbe essere giudicato dai suoi pari, non dagli adulti. Su questa affermazione, che sia un cavillo burocratico oppure no, Carl si salva pagando $ 500 di cauzione, e viene rimandato a casa come se nulla fosse accaduto.

Se non fosse che nel paesino di Paintsville, in mezzo alla strada, c’è un altro bambino riverso a terra con la faccia spappolata da una scarica di fucile a pompa.

Che abbiano ragione i genetisti oppure no, il destino sembra rifarsi su Carl: il 28 aprile 1958, all’età di 35 anni, viene ritrovato morto nella sua casa di Lousiville. Si è sparato un colpo di rivoltella alla testa.

 

Carl Newton Mahan

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La sindrome dell’happy puppet – La Marionetta Felice

La sindrome dell’happy puppet è una creepypasta pubblicata inizialmente su Creepypasta Wikia dall’utente Error666 il 3 luglio 2012. È ispirata ad una rara malattia genetica realmente esistente, la Sindrome di Angelman, altrimenti detta AS e conosciuta un tempo come Sindrome della Marionetta Felice. Capirete presto il perché di questo grottesco nome.

Buona lettura.

 

Creepy puppet

 

 

La sindrome dell’happy puppet

Pensammo che sarebbe stato semplice. Prendere un paio di cromosomi, scinderli, metterli un po’ qua, un po’ là e, ehi, un perfetto essere umano. Non sono ancora sicuro di cosa sia andato storto. Un errore di calcolo? Di procedura? O forse qualcosa al di là del nostro controllo. Chi lo sa? Noi (alcuni dei miei colleghi psicologi ed io) eravamo affascinati dalle emozioni umane. Rabbia, disperazione, euforia. Era possibile fare in modo che una sola emozione fosse presente nella mente dell’uomo? Che si potesse limitare a uno solo stato di euforia, senza che la tristezza e la rabbia condizionassero i pensieri? In teoria sì.

Non vi descriverò in dettaglio le procedure del nostro esperimento, perché non vorrei che voi lo ripeteste, e perché temo che impazzirei al solo pensiero di ricordarmele una ad una. Le terribili azioni che abbiamo commesso, si intende. Eravamo ambiziosi, nel pieno della giovinezza, niente avrebbe potuto fermarci e nessuno ci avrebbe potuto dire che stavamo sbagliando. Tutto ciò che dirò è che abbiamo tenuto da parte alcune cellule staminali, per poi farle diventare feti e modificarli geneticamente. L’esperimento fu ribattezzato “Progetto Angelman” e l’obbiettivo era quello di creare un essere che provasse solo felicità. Ma qualcosa andò storto, terribilmente storto.

La prima metà delle cavie sottoposte al test morì inaspettatamente, senza sintomi o cause evidenti, mentre la seconda nacque orribilmente deforme. Solo tre sembravano essere sani. Perfetto, pensammo. Un umano con una mentalità diversa rispetto a qualsiasi altra, grazie alla presenza del solo stato euforico.

Erano perfettamente normali, fino ai diciotto mesi. A quel punto, infatti, apparirono i primi sintomi. Mancanza di equilibrio, problemi nel dormire e nel mangiare ed una bassa reattività. Eravamo nel panico, ma esternamente ci dimostrammo ugualmente calmi e procedemmo con il progetto.

Avremmo dovuta chiuderla lì. Avremmo dovuto prendere quelle dannate cavie e farle sopprimere, bruciarle e chiuderle nel laboratorio. Ma continuammo. E le cose non fecero che peggiorare. I movimenti dei soggetti diventarono man mano sempre più sporadici e non riuscivano ancora a pronunciare una sola parola. Malgrado ciò, potevano lo stesso ridere, e lo facevano spesso. Troppo spesso. Non era una risata felice, ma una silenziosa, quasi nervosa e praticamente continua. Non importava quanta sofferenza venisse inflitta ai soggetti, questi infatti a malapena ci osservavano e ridevano, come se ci stessero prendendo in giro, dimostrandoci che i tentativi di fargli provare dolore fossero del tutto inutili.

Ci aspettavamo che i soggetti riuscissero ad apprendere più velocemente rispetto alle persone normali, accadde invece il contrario. Il loro sviluppo mentale subì invece forti ritardi e non riuscivano a prestare attenzione a qualcosa per più di qualche minuto, prima di scoppiare in una risata. Ma continuammo, sperando che tutti questi sintomi si sarebbero attenuati man mano che i bambini crescevano. Demmo un nome all’insieme di questi sintomi: sindrome dell’happy puppet (o “della marionetta felice”), poiché, a causa dei loro movimenti apparentemente non controllati, i bambini sembravano quasi pupazzi sorretti da fili.

Dopo cinque anni spesi nella realizzazione del progetto, ci rendemmo conto che non c’era alcuna speranza. Non riuscivamo più a sopportare le incessanti risate di questi bambini; come se loro sapessero qualcosa che noi non sapevamo, come se solo loro avessero sentito una sorta di barzelletta. Guardare un bambino e vedere questo contorcersi e ridere in maniera così eccessiva era veramente inquietante. Due dei miei colleghi ci avevano già rinunciato, perché non riuscivano più a reggere tutto ciò. Non ebbi più notizie di loro, in seguito; è però probabile che siano ormai morti.

I bambini non parlarono mai nell’arco dei cinque anni. Ridevano soltanto, con la loro maledetta risata.

Andammo per dar loro la colazione e ci fissarono con i loro enormi occhi, contorcendosi, ridacchiando e non dicendo niente. Lasciammo il pasto di fronte a loro e uscimmo. Il cibo era cosparso di tossine che li avrebbero uccisi silenziosamente e in maniera indolore. Faceva male dover compiere quest’azione, ma andava fatta. Ad ogni modo, non fu così semplice.

Nel momento in cui uno dei miei amici posizionò davanti ad uno di essi il vassoio col cibo, le risate cessarono. Il ragazzo guardò me ed il mio collega, il suo sguardo divenne improvvisamente cupo, maledettamente serio, e la risata era ormai sparita.

