Il gatto, nel folklore giapponese, è un animale sacro foriero di fortune per chi se ne sappia prendere cura. Da sempre i cacciatori ed i pescatori sono soliti sfamare i gatti randagi, cercando così di arridersi la dea bendata, che ricompenserebbe gli amanti del simpatico felino con battute di caccia fruttuose e reti da pesca riboccanti di pesci. Se credete nelle proprietà mistiche dei mici o siete solo vecchie gattare dovete assolutamente visitare Tashirojima, conosciuta come l’isola dei gatti.

Dopo un viaggio di circa un’ora da Ishinomaki, a nordest del Giappone, vi ritrovate nel piccolo porto di Odomari o di Nitoda, luoghi di ritrovo di vecchi e consumati pescatori dal volto segnato dalle lunghe notti in mare aperto. Le due città dell’isola sono collegate nell’entroterra da una serie di lunghi sentieri che si perdono nelle foreste centenarie. A seguito di un lungo esodo cominciato intorno al 1960, in cui molti autoctoni hanno abbandonato la terra natia in cerca di fortuna sulla terraferma, oggi gli abitanti si sono ridotti a circa un centinaio. O meglio, gli abitanti umani, perché i gatti su Ishinomaki sono oltre un migliaio.

Introdotti nel periodo Edo (1603-1868) per contrastare i topi che sull’isola facevano incetta di bachi da seta, nel tempo i felini sono stati sfamati ed accuditi dai pescatori anche per la loro capacità di prevedere le tempeste. Grazie alla loro onnipresenza sull’isola, ogni anno schiere di turisti appassionati di felini fanno tappa a Ishinomaki, rendendo l’economia dell’isola ogni giorno più florida.

 

 

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