Continuarono a fissarlo e ad avere spasmi, per un po’. Il mio amico era in stato di shock e non riusciva a muoversi. I miei colleghi ed io restammo con la penna in mano ed il blocco appunti nell’altra, pronti a prender nota. Improvvisamente, il mio amico cadde sulle ginocchia, afferrando la propria testa con le mani e urlando furiosamente. Sembrava soffrire terribilmente. I miei colleghi e io eravamo sorpresi da ciò che stava accadendo, ma non potevamo farci nulla, se non rimanere seduti e assistervi. Il mio amico collassò sul pavimento, imprecando. Dopo alcuni spasmi, i suoi muscoli si rilassarono.

Cercai di controllare i conati, cosa che alcuni miei colleghi non riuscirono a fare altrettanto efficacemente.

Qualcosa in tutto ciò non era normale. Una presenza maligna sembrava sovrastarci. Sigillammo immediatamente l’ingresso.

Il ragazzo si fermò, osservò la porta e rise. Cadde a terra, contraendosi e rotolando mentre rideva pazzamente.

Gli altri due fecero lo stesso. Dopo alcuni minuti, il raptus cessò e si alzarono in piedi, ancora in preda a convulsioni e ridacchiando.

Le luci si spensero improvvisamente, sentii vetri infrangersi ed urla. La parte più spaventosa di tutte erano gli inquietanti sussurri alternati alle silenziose risate. Quando le luci tornarono, le cavie erano sparite. Due dei miei colleghi erano stesi di fianco a me, in stato d’incoscienza, i loro corpi erano posti in strane posizioni, con un filo di sangue che scorreva dalle loro bocche socchiuse. A primo impatto sembravano essere morti. Non mostravano segni di vita ma, chinandomi, potei sentirli ridere, debolmente. Mi avvicinai per esaminare le condizioni del mio amico. Niente battito, non respirava, ma continuava ugualmente a ridere silenziosamente.

Malgrado i soggetti fossero scomparsi, tuttavia avevo la sensazione che qualcuno mi stesse guardando, qualcuno che era appena fuori dal mio campo visivo, ma che non sarei mai stato in grado di vedere.

Io e un altro collega chiudemmo tutto immediatamente.

Prima di andarcene definitivamente, distruggemmo le nostre ricerche e sigillammo il laboratorio. Ho perso i contatti con gli altri colleghi, suppongo che siano morti.

Continuo a sentirmi come osservato. Riesco ancora a sentire le risate, i sussurri nei miei sogni e talvolta anche quando sono sveglio. Quando ciò accade corro, fuggendo di casa. Non riesco a stare nello stesso posto per più di pochi giorni, a causa di queste presenze.

Si è diffuso. In altri bambini sono stati individuati sintomi simili. Non ho idea di come abbia fatto a diffondersi, non dovrebbe essere qualcosa di contagioso. Qualcuno da qualche parte scrisse qualcosa riguardo alla disfunzione del quindicesimo cromosoma e questo riuscì a conservare la serenità della gente e a tenerla all’oscuro, per ora. La malattia fu chiamata “sindrome di Angelman”. Finora i nuovi nati non hanno dimostrato d’essere pericolosi. Ma so che, da qualche parte, si aggirano ancora le cavie originali. So che stanno venendo da me. So che mi troveranno, e lo accetto. Questo è ciò che mi merito per aver cercato di andare contro natura. Lascio questa lettera come monito. Stanno venedo anche per te. Stanno venendo per tutti noi. Se mai dovessi sentire sussurrare, ridere appena, corri. Se mai ti sentissi come se qualcosa stesse al di fuori del tuo campo visivo, senza che tu però riesca a guardarlo effettivamente, corri.

In aggiunta, vorrei metterti in guardia anche d’altro.

Uno: non manomettete ciò che non ti appartiene.

Due: persino gli angeli possono essere demoni sotto copertura.

E tre: non venitemi a cercare. Consideratemi già morto.


Il precedente manoscritto è stato ritrovato in un laboratorio nascosto e abbandonato, situato in una vasta foresta dell’Alaska. Il laboratorio era costituito da una camera d’osservazione e da una stanza di contenimento. L’ultima era stata sigillata, e l’intero laboratorio presentava i segni lasciati da un incendio. Tracce di sangue sono state ritrovate all’apertura della stanza di contenimento e una finestra era ridotta in frantumi. Il preciso scopo di questo laboratorio rimane tuttora sconosciuto.

 

Marionette applaudono

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Il Ku Klux Klan – Cos’è, la storia, il credo e l’organizzazione

Simbolo stesso dell’odio razziale, il Ku Klux Klan è una delle più antiche organizzazioni segrete che lotta per la supremazia della razza bianca ed il nazionalismo estremo. Le loro vesti bianche, macchiate del sangue degli uomini di colore, hanno infestato per secoli le campagne statunitensi, fino ai giorni nostri.

Ma cos’è realmente il Ku Klux Klan?

 

Bandiera del Klu Klux Klan

 

Il Ku Klux Klan è stato creato per rigenerare il nostro sventurato Paese e per riscattare la razza bianca dall’umiliante condizione in cui è stata recentemente precipitata dalla nuova repubblica. Il nostro principale e fondamentale obiettivo consiste nel mantenimento della supremazia della razza bianca in questo Paese. – Incipit del credo del Ku Klux Klan

Il Ku Klux Klan (anche chiamato KKK o Klan) viene fondato a Pulaski (USA) la vigilia di Natale del 1865, da sei reduci dell’esercito della Confederazione da pochi mesi uscito sconfitto dalla Guerra di Secessione. Le parole Ku Klux derivano probabilmente dal greco kuklos (κύκλος), che significa cerchio. Basati su una visione distorta del Protestantesimo, i principi del Klan si possono riassumere in un estratto del libro Red Summer – L’estate del 1919 e l’ascesa dell’America Nera di Cameron McWirther, giornalista del Wall Street Journal.

[L’obiettivo del Ku Klux Klan è] Difendere la santità della casa e la castità della femminilità; mantenere la supremazia bianca; insegnare e fedelmente infondere una più alta filosofia spirituale attraverso un ritualismo esaltato; ed attraverso una devozione attiva conservare, proteggere e mantenere intatte le peculiari istituzioni, i diritti, i privilegi, i principi e gli ideali del puro Americanismo. – Cameron McWirther

Sebbene inizialmente le attività del gruppo passino praticamente inosservate, in pochi mesi molte associazioni con ideali simili si formano nel sud degli Stati Uniti. Il KKK diventa lentamente un movimento di ricostruzione, i cui ideali di supremazia bianca vengono espressi con feroci atti di violenza, inclusi omicidi e stupri, che porteranno l’organizzazione a macchiarsi più avanti anche di atti di terrorismo. Un congresso del 1867 a Nashville (USA), presieduto dal generale confederato Nathan Bedford Forrest (talentuoso stratega e criminale di guerra), fa conoscere il KKK al grande pubblico, ed un numero impressionante di nuovi adepti si accalca ogni giorno dinanzi alle sedi dell’associazione. Già in questo periodo il Klan indossa le tipiche tuniche bianche che l’hanno reso tristemente famoso.

Questa [il Ku Klux Klan] è una cosa buona. Una cosa dannatamente buona. Possiamo impiegarla per mantenere i negri al loro posto. – Nathan Bedford Forrest

Il KKK, sotto il Grande Mago Forrest, dichiara i suoi obiettivi: aiutare economicamente le vedove e gli orfani di guerra dei Confederati, contrastare gli ideali Federali, opporsi all’estensione del voto alle persone di colore. Se il KKK vuole davvero mantenere il sud degli USA come pochi anni prima, l’unica cosa da fare è entrare in politica. Quando i Federali abbandonano il sud, i Confederati riottengono il potere: benché non possano reintegrare le leggi che consentono la schiavitù, sono in grado di crearne ad hoc per limitare la libertà dei neri. Il clima di tensione che si viene a creare genera scontri che spesso terminano nel sangue, che porteranno Forrest, preoccupato della piega violenta che sta prendendo l’associazione, a scioglierla ufficialmente nel 1869. Questa decisione pone fine al primo Ku Klux Klan.

Le idee, sopratutto quando sono pessime, prima o poi tornano a farsi sentire.

 

Klu Klux Klan

 

Il Giorno del ringraziamento (25 novembre) 1915 viene fondato ad Atlanta (USA) il secondo Ku Klux Klan dal colonnello William Joseph “Doc” Simmons, ex professore della Chiesa Metodista Episcopale. Parallelamente a quanto succede in Germania (e quanto avverrà meno di trenta anni dopo) nella popolazione bianca degli USA è crescente il malcontento legato ai problemi economici che incombono sul Paese. Banchieri ebrei, neri, mendicanti e rom sono accusati della crisi economica. Simmons, folgorato dal film La nascita di una nazione di David Llewelyn Wark Griffith decide così di agire, ma in maniera più imprenditoriale rispetto al primo KKK: la confraternita avvia le attività nel 1921, e sin da subito i guadagni sono notevoli. I ricavi vengono reinvestiti, tra le altre cose, nell’ingaggio di reclutatori a tempo pieno, che hanno l’incarico di diffondere il verbo del KKK ed aumentare il numero di iscritti. Facendo leva sul già citato malcontento nazionale e sugli ideali patriottici degli statunitensi, il Klan raggiunge nel 1925 circa quattro milioni e mezzo di confratelli attivi su tutto il territorio americano. Fittamente inserita nella politica, la società governa segretamente molti stati degli USA, attraverso personalità di spicco di entrambi i partiti. Questo regime ombra crolla pochi anni dopo, a seguito dell’omicidio di Madge Augustine Oberholtzer, una maestra stuprata ed uccisa dal Gran Dragone dell’Indiana David Curtiss “Steve” Stephenson. L’assassinio, di una brutalità innata, porta l’opinione pubblica a riflettere sulle reali intenzioni del Klan: stroncate dagli scandali che seguono il processo, centinaia di migliaia di membri lasciano la confraternita, minandola dalla fondamenta. Alla fine degli anni ’30 si contano poche migliaia di membri, attivi sopratutto (circa 25.000) nella Legione Nera dell’Ohio guidata da William Shepard. Dedita all’omicidio di socialisti e comunisti e vestita di nero in ricordo dei pirati e delle camicie nere fasciste, la Legione Nera getta il Midwest degli USA nel terrore, fino all’omicidio di Charles Poole. Poole, impiegato della Works Progress Administration, viene rapito ed ucciso da dodici membri della legione, che verranno in seguito processati e condannati. La sentenza porta allo scioglimento ufficiale delle Legione Nera.

Una società segreta che pratica omicidi rituali, conosciuta come Legione Nera, è stata scoperta a Detroit. Alcuni membri sono implicati in un omicidio. La polizia crede si tratti di una divisione del Ku Klux Klan, che non presenta più di 10.000 adepti. I suoi principi sono la lotta ai negri, ai cattolici ed agli ebrei. – The Sydney Morning Herald, 25 maggio 1936

Con lo scandalo legato alla Legione Nera il Ku Klux Klan, che sta già affrontando un periodo di forte crisi, riceve il colpo di grazia: il Klan si scioglie nel 1944.

 

La nascita di una nazione

 

Negli anni ’50 e ’60 numerose associazioni locali vengono battezzate Ku Klux Klan, rifacendosi agli ideali violenti del primo Klan. Attivo sopratutto a Birmingham, USA, il nuovo KKK contrasta ferocemente la politica razziale permissiva dello stato dell’Alabama, sfociando in un numero impressionante di episodi violenti: i membri prendono di mira le case (circa 40) delle famiglie di colore facendole saltare in aria con l’esplosivo. Per comprendere l’entità dell’evento, basta pensare che in quegli anni Birmingham riceve dalla stampa il soprannome Bombingham. Il 21 marzo 1981 due membri del Klan uccidono l’afroamericano Michael Donald, impiccandolo ad un albero di Mobile (USA). La sentenza è di morte per uno degli assassini ed il carcere a vita per l’altro, più il pagamento di 7.000.000 di dollari da parte del KKK. Stroncato dal debito contratto, il Klan cade in bancarotta.

Attualmente nel mondo esistono circa 150 cellule del Ku Klux Klan, per un totale di 15.000 membri.

 

Klu Klux Klan

 

Il KKK, oggi come all’alba della sua era, si è sempre coperto di un alone di mistero, frutto della fusione di logotipi come i cavalieri teutonici e la Massoneria e altri derivati da una struttura originariamente di stile militaresco. Ecco i ranghi del secondo e terzo Klan, in ordine discente di importanza.

  • Mago Imperiale: capo supremo del Klan.
  • Klonsel Imperiale: avvocato supremo.
  • Kleagle Imperiale: direttore, riceve tutte le notizie dei Grandi Goblin.
  • Grande Goblin: capo di un Dominion, un’area che comprende più Stati.
  • Kleagle Re: capo di un Reame, che corrisponde ad uno Stato.
  • Kleagle: capo di un territorio sottoposto ad un Reame.
  • Ciclope Esaltato: capo di un Klavern, una sede locale.
  • Terrori: ufficiali dei Ciclopi Esaltati, attivi in un Klavern. Di seguito elencati.
    • Klaliff – vicepresidente.
    • Klokard – docente.
    • Kludd – cappellano.
    • Kligrapp – segretario.
    • Klabee – tesoriere.
    • Kladd – maestro cerimoniere.
    • Klarogo – guardia interna.
    • Klexter – guardia esterna.
    • Klokan – capo del Klokann Board, gli affari interni.
    • Nottambulo – reclutatore.

 

Klu Klux Klan

 

Articolo basato su una domanda inviata da Agostino C.


Hai anche tu una domanda a cui non sai dare risposta? Inviacela e potresti vederla pubblicata sul sito!

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Sensabaugh Tunnel

Nel mondo esistono molti luoghi che spaventano gli incauti viaggiatori, e tra questi merita certamente una menzione il tunnel di Sensabaugh. Omicidi, riti satanici ed apparizioni spettrali sono solo alcuni degli eventi descritti da centinaia di internauti che hanno osato avvicinarvisi. Sensabaugh Tunnel è un luogo fuori dal mondo, in cui le automobili si spengono di colpo, e risuona agghiacciante l’urlo di una donna intrappolata nel buio per l’eternità.

 

 

A ridosso della Big Elm Road di Kingsport, USA, Sensabaugh Tunnel si staglia poco distante da una grande costruzione chiamata Rotherwood Mansion. Costruito intorno al 1920, ad oggi è solo lo spettro della solida costruzione che fu: le mura interne sono imbrattate da una moltitudine di graffiti, ed il cemento è crepato in molti punti. Il tunnel non appartiene ad un’arteria cittadina importante, così solo gli abitanti del luogo lo attraversano. Anche perché, diversi anni fa, nel suo freddo abbraccio ha avuto luogo un omicidio.

Girano molte storie sulla vera natura del delitto. Ed in ognuna c’è un bambino. La più famosa è quella che segue.

Un senzatetto, sfiancato dalla fame e dalla fatica, chiede asilo bussando alla porta della famiglia Sensabaugh, che abita nella zona del tunnel. I Sensabaugh sono persone dal cuore gentile, ed accolgono in casa il poveretto, offrendogli cibo ed un letto caldo dove passare la notte. L’uomo, però, non si accontenta, e nottetempo cerca di rubare dei preziosi gioielli che appartengono alla proprietaria. Il signor Edward Sensabaugh, svegliatosi di soprassalto, afferra la sua pistola e la punta contro il malvivente, che lesto afferra dalla culla il bambino appena nato della coppia. Col cuore in gola, Edward non può far altro che lasciar scappar via il ladro, che usa il figlio come scudo umano. Il senzatetto, al sicuro nel tunnel, abbandona il bambino nel torrente che scorre lungo la struttura, condannandolo a morte certa, e si dilegua nella nebbia.

Altre versioni della storia narrano che i Sensabaugh vivono beati vicino al tunnel, finché un giorno Edward, in un raptus di follia, stermina la famiglia e ne getta i corpi nel torrente. Un’ultima versione racconta di una ragazza incinta rapita ed uccisa nel tunnel.

Si dice che il bambino morto infesti il tunnel, e che spaventi ancora oggi le coppiette che cercano un posto sicuro in cui appartarsi. In molti giurano di aver intravisto il signor Sensabaugh avvicinarsi con passi pesanti nello specchietto retrovisore delle proprie auto. Nessuno si è fermato ad aspettarlo.

Negli anni si sono avvicendati molti avventurieri pronti a sfidare i fantasmi del Sensabaugh Tunnel. Tra questi, gli esperti della Southern States Paranormal Research Society hanno concluso che l’attività paranormale è pressoché nulla. In aggiunta a ciò, hanno avanzato una curiosa ipotesi riguardo i suoni agghiaccianti provenienti dalla struttura: negli anni ’40 Edward Sensabaugh è il legittimo proprietario del tunnel, che viene puntualmente imbrattato dagli adolescenti del circondario. Ora, stando a quanto spiega la SSPRS, Edward è un ottimo imitatore di animali, e si nasconde alla fine del tunnel intonando litanie ferali per far fuggire i fastidiosi ospiti dalla sua proprietà. Negli anni le storie di animali spaventosi si sarebbero succedute, portando la gente a credere più al fantasma di un bambino morto che ad un semplice padrone di casa in vena di scherzi.

A sostegno della falsità del mito del Sensabaugh Tunnel ci sono anche numerose testimonianze di persone che abitano nei suoi pressi, e che vi transitano praticamente ogni giorno.

Vivo a Kingsport, Tennessee, a cinque minuti dal Tunnel. Non è mai successo niente. Io ed i miei amici ci siamo passati forse un migliaio di volte e non è mai accaduto niente di insolito. Mi sarebbe piaciuto, ma sfortunatamente non è successo. – orthotricycle

Ma se è tutto falso, come spiegare la moltitudine di autisti terrorizzati che scappano via dal tunnel in preda al panico? Autosuggestione, probabilmente.

Probabilmente.

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Polybius

Polybius è un videogioco arcade protagonista di quella che è forse una leggenda metropolitana, capace di provocare incubi, tremori, epilessie e persino perdita di memorie agli incauti giocatori che si avventurano tra i suoi livelli.

Il gioco viene rilasciato nel 1981 e spopola letteralmente nelle sale giochi degli Stati Uniti: ogni giorno centinaia di ragazzi fanno a gara per garantirsi un posto davanti allo schermo del cabinato, e non è raro trovare i più accaniti di questi in mezzo a vere e proprie risse per vedere i propri spiccioli mangiati dal videogame. La storia racconta che il cabinato fa la sua prima apparizione a Portland, Oregon, USA, dove diviene ben presto celebre tra i giovani del luogo. Il gioco è molto divertente, col suo ritmo veloce e frenetico. Ogni tanto la lunga coda di ragazzi in attesa davanti allo schermo viene spezzata dall’arrivo di strani uomini in nero, che armeggiano con la macchina nell’intento di collezionare alcuni dati, forse per verificare gli effetti eccitatori del titolo. Amnesia, insonnia, stress, incubi notturni e forti cefalee sono solo alcuni dei sintomi dichiarati da chi ha provato il gioco almeno una volta, simili agli effetti di un’astinenza prolungata da droghe. Nelle schermate iniziali, inoltre, è possibile inserire un codice d’accesso, 35 34 31 54 12 24 45 43, che permette l’accesso a funzioni speciali in grado di provocare forti reazioni nei giocatori. Circa un mese dopo l’installazione, tutti i cabinati presenti saranno smantellati, senza lasciare alcuna traccia.

La prima fonte documentata di Polybius viene pubblicata dal sito Coinop.org il 3 agosto 1998, in cui il gioco viene descritto così:

È strano a guardarsi, sembra qualcosa di astratto, con un’azione frenetica e qualche sezione puzzle.

Nel 2011 un anonimo giura di aver riconosciuto un cabinato di Polybius “dal nome sulla fiancata di qualcosa che assomiglia ad un vecchio gioco di Pac-Man” in un magazzino nei pressi d Newport, Oregon, USA.

Attualmente sono in pochi a credere all’esistenza di Polybius, ma qualcuno sussurra sottovoce che si sia trattato di un esperimento di condizionamento mentale del governo degli Stati Uniti, pronto a raccogliere dati in previsione di un nuovo conflitto mondiale. La verità che si nasconde dietro la scritta all’inizio del gioco “(C) 1981 Sinneslöschen Inc” resta tuttora un mistero.

Insert coin.

 

 

Non esistono versioni ufficiali di Polybius in giro, ma è possibile comunque provare il gioco riprodotto da alcuni amatori sulla base delle dichiarazioni fatte da chi ha provato sulla propria pelle quello originale. Il sito di riferimento è quello di Sinnesloschen.

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I cinque bambini scomparsi della famiglia Sodder

Quanto dolore può sopportare una madre? Una madre che fino all’istante della sua morte non saprà mai la fine che hanno fatto i suoi figli. Questa è la storia della famiglia Sodder, e dei loro bambini misteriosamente scomparsi nel nulla durante un incendio.

Siamo a Fayetteville, una cittadina del West Virginia, USA, la notte della vigilia di Natale 1945. I Sodder sono una famiglia numerosa, di origini italiane, composta da George e Jennie ed i loro dieci figli, che vanno dai 3 ai 23 anni. Una grande famiglia organizzatissima, così composta:

  • papà George, trasportatore di carbone impiegato nelle miniere vicino Fayetteville
  • mamma Jennie, instancabile massaia
  • Joe, arruolato nell’esercito e non ancora tornato a casa
  • John, 23 anni, minatore
  • Marian, 17 anni, commessa
  • George Jr, 16 anni, minatore
  • Maurice, 14 anni
  • Martha, 12 anni
  • Louis, 9 anni (ne compirà 10 a Natale)
  • Jennie, 8 anni
  • Betty, 5 anni
  • Sylvia, 3 anni

In casa si respira aria di Natale, ma lì fuori è un brutto mondo, appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, che ha lasciato dietro di sé una lunga scia di morte e devastazione. Non a Fayetteville, dove le miniere di carbone non si sono mai fermate, e hanno garantito alla popolazione della cittadina americana di sopravvivere più o meno indenne al progressivo imbrutirsi del conflitto. Certo, si tratta pur sempre di un lavoro massacrante, sottopagato, col rischio di morire come topi ogni giorno, ma è comunque un lavoro che George, con i due figli John e George Jr, esegue con perizia e dedizione.

Arriva finalmente la sera, e mentre il padre ed i figli maggiori non vorrebbero fare altro che buttarsi a letto, Marian ha portato ai fratellini un bel po’ di giocattoli, che ovviamente i piccoli Sodder accettano con grande entusiasmo. Alla fine mamma Jennie arriva ad un compresso: i bambini potranno restare alzati fino a tardi solo se poi metteranno tutto in ordine. Distrutti dai giochi finalmente anche loro si appisolano, e tutti possono andare a dormire, gettandosi lentamente tra le braccia di Morfeo.

Finché non squilla il telefono.

Poco dopo mezzanotte il telefono al pianterreno squilla febbrilmente. La signora Sodder scende a rispondere, e dall’altro capo del filo c’è una donna che chiede di un uomo che Jennie non conosce. Resta un po’ allibita, e spiega alla donna che probabilmente ha sbagliato numero. Per tutta risposta, dal telefono arriva una risata agghiacciante. Poi tutto tace. Solo uno stupido scherzo, pensa Jennie, e se ne torna a dormire.

Mentre fa per risalire, però, si accorge che le imposte non sono chiuse, e attraverso di esse nota che la luce all’ingresso è ancora accesa. Anche la porta non è chiusa a chiave. Va bene, è stata una giornata movimentata, probabilmente i bambini non hanno rimesso proprio tutto in ordine, ma è una cosa da niente. Imposte chiuse, luce spenta, porta sigillata, finalmente la signora Sodder può andarsene a letto serena. Poi, un rumore secco sul tetto.

Sembra come se qualcosa abbia colpito in pieno il tetto della casa e fosse rotolato giù, come se un uccello, un grosso uccello, ci sia sbattuto contro e fosse svenuto cadendo di sotto. Jennie resta qualche secondo immobile, con i sensi all’erta, ma non succede niente. Sarà stato di certo un brutto tiro del sonno che avanza, meglio tornarsene a dormire. Non è passato molto tempo, l’orologio segna 01:30, e la signora Sodder si risveglia di soprassalto. Sente un odore forte, pungente, acre, come qualcosa di bruciato.

La casa sta andando a fuoco.

Jennie sveglia il marito ed insieme radunano in fretta e furia i figli. John e George Jr sono i primi ad uscire fuori, seguiti da Marian con la piccola Sylvia in braccio, ed infine i genitori. George si rende subito conto che mancano all’appello cinque bambini, e le fiamme stanno divorando velocemente la casa.

Bisogna fare qualcosa, e farla in fretta.

George tenta di rientrare in casa, ma la porta principale è lambita dalle fiamme. Allora spacca un vetro al pian terreno, ferendosi al braccio, ma al di là del fumo tutto è in preda al fuoco, e non è possibile passarci attraverso. Prova a liberare la porta gettandoci sopra un barile d’acqua piovana, ma il freddo dell’inverno ha congelato tutto, rendendo ogni suo sforzo inutile. Il tempo scorre inesorabile. Il signor Sodder si ricorda di avere una scala lì vicino, e potrebbe usarla per salire direttamente al primo piano. Solo che la scala non c’è, è sparita nel nulla. Si aggrappa con tutte le sue forze ad un disperato tentativo di scalare la casa a mani nude, ma inutilmente. C’è ancora una cosa che potrebbe tentare: usare il camion che usa per il trasporto del carbone come base d’appoggio, ma la temperatura è troppo rigida, ed il furgone non ne vuole sapere di partire.

Marian intanto corre dai vicini per chiamare i vigili del fuoco, ma i pompieri hanno difficoltà a capire dove si trova la loro casa. Arrivano alle 08:00 del mattino, ma la casa si è sbriciolata tra le fiamme in meno di 45 minuti. Non c’è più niente da fare.

La polizia arriva sul luogo dell’incendio, ed in due ore conclude che sia stato scatenato da un corto circuito. George però non accetta questa ipotesi, perché l’impianto è stato rimesso a nuovo da poco, e quando le fiamme hanno cominciato a divampare le luci in casa erano ancora accese. Il filo del telefono, poi, è stato reciso di netto, per evitare di chiamare i soccorsi. Ma com’è possibile, se solo un’ora prima dell’incendio la signora Sodder ha risposto ad una telefonata?

I misteri, purtroppo, non si estinguono con l’incendio: i corpi dei cinque piccoli Sodder non si trovano da nessuna parte. Non possono essersi salvati, è impossibile. Ma se sono morti tra le fiamme i loro corpi dovrebbero essere lì, o almeno quello che ne resta. Invece niente, svaniti nel nulla.

La polizia non si occupa granché del caso, ed i bambini vengono dichiarati ufficialmente morti.

 

 

George e Jennie non credono alla storia dei corpi distrutti completamente dalle fiamme, e tentano di tutto per portare alla luce la realtà. Poco tempo dopo, un’altra casa vicino a quella dei Sodder va a fuoco, e tra le macerie vengono rinvenuti sette scheletri: per Jennie è la prova che sia impossibile che i loro bambini siano davvero morti nell’incendio.

Nel 1949 George, con una squadra di volontari, setaccia la sua proprietà palmo a palmo, rinvenendo pezzi di ossa umane ed organi. Analizzati in laboratorio, gli organi vengono etichettati come semplici fegati di manzo, gettati intorno alla casa dei Sodder per gettare discredito sulla polizia locale. Le ossa, invece, appartengono alle vertebre e a due piccoli pezzi della mano di un bambino. Un esperto afferma che potrebbero appartenere ad un individuo di 14 o 15 anni, più o meno dell’età di Maurice. Anni dopo un altro esperto forense dichiarerà che le ossa non presentano segni di bruciature ed appartengono ad un individuo tra i 16 ed i 22 anni. Probabilmente sono state sottratte dal vicino cimitero e nascoste nel terreno dei Sodder, ma non ci sono spiegazioni per un simile gesto.

Nel 1951 i Sodder comprano un enorme cartellone alle porte della città con le foto dei loro bambini scomparsi, offrendo un premio in denaro di $ 5.000 (una cifra davvero ragguardevole per l’epoca) per chiunque sia in grado di svelare il mistero. Qualche anno dopo, non ricevendo risposte utili alle indagini, il premio verrà alzato a $ 10.000, anche stavolta senza nessun riscontro.

 

Sodder

 

Avvistamenti

Un autista di autobus dichiara di aver visto nei pressi della casa dei Sodder delle palle di fuoco poco prima che l’incendio avvampasse. Le sue dichiarazioni verranno sostenute dal ritrovamento, la primavera successiva, di un piccolo guscio verde simile a quello utilizzato per la costruzione delle bombe al napalm.

Una donna giura di aver visto i cinque bambini scomparsi in un’auto che si allontanava dal luogo dell’incendio, mentre questo era in corso.

La proprietaria di un bar segnala di aver visto i piccoli Sodder la mattina dopo la loro scomparsa, nel suo locale a 50 miglia ad ovest di Fayetteville. I bambini, dopo aver fatto colazione, sarebbero saliti su un’auto con una targa della Florida.

Una donna dichiara di aver visto quattro dei cinque bambini nel suo hotel di Charleston, in South Carolina. Erano accompagnati da due uomini e due donne che le negano ferocemente di parlare con i piccoli. Il gruppo parlava in italiano e si fermò solo per la notte.

 

Sospetti

Uno strano individuo viene fermato per aver rubato la scala dal garage e probabilmente, con l’intenzione di tagliare i fili dell’elettricità per non farsi scoprire, ha tagliato per sbaglio i fili del telefono. La scala viene rinvenuta poco distante dalla casa dei Sodder, lungo l’argine di un fiume. L’uomo non verrà mai indagato, se non per furto. Nessuno verrà mai indagato di niente.

 

Teorie

La teoria più accreditata è che si sia trattato di un rapimento. In molti credono che a Fayetteville vi sia una vera e propria tratta dei bambini, sulla quale la polizia locale corrotta chiude un occhio. Un paio di mesi prima dell’incendio, un uomo di Fayetteville si presenta dai Sodder per vendergli una polizza sulla vita. Al rifiuto della coppia, l’individuo li mette in guardia: se non firmano la loro casa verrà data alle fiamme ed i loro bambini scompariranno nel nulla. Lo stesso uomo farà parte della commissione che dichiarerà l’incendio accidentale.

Alcuni investigatori fanno notare che il signor Sodder è attivo nel trasporto del carbone, un business che da sempre fa gola alla mafia. Molti pensano che sia stata la mafia a rapire i bambini e a trasferirli in Sicilia. Il cognome originale dei Sodder è in realtà l’italiano Soddu, presente sopratutto in Sardegna, ed una famiglia con lo stesso cognome abita a Cinisi, in provincia di Palermo, in Italia.

C’è la possibilità che i bambini siano realmente periti nell’incendio, ma è praticamente impossibile che il fuoco li abbia divorati completamente in meno di un’ora.

 

Il caso Louis Sodder

Nel 1967 un detective scrive un articolo sulla storia dei Sodder. Qualche mese dopo George e Jennie ricevono una foto nella loro cassetta postale: da un lato c’è il volto di un giovane, dalla fisionomia siciliana, e sul retro un messaggio scritto a mano.

Louis Sodder. I love brother Frankie. Ilil Boys. A90135

Probabilmente si tratta di uno scherzo di pessimo gusto, ma mamma e papà Sodder credono fermamente che quello ritratto nella foto sia davvero il loro piccolo Louis, oramai cresciuto. Viene assunto un investigatore privato che cerca di trovare l’origine della foto, ma di lui si perderanno le tracce. Un altro mistero che si va ad aggiungere a questa inquietante storia. Ad oggi l’identità dell’uomo nella foto è sconosciuta, così come il significato della frase. L’unico indizio è quel codice, 90135, che corrisponde al Codice di Avviamento Postale di Palermo, in Italia.

 

Louis Sodder

 

Il mistero rimane

George Sodder muore nel 1969, mentre la moglie Jennie si spegne nel 1989, senza conoscere la verità dietro la scomparsa dei loro figli. Cinque bambini sono scomparsi nel nulla, forse con il silenzio della polizia comprato dalla mafia. Un altro mistero che probabilmente non avrà mai una soluzione. Ad imperitura memoria della tragedia che ha colpito la famiglia Sodder, è stata innalzata una grande lapide, su cui troneggiano a chiare lettere le ultime volontà di George e Jennie.

DOPO TRENT’ANNI NON È TROPPO TARDI PER INVESTIGARE

La vigilia di Natale del 1945 la nostra casa è stata distrutta da un incendio e cinque dei nostri figli, dai 5 ai 14 anni, sono stati rapiti. Gli ufficiali di polizia hanno imputato le fiamme ad un corto circuito, anche se le luci erano ancora accese dopo che l’incendio era divampato.

L’inchiesta ufficiale afferma che i bambini sono morti tra le fiamme anche se le ossa o altri resti non sono mai state ritrovati e non c’era odore di carne bruciata né durante né dopo l’incendio.

In che modo gli agenti di polizia erano coinvolti? Cosa li ha spinti a farci soffrire questa ingiustizia per tutti questi anni? Per quale motivo non ci rivelano la verità e ci costringono ad accettare queste menzogne?

* La sesta foto ci è stata inviata nel 1967, e mostra Louis che ora si trova in un’altra nazione.

 

Quale è stato il destino dei cinque bambini della famiglia Sodder?

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Il mostro di Montauk

È il 23 luglio 2008 e la brava gente di Montauk resta affascinata ed un po’ impaurita dalle notizie che leggono su The Indipendent, giornale locale della cittadina statunitense. Tra i trafiletti di politica e cronaca cittadina, c’è un’intervista a Jenna Hewitt, una ventiseienne che insieme a tre amiche, qualche giorno prima, dichiara di aver trovato sulla spiaggia i resti putrescenti di quello che potrebbe essere un animale sconosciuto, grottesco ed inquietante: questa è la storia del mostro di Montauk.

 

Mostro di Montauk

 

Il 12 luglio 2008 Jenna Hewitt e tre amiche si stanno divertendo sulla sabbia di Ditch Plains, una spiaggia a 3 km dal distretto di Montauk, meta abituale di surfisti all’interno del Rheinstein Estate Park della città di East Hampton. D’improvviso, tra il ritirarsi delle onde dalla battigia, scorgono la carcassa di qualcosa che non ha niente di naturale.

Eravamo in cerca di un posto dove sdraiarci quando abbiamo notato della gente che fissava qualcosa… Non capivamo di cosa si trattasse… Probabilmente qualcosa arrivata da Plum Island. – Jenna Hewitt

La ragazza scatta una foto ai resti, e concede un’intervista al The Indipendent, in cui suggerisce che si tratti di ciò che rimane di una tartaruga senza il guscio o di un qualche esperimento genetico del Plum Island Animal Disease Center, un centro di ricerca sulle malattie animali poco distante dalla spiaggia di Ditch Plains. La notizia assume immediatamente una eco impressionante, dividendo l’opinione pubblica, e non solo, sulla reale natura della carcassa, che viene ribattezzata come il mostro di Montauk nel 2008 dal criptozoologo Loren Coleman.

Il primo esperto ad essere interrogato in materia è William Wise, direttore del Living Marine Resources Institute, che chiede di analizzare i resti trovati sulla spiaggia. Hewitt non è in grado di portare Wise alla carcassa perché, secondo lei, questa sarebbe stata portata via da uno strano individuo sconosciuto. Suo padre si batterà a lungo per confermare che Jenna non conosce dove sia sparito il corpo.

Un ragazzo raccolse i resti e li gettò nella legnaia che teneva in cortile. – Jenna Hewitt

Wise, costretto dagli eventi a basarsi solo sulle foto prodotte da Hewitt, arriva a concludere che si tratti di un falso costruito ad arte, smorzando sul nascere altre teorie che lentamente stanno prendendo piede nel circolo scientifico e tra l’opinione pubblica.

 

Teorie

Che cos’è realmente il mostro di Montauk? Il paleozoologo Darren Naish studia a lungo le foto e conclude che la dentizione sembra appartenere ad un procione; l’acqua e lo sciabordio delle onde hanno fatto il resto, eliminando la maggior parte del pelo dalla carcassa, donandogli un aspetto grottesco. Attualmente questa sembra la teoria più plausibile.

Speculazioni di numerosi giornali parlano di una tartaruga priva del guscio. La rimozione della corazza è però altamente pericolosa, ed è impossibile che avvenga naturalmente senza danneggiare seriamente la spina dorsale dell’animale. Inoltre le testuggini non hanno denti, ben evidenti invece nelle foto del mostro.

Si è parlato anche di un grande roditore, ma il mostro non presenta in grandi incisivi tipici di questa specie.

Il 5 agosto 2008, sul canale statunitense Fox News, il programma Morning Show annuncia che il mostro sia in realtà il cadavere di un capibara, ma è facile smentire la dichiarazione poiché nella foto si vedono chiaramente le unghie dell’animale, mentre i capibara ne sono sprovvisti. Il giorno dopo la stessa trasmissione riporta le dichiarazioni di un uomo che afferma che l’essere misterioso sia in realtà la carcassa di un bulldog scomparsa dal suo cortile qualche giorno prima.

William Wise, direttore dell’istituto di ricerca sulle creature marine della Stony Brook University, ha discusso a lungo della foto con i colleghi: è certo oltre ogni dubbio che si tratti di un falso, creato da qualcuno esperto nella manipolazione del lattice. Messo alle strette, confessa che in maniera minore crede possa trattarsi anche di un cane o un coyote rimasto in acqua per parecchio tempo.

L’ipotesi più affascinante è però quella che immagina il mostro come un esemplare mutato geneticamente nel centro di ricerche di Plum Island. L’esemplare, risultato di esperimenti segreti del governo, sarebbe caduto in mare ed affogato, e portato poi sulla spiaggia dalle onde. Il Plum Island Animal Disease Center è al centro da molti anni di speculazioni e teorie del complotto, poiché la struttura durante la guerra fredda ha svolto esperimenti sulle armi biologiche. Sono in molti a credere che in realtà gli studi non si siano mai fermati.

 

Avvistamenti

Dopo la denuncia di Hewitt, gli avvistamenti di altri esseri simili al mostro di Montauk si susseguono febbrilmente. Eccone alcuni.

Old Lyme

Nell’aprile 2009 un “uomo con una strana uniforme”, come lo definiscono i testimoni, raccoglie da una spiaggia vicino Old Lyme, Connecticut, un’enorme carcassa biancastra simile al mostro di Montauk.

 

Mostro di Old Lyme

 

Canada, The Ugly One

Nel maggio del 2010 viene rinvenuto nel Nord dell’Ontario, presso un torrente, un cadavere simile al mostro di Montauk dalla testa glabra. Le infermiere che hanno trovato la carcassa non sono state in grado di ritrovarla in un successivo sopralluogo. Le foto vengono caricate sul sito della comunità canadese di Kitchenuhmaykoosib Inninuwug (ᑭᐦᒋᓇᒣᑯᐦᓯᑊ ᐃᓂᓂᐧᐊᐠ), dove gli utenti suggeriscono che si tratti del primo segno che qualcosa di terribile accadrà presto.

Nessuno sa cosa sia, ma i nostri antenati lo chiamano l’Orrendo [originale: The Ugly One]. È stato avvistato raramente, ma quando ciò è successo, è sempre stato un segno nefasto. I nostri antenati dicono che qualcosa di terribile sta per abbattersi su di noi. – Dichiarazioni dei membri del sito Home of the Kitchenuhmaykoosib Inninuwug

 

The Ugly One

 

Northville

Il 30 marzo 2011 una creatura viene ritrovata a Northville, negli Stati Uniti, e lo studente che la rinviene, Jason Brown, dichiara fermamente che si tratta di un altro esemplare del mostro.

Scommetto che non si tratta della carcassa di un procione, i denti sembrano suggerirlo, ma dalla foto si capisce che la stazza e l’aspetto in generale suggeriscono che non si tratti di un mammifero. – Jason Brown

 

Mostro di Northville

 

Milford Beach

Nel 2011 una coppia rinviene un cadavere dai tratti suini lungo la spiaggia di Milford, Connecticut. Non si sa che fine abbiano fatto i resti.

 

Mostro di Milford Beach

 

East River

Il 22 luglio 2012 viene rinvenuta un’altra carcassa vicino il ponte di Brooklyn, ribattezzata mostro dell’East River. Fotografata da Denise Ginley, le autorità locali l’hanno identificata come appartenente a un maiale arrostito; i teorici del complotto affermano che la realtà sia molto più inquietante. Anche Ginley non è affatto d’accordo con la versione ufficiale.

Non c’erano zoccoli o piedi biforcuti. Aveva cinque dita su ogni zampa, sia quelle anteriori che quelle posteriori. – Denise Ginley

 

Mostro dell'East River

 

Lloyd Neck

Nel 2012 sulla spiaggia di Northwestern Long Island, a Lloyd Neck, un uomo in compagnia del suo cane rinviene i resti di un animale dal cranio scoperto. Purtroppo la risacca porterà via il corpo prima di poterlo recuperare.

 

Mostro di Lloyd Neck

 

Il mostro di Montauk è l’ennesimo mistero a metà tra criptozoologia e leggenda metropolitana. Un altra storia nascosta nell’ombra che probabilmente non vedrà mai una verità assoluta.


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